Si può iniziare una frase con…?

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sull’argomento

Molti si chiedono se “Si può iniziare una frase con…” (secondo le Statistiche di WordPress).

Al posto dei puntini in italiano possono esserci dunque, infatti, e, ma, perciò, affinché, perché, anche, mentre o un’altra parola.

Si può iniziare una frase con questi termini?

Sì.

Nessuno al mondo ha l’autorità per impedire a un altro di iniziare una frase con la parola che preferisce perciò l’unica risposta è “sì”.

Che fai, mi prendi in giro? Che razza di risposta è?! Se lo chiedo, è perché voglio saperne di più, perché non mi sento sicuro.

Sì, l’avevo capito.

Il fatto è che la domanda “si può fare?” non è adatta.

In generale, avere la possibilità di fare qualcosa, qualunque cosa, non implica che io la faccia. Potrebbe essere pericoloso, offensivo, maleducato, sconveniente, scomodo, inopportuno, intempestivo, inadeguato o semplicemente sbagliato.

Nel caso particolare, usare parole e frasi in un modo o in un altro dovrebbe rispondere a domande come quelle che seguono: – è opportuno? – è comprensibile? – è gradevole?

e soprattutto: – è adeguato allo scopo?

Il motivo per cui scrivo dovrebbe essere la guida principale nello scegliere le parole, insieme al lettore a cui mi rivolgo e al tipo di scrittura che faccio.

Perché sto scrivendo? Per spiegare, esporre, divulgare, sedurre, ingannare, far vedere quanto sono bravo?

(Ho detto “motivo”: un motivo può essere ritenuto più o meno accettabile ma rimane un motivo.)

Per chi sto scrivendo? Studenti, casalinghe, impiegati, manager, esperti, un pubblico più vasto?

Che cosa scrivo? Poesia, narrativa, teatro, saggi, articoli di divulgazione scientifica, elzeviri, editoriali?

Peguy, che era un poeta – e un grande poeta – si poteva permettere di frammentare le frasi; Ibsen o Osborne o Ionesco rappresentavano sulla carta le frasi e i colloqui – o soliloqui – di persone; Joyce e la punteggiatura non sono andati sempre a braccetto. Ma se Manzoni avesse scritto I promessi sposi come Peguy ha scritto I misteri, in Arno meritava di affogarci, altro che risciacquarci i panni. E certo nessun insegnante adotterebbe un testo scritto come il monologo di Molly Bloom.

Insomma, “si può” è una domanda imprecisa. E’ anche parziale, perché non mi dice nulla del periodo tutto intero: si tratta di uno scambio di posti tra principale e subordinata o si vuole far coincidere l’intero periodo con la sola subordinata? A questo livello, oltre che imprecisa, la domanda è perfino priva di senso.

Spero si capisca che la differenza tra l’essere sensata o meno dipende, di nuovo, dallo scopo della domanda: se voglio sapere come funzionano principali e subordinate, la domanda ha senso, benché malposta; se voglio una risposta che mi stabilisca un dogma o un anti-dogma, così sto tranquillo e non ci penso più, la domanda un senso non ce l’ha. A meno che il proprio comodo non si faccia coincidere col senso delle cose.

Ok, taglio corto e riassumo.

Non è questione di “potere” o “non potere”, perché nessuno ha l’autorità per dirmi che cosa devo fare con le mie parole – e anche se qualcuno l’avesse, non verrebbe riconosciuta. E’ invece questione di chiedersi se è ragionevole, opportuno, comprensibile, bello oppure no, e di capire perché.

In altre parole, è questione di chiedersi se è conveniente.

Continua

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