Perché
si può
avere bisogno
di una
scrittrice?


Per tanti motivi a cui non si pensa.

Ci sono alcuni esempi nella pagina Perché…


†††

Commenti (13)

Parole su parole

.

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive. (L. Giussani, ricordato da vari)

***

Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno. (Vangelo secondo Matteo, 5, 37)

***

“Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni”. (Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti)

***

Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo. (L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?)

***

Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite:
proprio per questo, diceva un filosofo,
gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie.
Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori.
È un maleducato, se parla in privato e da privato.
È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante,
un dipendente pubblico, un eletto dal popolo.
Chi è al servizio di un pubblico
ha il dovere costituzionale di farsi capire.

Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

***

La verità ha un linguaggio semplice (Euripide, Le Fenicie)

***

La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee. (Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa)

***

Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:

1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?

3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?

E probabilmente se ne porrà altre due:

5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

(George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione)

Commenti (6)

Io sono un’imprenditrice?

Sembra una domanda esistenziale, invece è un quesito economico e anche linguistico. Me lo pongo un po’ per curiosità un po’ perché, leggendo vari articoli, tra cui il blog di Dario Di Vico Generazione Pro Pro, mi par di capire che la faccenda non sia poi tanto chiara.

Qualche giorno fa mi chiedevo perché un libero professionista generalmente non sia considerato un imprenditore. Nell’attività professionale sono presenti tutti i fattori della produzione: capitali, lavoro, rischio.

Un professionista rischia; lavora e spesso fa lavorare altri; capitali deve averne, magari minimi. Scambio di beni (servizi, in questo caso) e produzione di ricchezza ci sono. Diciamo che un professionista è sul mercato, visto che i clienti se li deve andare a cercare e ha dei concorrenti in questo.

Allora perché non è un imprenditore? E’ il tipo di lavoro? il tipo di rapporto con il cliente? il fatto che sia il lavoro di un singolo? altro?

Non lo so ancora. L’ho chiesto a un amico economista, che però non ha avuto tempo di rispondermi. Sospetto che c’entrino qualcosa il codice civile e il diritto del lavoro ma in effetti non lo so.

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Responsabilità

responsabilità o †risponsabilità
[fr. responsabilité, dall'ingl. responsability, da responsible ‘responsabile’; 1760]
s. f.
1 Il fatto di essere responsabile | Onere giuridico o morale derivante da atti propri o altrui: assumersi le proprie responsabilità; fare qlco. sotto la propria responsabilità; responsabilità civile, morale; declinare ogni responsabilità.
2 Consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano: dimostrare (senso di) responsabilità.

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Chi usa le parole ne è sempre responsabile nel senso 2. Il problema è che i più non sembrano averlo capito (alcuni invece non si capisce bene se l’hanno capito e ci marciano oppure no).

Da questo derivano atti come quello di ieri sera contro il Presidente del Consiglio.

Chi è l’autore? Un “folle”, come ha scritto qualcuno? Questo è un altro esempio di non-responsabilità, perché uno che è in cura non è necessariamente un folle, così come non lo è necessariamente chi fa un’azione stupida.

Usare le parole senza responsabilità ha l’effetto di influire negativamente sulle menti deboli. Se uno sente ripetere per un certo tempo” eh, quello, bisognerebbe spaccargli la testa!” e non ha un cervello abbastanza formato da capire che spaccare la testa alla gente non è il miglior modo di vivere, che cosa può accadere? Può accadere che a un certo punto, per motivi che non si sapranno mai, salta su e va a spaccar la testa a “quello”.

La folla che fa? Lo vuole linciare. E’ tanto diversa, questa folla, dall’aggressore? Io dico di no. Eppure si tratta di brava gente, quelli che salutiamo ogni mattina quando portiamo i figli all’asilo.

Già, i figli. I bambini non hanno il “cervello abbastanza formato” da saper discernere tra un’azione buona e una meno buona; lo imparano dagli adulti. Che effetto può fare la sovraesposizione a certi tipi di linguaggio e di espressione, certo modo di parlare dei rapporti nella politica, nel lavoro, nelle relazioni interpersonali?

Qualcuno se lo chiede (per esempio Claudio Risé) ma, insomma, sarebbe ora che ce lo chiedessimo tutti perché l’educazione è una responsabilità di ciascuno. Ugualmente la civiltà, la società, l’armonia e la crescita di un Paese.

San Pietro raccomanda ai cristiani di portare le proprie ragioni “con dolcezza e rispetto” (prima lettera): mi pare un buon consiglio per tutti. Ci vuole un po’ di fatica per imparare a farlo, un po’ di volontà e qualcuno che abbia lo stesso desiderio – perché insieme ci si aiuta nel lavoro – ma ci si riesce.

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Gergo

Ogni settore ha il suo linguaggio tecnico, detto “gergo”, usando per estensione una parola che nell’ambito linguistico non è neutra: dice infatti lo Zingarelli

gergo o (lett.) gergone

[etim. discussa: fr. jargon, orig. ‘cinguettio degli uccelli’, quindi ‘linguaggio incomprensibile’ (?); av. 1400]
s. m. (pl. -ghi)

1 (ling.) Lingua criptica, spec. lessico, utilizzata da una comunità generalmente marginale che, in determinate condizioni, avverte il bisogno di non essere capita dai non iniziati o di distinguersi dagli altri: gergo della malavita.
2 (est.) Particolare linguaggio comune a una determinata categoria di persone: gergo studentesco, militare.
3 (est.) Linguaggio oscuro e allusivo: parlare in gergo.

Nel mio settore di specializzazione – economia e politica del settore agricolo – mi è capitato di sentir definire “linguaggio tecnico” errori palesi come lo scambio bisogno/fabbisogno. Capita anche che ci siano termini e locuzioni effettivamente tecnici, vale a dire usati estensivamente nel settore, che però sono sbagliati dal punto di vista logico.

Un esempio di questo è l’uso del termine circuito al posto di filiera: si parla e si scrive di circuiti brevi e circuiti lunghi per indicare, rispettivamente, il passaggio diretto produttore-consumatore e il passaggio multistadio produttore-agroindustria-distribuzione-consumatore (descrizione grossolana, non sono solo quattro).

Che c’è di sbagliato dal punto di vista logico?

circùito (1), (evit.) circuìto
[vc. dotta, lat. circuitu(m), da circuire ‘circuire’; av. 1292]
s. m.
1 (mat.) Curva chiusa | In un grafo, arco che ritorna al punto di partenza.
2 Correntemente, tracciato o percorso che delimita uno spazio e nel quale il punto di partenza e il punto di arrivo coincidono: circuito di gara | In circuito, tutt’attorno, in giro | Circuito di prova, circuito stradale con tratti di diverse caratteristiche che si fa percorrere agli autoveicoli per collaudi, per dimostrazione | (est.) Gara che si svolge su tale tipo di percorso ripetuto più volte.
3 (raro, lett.) Spazio compreso in un perimetro limitato.

(Sempre lo Zingarelli, il quale riporta altri quattro significati che qui non servono.)

C’è, di sbagliato, che non sono circuiti, sono linee rette.

Sarebbero circuiti se considerassimo il produttore agricolo anche come consumatore, il che è vero ma non è assoluto: tutti i produttori agricoli sono consumatori ma non tutti i consumatori sono produttori agricoli. La teoria tende all’assoluto, però, o almeno alla migliore organizzazione possibile dell’esistente.

Se dunque parlo di passaggi “dal produttore al consumatore”, intendendo il consumatore generico, usare la parola circuito è logicamente sbagliato. La parola filiera è invece corretta e anche evocativa, perché fa pensare a un filo che unisce tutti i soggetti (anche detti attori).

Orwell direbbe che l’uso di circuito in questo contesto è una gamba di legno verbale: suona bene e mi risparmia la fatica di trovare un’altra soluzione (qui, pag. 4). L’avrei messa tra le metafore spompate ma non credo sia mai stata una metafora, visto che il percorso, come dicevo, è rettilineo.

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Immacolata

Da bambina pensavo che “immacolata” fosse una specie d’insulto. Non so da che mi venisse l’idea ma ricordo che un giorno che la mamma mi aveva fatto arrabbiare le dissi che era immacolata. La lasciai senza parole, che è un gran traguardo, considerata la persona.

In seguito mi convinsi, come molti, che l’Immacolata fosse la festa del concepimento di Gesù ad opera dello Spirito Santo. Ero ovviamente troppo piccola e ignorante per capire che questo sarebbe illogico e perfino eretico (posto che uno abbia gli strumenti concettuali per capirlo, sarebbe eretico: l’ignoranza ci protegge).

A un certo punto – ero già all’università – ho appreso che l’Immacolata Concezione riguarda il concepimento di Maria e non quello di Gesù, che noi ricordiamo il 25 marzo, nella festa dell’Annunciazione. L’Immacolata è Maria, che fu liberata dal peccato originale nell’istante stesso in cui Anna la concepì. Maria infatti fa il compleanno nove mesi dopo, l’8 settembre, festa della Natività della Vergine. Immagino che l’errore nasca dal fatto che nella Messa di oggi si legge il Vangelo dell’Annunciazione.

Qualche giorno fa sono andata a cercare la bolla con cui, nel 1854, fu stabilito il dogma. La festa dell’Immacolata Concezione è antica di secoli, infatti, ma il dogma fu formulato ufficialmente solo da Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus. Speravo che qualcuno l’avesse messa in rete e infatti c’è.

Sapevo che un dogma viene formulato solo quando diventa necessario che una certa verità appartenente alla Chiesa per tradizione abbia una forma definita e immutabile. Due delle feste più antiche e più care al popolo cattolico sono diventate dogmi di recente: una è l’Immacolata Concezione (1854), l’altra è l’Assunzione di Maria al cielo (1950, praticamente l’altro ieri).

Quello che non ricordavo era il metodo impiegato. Sono rimasta stupita nel leggere l’Ineffabilis Deus perché il pontefice impiegò vari anni per consultare tutti i Vescovi (con lettera enciclica) e i Cardinali (concistoro), dopo aver messo all’opera una congregazione di cardinali e una commissione di teologi che studiassero l’argomento e dopo che da secoli la richiesta di formulare il dogma veniva presentata a questo e quel pontefice. Che vuol dire avere una prospettiva eterna!

Dopo 44 paragrafi di storia della tradizione riguardante l’Immacolata Concezione, i paragrafi 45 e 46 della bolla definiscono il dogma:

[…] Essendo quindi fermamente convinti nel Signore che fossero maturati i tempi per definire l’Immacolata Concezione della santissima Vergine Maria Madre di Dio, che la Sacra Scrittura, la veneranda Tradizione, il costante sentimento della Chiesa, il singolare consenso dei Vescovi e dei fedeli, gli atti memorabili e le Costituzioni dei Nostri Predecessori mirabilmente illustrano e spiegano; dopo aver soppesato con cura ogni cosa e aver innalzato a Dio incessanti e fervide preghiere; ritenemmo che non si potesse più in alcun modo indugiare a ratificare e a definire, con il Nostro supremo giudizio, l’Immacolata Concezione della Vergine, e così soddisfare le sacrosante richieste del mondo cattolico, appagare la Nostra devozione verso la santissima Vergine e, nello stesso tempo, glorificare sempre più in Lei il suo Figlio Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, perché ogni tributo di onore reso alla Madre ridonda sul Figlio.

Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l’assistenza dell’intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli. […]

Pio IX, Ineffabilis Deus, http://www.totustuustools.net/magistero/p9ineffa.htm)

Che c’entra l’Immacolata Concezione con la nostra vita? Questo lo racconta un mio amico meglio di me: http://osteriavolante.myblog.it/archive/2009/12/07/una-riflessione-sull-immacolata-concezione-non-tutte-le-pure.html#comments.

Qui invece c’è un intervento che spiega il significato della festa di oggi: http://digilander.libero.it/clubconcerto/chiesa-ilsignificatoImmacolata.htm.

Dulcis in fundo, oltre al significato anche la storia: http://www.lucisullest.it/dett_news.php?id=2378.

Maria ci aiuti a risvegliare nel cuore l’attesa che ci porta al Natale.

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XIII Colletta Alimentare nazionale

www.bancoalimentare.org/colletta/

Le 10 righe della tredicesima Giornata Nazionale della Colletta Alimentare [non sono mie]

“La confusione e lo smarrimento, in questo tempo di crisi, sembrano diventati lo stato d’animo più diffuso tra la gente.
Imbattersi, però, in volti lieti e grati, per la sorpresa di essere voluti bene, scatena un desiderio e un interesse che trascinano fuori dal cinismo e dalla disperazione.
Per questo anche quest’anno proponiamo di partecipare alla Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, perché anche un solo gesto di carità cristiana, come condividere la spesa con i più poveri, introduce nella società un soggetto nuovo, capace di vera solidarietà e condivisione del destino dei nostri fratelli uomini”.

savethedate2009

[Quelle che seguono invece sono mie]

La Colletta Alimentare nazionale è una giornata in cui volontari di ogni età si mettono all’ingresso di un supermercato e si raccolgono generi alimentari che poi saranno distribuiti dai Banchi Alimentari e i Banchi di Solidarietà della Regione stessa. I beneficiari sono famiglie o persone sole che si trovano in difficoltà (molte più di quanto si desideri credere), aiutate attraverso enti o direttamente, su segnalazione degli enti stessi.

Banchi Alimentari e Banchi di Solidarietà lavorano in ambito locale. Questo significa che non solo posso fare una spesa e lasciargliela – ed è già soddisfacente finire il turno di raccolta e andare a fare una spesa, per quanto piccola, da donare – ma anche andare a vedere che cosa vien fatto dei prodotti raccolti.

A Perugia ci sono quattro turni settimanali di distribuzione. Volendo, si può anche dare una mano. I volontari non bastano mai, anche perché il bisogno cresce, alimentato da una certa distruzione del tessuto sociale (si può vedere qui) ma chi lavora non ha tantissime ore da dedicare o magari le ha in orari non utili.

Per informazioni,

Banco Alimentare dell’Umbria.

Perché lo facciamo? Perché siamo cristiani.

“Il vero indigente alimentare non è solo quello che non ha il pane: è colui che non riesce a migliorare la propria condizione. Così, questa indagine conduce a capire che la questione cruciale nella lotta alla povertà è l’educazione del povero a ricostruire questi legami, a prendere iniziativa verso la propria condizione. La povertà non si potrà mai vincere intervenendo dall’alto, ma accompagnando la capacità di azione delle persone svantaggiate ed emarginate a essere protagoniste di un possibile cambiamento del proprio destino. La stima per quanto ogni essere umano è in grado di fare è proprio il cuore di ciò che chiamiamo “sussidiarietà”.” (G. Vittadini per Il Sussidiario, L’educazione del povero, pag. 2)

Questo ce l’ha insegnato Cristo, mica qualcun altro.

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Basso profilo

20 novembre 2009

Ieri sono stati scelti i due massimi rappresentanti dell’Unione europea di fronte al mondo: il presidente del Consiglio europeo e l’alto rappresentante dell’Unione per la politica estera. Li ha scelti il Consiglio stesso. La carica di presidente dura due anni e mezzo ed è rinnovabile una volta sola (anche se, per chissà quali motivi, la si dice “permanente”). E’ una novità: finora la presidenza del Consiglio europeo aveva turni di sei mesi.

Il presidente del Consiglio europeo sarà il capo del governo belga Van Rompuy, un politico che i suoi colleghi e i quotidiani definiscono “di profilo basso”.

Perché diamine lo hanno scelto, se lo ritengono mediocre?

Dallo Zingarelli 2008, voce “profilo”

6 (fig.) Sommaria descrizione delle caratteristiche di qlco. o di qlcu.: [...]| Profilo basso, basso profilo, linea di condotta che rifugge dall’ostentazione: mantenere un profilo basso; strategia del basso profilo | Di basso profilo, mediocre, di scarso valore: polemica di basso profilo

Come si vede, la locuzione “basso profilo” ha due significati ed è evidente che usare l’uno o l’altro fa una qualche differenza.

In realtà i suoi colleghi politici e i suoi concittadini non lo ritengono affatto mediocre; dopo un giro sul web, che ho fatto la settimana scorsa, direi anzi che è molto stimato per ciò che ha saputo fare in patria.

Alcuni commenti e articoli che ho letto usano “basso profilo” nel significato di “linea di condotta che rifugge dall’ostentazione”.

Sicuramente Van Rompuy non è sulle prime pagine dei quotidiani quanto altri presidenti ma non mi pare che la mediocrità o l’eccellenza, o qualunque grado intermedio, si misurino in prime pagine conquistate, giusto? Non credo s’intenda questo, parlando di trasparenza delle procedure europee, vero?

Altri, invece, usano la frase nell’altro senso e direi che o sono distratti o lo fanno apposta.

O forse – c’è sempre una terza via, come direbbe il capitano Kirk – confondono la presidenza del Consiglio europeo con la presentazione degli Mtv Awards?

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Comune o comunitaria?

17 novembre 2009

Common Agricultural Policy (CAP)

Politique Agricole Commune (PAC)

Gemeinsame Agrarpolitik (GAP)

Política agrícola común (PAC)

Gemeenschappelijk landbouwbeleid (GLB)

Política Agrícola Comum (PAC)

Potrei sciorinare tutte le lingue ufficiali dell’Unione europea ma non lo farò.

Ma… in italiano come si dice? In italiano la politica agricola è comune o comunitaria?

La politica agricola europea è comune. Così è nata e così è ancora, dopo sessant’anni. Non è detto che domani non cambi ma per adesso è ancora così.

In Italia tuttavia da qualche anno la dicono comunitaria. Non è che lo facciano i “non addetti ai lavori”, anche perché i NAAL di Pac non parlano se non per dire fesserie tipo la mucca europea che prende i soldi che in Africa bastano per vivere un anno eccetera. Va be’, sarebbe troppo lungo. Un’altra volta.

Insomma, economisti e politici agrari anche di alto livello dicono “politica agricola comunitaria” anziché “comune” – e lo insegnano ai loro allievi.

Ieri mattina assistevo ad un incontro sul bilancio comunitario e ho capito perché è sbagliato sostituire un aggettivo con un altro.

Qualcosa che è “comune” appartiene a me e a te: io mi preoccupo del tuo bene e tu del mio perché in comune abbiamo, che so, il desiderio di essere felici, di costruire qualcosa di bello e buono, di vivere con dignità o che i rapporti tra le persone siano giusti.

Se la politica agricola è comune quello che facciamo lo facciamo insieme per raggiungere insieme un certo punto. E’ come salire in montagna in più persone: tutti abbiamo lo stesso obiettivo da raggiungere, si sale insieme, ci si aiuta. Io voglio arrivare in cima insieme a te, non da solo.

Se la politica agricola è comunitaria, vuol dire che è della Comunità, non mia e tua. Non è un caso che noi traduciamo con “comunitario” ciò che gli inglesi indicano con Community, oppure con EU, posti prima del sostantivo, vale a dire usati come apposizione*. Allora se è della Comunità, il soggetto è la Comunità, non sono fatti miei. Lo saranno se la mia appartenenza alla Comunità è forte e consapevole, altrimenti no.

A mio parere, questo scambio di aggettivi è avvenuto perché l’Italia è poco affezionata all’Unione europea – un po’ a torto, un po’ a ragione, ma questo è un altro discorso davvero troppo lungo e non dico altro.

A costo di ripetermi come i vecchi dirò invece che le parole danno forma al pensiero. Se all’Università i ragazzi imparano a pensare “comunitaria” come ci si può aspettare che poi vivano pensando “comune”?

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* I francesi usano communautaire, gli spagnoli comunitario oppure de la UE, giusto per saperlo.


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Si può iniziare una frase con “Perché”?

Traduzione di Can You Start a Sentence with “Because”?, dal sito Writer’s Digest.

Because in italiano possiamo tradurlo con perchè ma anche poiché, siccome o giacchè.

In italiano è corretto iniziare le frasi con queste ultime parole, mentre non è sempre corretto iniziarle con perché: nelle proposizioni causali, infatti, noi usiamo poiché, siccome, giacché (vabbè, questa non la usiamo quasi più) all’inizio del periodo, dopo il punto fermo, mentre usiamo perchè nel periodo, perlopiù dopo una virgola.

Ho detto che “non è sempre corretto” iniziare con perché dopo il punto fermo. Vuol dire che a volte lo è. Se, per esempio, chiedo a qualcuno “Perché XXX?”, sto iniziando la frase con perché e non è scorretto. Idem se quello mi risponde “Perché YYY”. Perché è anche utilizzabile al posto di poiché o di affinché (quest’ultimo modo è diventato raro nell’uso comune, è rimasto nella liturgia). Ci sono anche altri casi e questo rende il mio lavoro molto divertente.

Ho tradotto questa risposta a un dubbio frequente in inglese perché mi interessa soprattutto il metodo: invece di insegnare ai ragazzi (o agli adulti) che ‘devono’ fare così e cosà, penso che sarebbe meglio far loro capire qual è la ragione del fare così o cosà. Oltretutto, non si rischierebbe di sentirsi dire “Prof, ma XYZ scrive così!”.

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Si può iniziare una frase con “Perché”?

D. I miei insegnanti di grammatica mi hanno sempre detto che è sbagliato iniziare un periodo con la parola ‘perché? ma io lo vedo spesso nei libri oggigiorno. Qual è la regola? Roger Allen

R. Insegnanti di grammatica degli Stati Uniti, vi prego di non odiarmi. Sto per rivelare la terribile verità che voi avete cercato di occultare per anni: non è cattiva grammatica iniziare una frase con “perchè”.

Esatto, non esiste alcuna regola o norma nei libri di grammatica che ci neghi il diritto di iniziare una frase con questa congiunzione. Un periodo come: Perché mi servivano soldi, ho venduto il mio corpo alla scienza * non solo è corretto nella grammatica, è anche più efficace dell’altra versione (Ho venduto il mio corpo alla scienza perché mi servivano soldi).

Allora perché gli insegnanti propinano ai ragazzi questa regola inesistente?

Perché desiderano che i futuri studiosi non scrivano in maniera frammentata e i ragazzini tendono a scrivere frasi incomplete come Perché posso oppure Perché puzza.

Anziché dire ai ragazzi che non possono iniziare una frase con “perché”, sarebbe più appropriato fargli completare le frasi che scrivono. Ma so quanto è difficile indurre i ragazzini a completare alcunché.

Brian A. Klems è l’editor della community online di Writer’s Digest.

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* Ecco un altro esempio di uso corretto ma bisogna pensarlo come una frase detta, per esempio in un racconto. Nella saggistica, invece, userei poiché. Diversi linguaggi per scopi differenti.

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Qualcosa, infine, che non c’entra direttamente con la grammatica ma c’entra invece molto con la frammentazione del pensiero che genera anche una cattiva grammatica:

[...] è smarrito il nesso atto-conseguenza, ossia: se questo allora quello. Lo vedo in atto quando i ragazzi interrogati sul perché hanno fatto una certa cosa rispondono: “l’ho fatto perché mi è venuto in mente”, “l’ho fatto così”, “mi ha preso lo schizzo”. [...]

L. Ballerini, Sono gli adulti e non i giovani a cadere nella trappola dell’adolescenza, Il Sussidiario, 13 novembre 2009,

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Contadini

I contadini esistono ancora?

A giudicare dal linguaggio di certuni parrebbe di sì, visto che farmers’ market è tradotto con “mercato del contadino” e che la parola “contadino” si sente e legge in riferimento all’agricoltura.

Però… Se i nomi delle cose ci aiutano a raccontarle, vale a dire, se le parole solo il nome delle esperienze, ci deve essere una qualche differenza nel parlare di “contadino”, di “agricoltore” o di “imprenditore agricolo”. Perché altrimenti sono nati tre termini diversi?

E visto che io sono:

a) figlia di un agricoltore,

b) sorella di un agricoltore,

c) ex dipendente della maggiore e più antica organizzazione professionale agricola d’Italia,

d) laureata in Agraria,

e) una che lavora con le parole,

c’ho pure i titoli per dire che sì, esiste una differenza.

Continua

 

 

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Lingua e pensiero

Mio padre è sardo, mia madre umbra, io sono nata e cresciuta in Umbria, quasi al centro di un triangolo che ha come vertici Assisi, Perugia e Gubbio, dove i cartelli degli affittacamere esponevano la scritta “camere zimmer chambres rooms”. Sono cresciuta sapendo che esistono più modi di indicare lo stesso oggetto. L’ho capito a sette anni, proprio leggendo quel cartello lì.

(A sette anni ho pure scritto il mio primo vocabolario, italiano-sardo.)

Col tempo ho capito che il modo di organizzare i pensieri varia con la lingua che si parla.

Ho poi scoperto che se ne sono accorte anche altre persone e ho smesso di temere di essere razzista.

Già, non sono immune al PC.

Aggiornamento

Gli italiani sono famosi (e temo che lo siano a ragione) per la ripugnanza verso le lingue straniere. Questo è comprensibile perché abbiamo la lingua più bella del mondo ed è chiaro che siamo soddisfatti così.

Mi chiedo: in passato, quando il latino – vale a dire una lingua straniera – si studiava a scuola e si applicava nella vita quotidiana – perché a Messa ci andavano tutti e dunque c’era un’esposizione regolare alla lingua straniera, per quanto formale – chissà se gli italiani erano meno pigri verso gli idiomi altrui?

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