Provincie o province?

Qual è il plurale di provincia: province oppure provincie?

Se la sillaba -cia fosse tonica, vale a dire se l’accento fosse sull’ultima i – cìa, come in farmacia – sarebbe facile fare il plurale: è ovvio che se l’accento è su quella i, essa dovrà esser presente al plurale come lo è al singolare. Il plurale di farmacia, infatti, è farmacie e a nessun italiano (spero) viene da chiedersi  se possa essere farmace.

Ma provincia, o anche camicia, non sono accentate sull’ultima i, qui la sillaba -cia non è tonica, è àtona.

Secondo lo Zingarelli 2008, la forma plurale principale è “province” perché la forma “provincie” è disusata. Questo significa che non è sbagliata, ma usarla farebbe lo stesso effetto che andarsene a far la spesa in crinolina.

Il plurale di camicia, invece, è solo camicie, non camice. In questo caso, camice è proprio sbagliato, sia perché potrebbe essere confuso con un’altra parola esattamente uguale nell’aspetto ma con l’accento altrove e un significato diverso sia per un motivo tecnico con cui non vi annoierò.

Esiste una regola di comodo – il mio maestro Aldo Gabrielli la chiama così – per capire come fare i plurali delle parole che escono in -cia e -gia atone. Gabrielli la definisce “di comodo” perché non è vera sempre ma solo nella maggior parte dei casi e per un altro motivo, quello tecnico con il quale non intendo annoiarvi. Una misura empirica, insomma. Ad ogni modo, perché lo sappiate, ne parla in Si dice o non si dice? Guida pratica allo scrivere e al parlare. Probabilmente si può trovare la stessa trattazione anche in Il piacere dell’italiano. Come districarsi tra i segreti di grammatica e sintassi, pubblicato da Mondadori.

Regola di comodo per i plurali della sillaba finale -cia atona

Quando il gruppo -cia è atono, il plurale ha la forma seguente:

-ce se la c è preceduta da una consonante → provincia, province; fascia, fasce

-cie se la c è preceduta da una vocale → ciliegia, ciliegie; camicia, camicie.

Ai tempi di Gabrielli, “provincie” non era in disuso, se lo usa come esempio. Oggi però è assai meno usato perciò, se non siete pronti a difendere le vostre ragioni per usarlo (o non ne avete l’opportunità), è meglio attenersi alla dizione più diffusa.

Riporto il paragrafo qui sotto; il neretto è mio, i corsivi sono nel testo.

Aldo Gabrielli, Si dice o non si dice?, Oscar Mondadori 1976

Cap. VIII, Plurali facili e no, par. 1, Ciliegie e province

Si apre un vocabolario e si apprende che il plurale di ciliegia è ciliegie; se ne apre un altro, e si scopre che il plurale è invece ciliegie; uno prescrive provincie, un altro province. Ma non c’è dunque una regola per i plurali di questi nomi in -cia e -gia?

Una regola unica e tassativa sul plurale di questi nomi non è in teoria possibile per la semplice ragione che la i àtona delle due terminazioni -cia e -gia non ha sempre lo stesso valore: ora infatti è un puro segno grafico per ottenere la pronunzia schiacciata delle consonanti c e g, come in micia e valigia;  ora invece ha valore sillabico, fa cioè parte integrante della parola, come in provincia e in orgia. È chiaro che nel primo caso la i nel plurale appare superflue, e perciò dovremo scrivere mice e valige; nel secondo caso, invece, bisognerebbe mantenerla anche nel plurale, scrivendo provincie e orgie. Ma una difficoltà salta subito agli occhi: come si fa a sapere se questa benedetta i è puro segno grafico, e perciò sopprimibile nel plurale, oppure è vocale sillabica, e perciò non sopprimibile? Solo gli specialisti (e non sempre, perché a volte essi stessi si trovano a non andar d’accordo) possono sapere con che razza di i si abbia a che fare. Di qui la necessità di proporre una regola pratica, semplice semplice che anche uno scolaretto elementare possa rammentarla e applicarla, una regola che alla fine risolva almeno uno dei più comuni problemi ortografici che da secoli si trascinano senza ragione alcuna nella nostra lingua. E la regola è stata trovata; è certo una regola “di comodo”, ma è ormai generalmente consigliata dalle grammatiche non solo perché è pratica, ma anche perché ha il merito di dare nella grandissima maggioranza dei casi lo stesso risultato che darebbe una regola storicamente formulata.

Qual è questa regola? Eccola: le parole dove -cia e -gia (con la i àtona) sono precedute da vocale fanno il plurale in -cie e -gie, mentre le parole dove  -cia e -gia sono precedute da consonante fanno il plurale in  -ce e -ge; avremo perciò audacie, fiducie, ferocie, contumacie, camicie, bigie, regie, grigie, valigie, ciliegie, micie; ma avremo province, pance, pronunce, gocce, bisacce, orge, bolge, frange, micce. Rientrano nel secondo caso della regola anche le parole in -scia, che nel plurale termineranno sempre in -sce: fascia, fasce, striscia, strisce, ascia, asce.

È chiaro che questa regola non può valere per le parole dove la i sia tonica, cioè accentata, come in farmacía, nevralgía, bugía, nostalgía, ecc.; qui la i è necessaria anche nel plurale, e scriveremo farmacíe, nevralgíe, bugíe, nostalgíe.

Tutto qui. Non sbaglia perciò chi scrive provincie, perché si attiene alla regola storica, come non sbaglia chi scrive province, perché si attiene alla regola pratica. […]

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4 commenti

  1. dino torri said

    suggerisco di correggere l’esempio per la regola pratica con il -cia -> -ce se preceduta da consonate: provincia -> province, e non il desueto provincie

  2. noradlf said

    Grazie. L’ultima frase in verità è la citazione dal libro che indico, perciò non sta a me correggerla, ma posso specificare la provenienza.

  3. puntoeacapo said

    “Come si può vedere, ai tempi di Gabrielli, “provincie” non era in disuso, se lo usa come esempio.”

    Non avrebbe senso riportare la parola “provincie” in corrispondenza della parte della regola che prende in considerazione la precedenza della consonante, (e quindi della elisione della “i”), quando appena sotto vai a dire che, in presenza di vocale, la “i” va mantenuta.

    Quindi, la spiegazione non sta nel fatto che Gabrielli usa “provincie” in quanto termine non ancora desueto, bensì in un fatto molto più semplice: errore di stampa.

  4. A volte mi chiedo dove ho la testa. L’errore di battitura è evidentemente mio, che ho scritto “provincie” nella riga della terminazione “-ce”. E ovviamente la conclusione “Come si vede” non è corretta. Non potete vedere un bel niente, se non prendete su il libro.
    Ho corretto tutto, grazie per le segnalazioni.
    Riporto il paragrafo del Gabrielli sotto al post; il neretto è mio, i corsivi sono nel testo.

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