Archive for Iniziare una frase con

Dogmatismo

Ho ricevuto, nel post Iniziare una frase con “tuttavia”, “ma”, “però”, il commento che segue, riferito ad un commento già presente:

Inviato il 22/03/2011 alle 3:03 pm

Beh lasciamo perdere come scrivono gli avvocati che mi vien da ridere..:P Il termine “tuttavia” e’ una congiunzioneper cui il punto che metti nella frase dell’esempio e’ totalmente illogico e grammaticalmente sbagliato visto che stai continuando a dire la stessa cosa con una congiunzione avversativa. “il debitore si impegnava a pagare quanto prima, tuttavia, trascorsi ben x mesi dal sorgere dell’obbligazione, egli era ancora inadempiente e perseverava in tale deplorevole comportamento…” cosi’ e’ in italiano. Nel caso in cui vuoi mettere il punto li allora sposti “tuttavia” dopo il verbo, “trascorsi ben x mesi dal sorgere dell’obbligazione, egli era tuttavia ancora inadempiente…”.

Ciao!

L’ho riportato qui, pari pari come è stato scritto, per un motivo semplice, perché mi serve da esempio.

Non dirò niente del rivolgersi rudemente ad un mio ospite senza aver letto il mio post – in cui è scritto ciò che il commento riporta, perciò che bisogno c’era di commentare? e l’eccezione è ben giustificata, perciò che senso ha spiaccicare lì una regoletta da quarta elementare? Tacerò anche del misero senso delle convenienze necessario per scrivere un simile commento dopo che io stessa ho risposto “grazie, è un ottimo esempio”.  Quel commento mi serve, invece, per chiarire qualcosa riguardo al blog.

Io scrivo i post e faccio il mio lavoro cercando di spazzar via il dannato dogmatismo che ammorba l’insegnamento e l’uso della lingua italiana non meno della sciatteria. L’uomo, diceva Chesterton, è un animale che produce dogmi, e mi sta bene ma vediamo di non esagerare.

Cercherò ora di illustrare il concetto continuando ad usare lo stesso esempio.

Non c’è niente di “totalmente illogico” o di “grammaticalmente sbagliato” nell’usare la congiunzione dopo un punto fermo. Ci può essere, invece, molto di inopportuno, come dicevo nel post.

Nel caso in esame, però, non c’è neanche l’inopportunità: è semplicemente un modo voluto di sottolineare l’avversativa. La punteggiatura infatti – che nasce assai dopo la scrittura – ha due scopi, logica ed espressione, e in questo caso vince lo scopo di espressione: mettere “tuttavia” in quella posizione lì aumenta di molto l’espressività della frase.

Usare una congiunzione dopo un punto fermo è certo un modo più pertinente al linguaggio colloquiale che a quello puramente scritto; nel post sottolineavo anche i rischi che comporta l’iniziare una frase, discorrendo, con una congiunzione avversativa. Invitoperò l’autore del commento a ricordare che gli avvocati sono gente che essenzialmente parla. Anzi, gli esseri umani sono gente che essenzialmente prima parla e poi scrive. Non sono mai esistite lingue vive che siano nate scritte: solo le lingue artificiali nascono così.

Riepilogo e conclusione. Niente dogmatismo a casa mia. Oltre a questo, non mi piace che si contrappongano regolette scolastiche a ciò che scrivo, visto che non solo questa non è la scuola dell’obbligo – siamo qualche passo più avanti – ma di ciò che scrivo ho sempre dato le ragioni e, quando opportuno, le fonti.

C’è troppa smania, in giro, di dire la propria opinione senza averci prima riflettuto ben bene. Lo ascolto e lo leggo, nei telegiornali e nei quotidiani non meno che nei blog e nei discorsi delle persone: non ne faccio dunque una colpa a chi ha scritto quel commento perché so bene che ha dei pessimi esempi davanti.

Favorire in alcun modo questo atteggiamento, però, lo ritengo diseducativo. Ergo, ho disattivato i commenti.

Riflettere su ciò che scrivo senza aver la possibilità di replicare spensieratamente può condurre, se uno è leale e se gli interessa, a comprendere che quella che si ritiene la propria opinione, o magari la verità in merito alla lingua italiana, non è affatto l’opinione propria (e tantomeno la verità) ma è quella di qualcun altro – la maestra delle elementari, la professoressa delle medie, il famoso docente dell’università, il giornalista, lo scrittore, il conduttore televisivo – al quale abbiamo ritenuto opportuno affidare il nostro giudizio, così da non fare fatica. Non è un buon affare: se affidiamo il nostro giudizio, e soprattutto i criteri di giudizio, a qualcun altro, siamo degli alienati.

(Questo naturalmente non vuol dire che, per non essere alienati, il nostro giudizio debba essere diverso da quello di chiunque altro: in questo caso, saremmo alienati e psicotici.)

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Serie “Iniziare una frase con”: riepilogo

Conclusa la serie “Iniziare una frase con…”, ecco il riepilogo dei post:

15 novembre 2009 – Si può iniziare una frase con “Perché”?

6 gennaio 2010 - Si può iniziare una frase con…?

11 gennaio 2010 – Che cosa mi conviene?

17 gennaio 2010 – Forma

18 gennaio 2010 – Iniziare una frase con “e”

26 gennaio 2010 – Iniziare una frase con “tuttavia”, “ma”, “però”

29 gennaio 2010 – Iniziare una frase con “mentre”

12 aprile 2010 – Iniziare una frase con “infatti”

3 maggio 2010 – Iniziare un discorso con…

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Bene, la serie finisce qui. Sono indecisa sulla prossima. Ci penserò.

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Iniziare un discorso con…

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Rileggendo i post, mi rendo conto che “iniziare una frase” può essere ambiguo. Iniziare quale frase?

C’è infatti un inizio particolare a cui pensare, che è l’ingresso, l’attacco, la prima parola che dico quando inizio a scrivere o parlare.

Mai sentito dire che non bisogna attaccare un discorso con “dunque”? Ecco, questo è il genere di cosa in cui anch’io sono direttiva: non si comincia il proprio intervento (detto o scritto) con “dunque” e anche con altre parole.

Perché, allora, hai scritto per mesi che “iniziare con…” non è necessariamente sbagliato? A che serve offrire un metodo se poi non va bene per tutto?

Non ho mai detto che un unico metodo va bene per tutto. Il metodo è dettato dall’oggetto. (*)

I discorsi detti o scritti sono pieni di frasi che iniziano. Per esempio, il periodo “Rileggendo i post, mi rendo conto che…” è costituito di due frasi, separate dalla virgola. I miei post riguardano le frasi e i periodi in genere e la maggior parte delle considerazioni va bene anche per l’attacco del discorso. L’attacco, però, è un oggetto diverso dalle altre frasi, anche se spesso segue le stesse regole.

Esordire con “dunque” o “allora” non ha senso (= è sbagliato) perché “dunque” è un termine che indica “ho già detto questo e quest’altro e ora ti espongo le conseguenze di quello che ho detto”. Se ancora non ho detto nulla, che conseguenze espongo? Iniziare con questo genere di parole mi farebbe apparire un sempliciotto incapace di articolare i pensieri e tradurli in parole. Iniziare con “dunque”, in effetti, è diffuso tra chi non è abituato a parlare o non sa bene che dire o magari vorrebbe essere a mille miglia da lì (a pescare anziché a scuola, per esempio).

Lo stesso si può dire per “infatti”. Siccome “infatti” è esplicativo di qualcosa detto in precedenza, se in precedenza non è stato detto nulla e io attacco con “infatti”, sembro uno che si fa i discorsi in testa. Non è il modo migliore per accattivarsi un pubblico.

Naturalmente ci sono delle eccezioni.

Non è sbagliato attaccare con “dunque” o “allora” se faccio una domanda a chi ha parlato prima di me. E’ comunque un po’ rozzo e indisponente, perché sembra polemico e a volte lo è. Il dialogo può morire rapidamente se gli interlocutori iniziano le domande sempre e soltanto con questo genere di termini.

Non è sbagliato esordire con “infatti” se sto affermando che sono d’accordo col discorso di un altro. Per la verità, in queste occasioni, la mia intera frase potrebbe essere “Infatti”. Certo, non sarà una gran conversazione.

Lo stesso ragionamento si può applicare ad altre parole, non molte, comunque. L’importante è capire come funziona. In questo può essere utile il libro di Aldo Gabrielli Il museo degli errori. Da cercare in biblioteca perché non è più in commercio.

Continua

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(*) Questa non è mia, anche se vorrei tanto che lo fosse.

«Il realismo esige che, per osservare un oggetto in modo tale da conoscerlo, il metodo non sia immaginato, pensato, organizzato o creato dal soggetto, ma imposto dall’oggetto. Se io mi trovassi seduto a parlare davanti a una sala piena di gente e avessi un notes sul tavolo, che parlando intravvedo con la coda dell’occhio, e io mi domandassi che cosa sia quel biancore che colpisce la mia vista, potrei pensare le cose più disparate: gelato sparso, un brandello di camicia ecc… Ma il metodo per sapere di che cosa veramente si tratti mi è imposto dalla cosa stessa. [...] se volessi veramente conoscere l’oggetto biancheggiante, dovrei necessariamente rassegnarmi a chinare la testa e a prenderne visione fissando gli occhi su di esso.
Vale a dire, il metodo per conoscere un oggetto mi è dettato dall’oggetto stesso [...]».
(L. Giussani, Il senso religioso, cap. I par. 2)

Qui si parla di ricerca, di indagine per conoscere qualcosa, non di grammatica… ma funziona anche per la grammatica.

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Iniziare una frase con “infatti”

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infatti o (lett.) in fatti
[propr. ‘nei (in) fatti’, cioè ‘in realtà’; 1536]
cong.
* In realtà, invero (introduce una prop. dichiarativa con valore esplicativo, con il v. all’indic. o al condiz.): non so come siano andate le cose, infatti non ero presente; è chiaro che non è colpevole, infatti, se lo fosse, non si comporterebbe così; A Renzo in fatti quel pensiero gli era venuto (MANZONI) | (iron., anche assol.) Con valore antifr.: ha detto che sarebbe venuto, infatti non ho visto nessuno!; mi aveva assicurato che avrebbe mantenuto la promessa… infatti!

Molti si chiedono se va bene iniziare una frase con “infatti”, subito dopo un punto fermo.

La risposta è che sì, va bene… per la grammatica. E’ caratteristico della lingua parlata, qualcuno direbbe che è un po’ sempliciotto, io trovo che sia brutto ma non posso dire che sia proprio scorretto.

Il problema è che abusare di “infatti” a inizio frase, anche quando si parla, potrebbe dare l’impressione di trattare gli ascoltatori o lettori come degli ebeti. In questo senso “non va bene”. Parlo dell’abuso, però, non dell’uso. Basta essere attenti a non farne un’abitudine.

Personalmente, comunque, trovo un po’ rozzo iniziare una frase scritta con “infatti” e di solito intervengo spostandolo nella frase. Se però devo fare un lavoro urgente e mi tocca sacrificare qualcosa alla mancanza di tempo, non lo correggo. E’ meno grave di altri aspetti. Naturalmente dipende anche dagli accordi che ho preso con l’autore ma di solito chi ha fretta è più preoccupato della comprensione che dello stile.

A volte “infatti” è pleonastico (come nei primi due esempi dello Zingarelli).

Io non inizio le frasi con “infatti”, non mi esce dalle dita – a me dopotutto hanno insegnato che è sbagliato. Mi capita invece iniziare con “in effetti”, che spesso può essere equivalente: in quella locuzione la parola “effetto” equivale a “fatto”.

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Iniziare una frase con “mentre”

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mentre

[dall’ant. it. domentre, dal lat. dum interim ‘mentre intanto’; sec. XII]

A cong.

1 Nel tempo, nel momento in cui, intanto che (introduce una prop. temp. con il v. all’indic.): ciò accadeva mentre la nazione era oppressa; mentre si preparava a partire, ha ricevuto un contrordine; è arrivato mentre stavamo uscendo; non mi ascolti mai mentre parlo; e mentre spunta l’un, l’altro matura (TASSO) | Anche nelle loc. cong. nel mentre che, (lett.) mentre che: appiccherò il fuoco nel mentre che noi scavalcheremo la finestra (VERGA); mentre che l’uno spirto questo disse, / l’altro piangea (DANTE Inf. V, 139-140).

2 E invece, laddove (con valore avversativo): lo credevo sincero mentre è un ipocrita; ha voluto agire subito, mentre avrebbe dovuto aspettare | Con valore rafforz. nella loc. (colloq.) mentre invece: è sempre scontento, mentre invece non dovrebbe lamentarsi.

3 (lett.) Finché, per il tempo che, sino a quando (introduce una prop. temp. con il v. all’indic. o al congv.): beatissimi voi / mentre nel mondo si favelli o scriva (LEOPARDI) | Anche nella loc. cong. mentre che: mentre che ‘l danno e la vergogna dura (MICHELANGELO)

“Mentre” è una congiunzione che riguarda il tempo: questo è chiaro nei significati 1 e 3, un po’ meno in 2 (dove però essa avversa qualcosa nel momento in cui succede, come si capisce dagli esempi).

Le frasi introdotte da “mentre” come congiunzione temporale si chiamano, guarda il caso, proposizioni temporali e sono subordinate: da sole in genere non hanno senso, non si capiscono se non guardano un’altra frase che è detta proposizione principale. Per comodità, il termine “proposizione” (=frase) non si pronuncia e si parla semplicemente di principali e subordinate.

Per capire se va bene o no iniziare una frase con “mentre” (se “si può” oppure no) bisogna aver chiaro se si intende costruire un periodo mettendo la subordinata prima della principale o se si intende isolarla e far coincidere il periodo con la subordinata temporale. Il primo caso, quando si tratta di “mentre”, è la normalità; il secondo di solito è un errore, ma non sempre.

Significato 1, Caso 1

Anteporre alla principale la subordinata temporale introdotta da “mentre” è normale.

Dire “Mentre andavo a far la spesa, ho incontrato un vecchio compagno di scuola” è addirittura più quotidiano che dire “Stamattina ho incontrato un vecchio compagno di scuola mentre andavo a fare la spesa”. Il valore è lo stesso, il periodo è corretto comunque ma parlando si tende a metter prima la subordinata temporale e dopo la principale. Perché, non lo so; credo che sia perché il risultato è più leggero.

Ecco anche l’esempio di una canzone bellissima che appunto comincia così: Mentre attraversavo London Bridge…

Significato 1, Caso 2

Una subordinata è tale perché senza la principale non si capisce, resta lì appesa come una ragnatela al soffitto. Ne consegue che isolare la subordinata e farla coincidere con il periodo di solito ha un risultato incomprensibile e dunque è un errore. Non sempre, però.

“Sai, ho incontrato X, non lo vedevo dai tempi della scuola. Si è sposato e ha due bambini.”

“Davvero! Anch’io non lo vedo da un sacco di tempo. Quando l’hai visto?”

“Mentre andavo a fare la spesa.”

Questo è un uso perfettamente lecito. La principale è sottintesa: non dico “L’ho incontrato mentre andavo a fare la spesa”, perché sto rispondendo ad una domanda che già conteneva l’oggetto della principale, il fatto di avere incontrato qualcuno.

I casi 1 e 2 valgono anche per il significato 3 riportato dallo Zingarelli.

Nel caso del significato 2, invece, l’uso è lo stesso che per le altre avversative, in teoria. Nella pratica, mi sembra poco probabile che qualcuno decida di enfatizzare l’avversativa “mentre” isolandola: dato il carattere comunque temporale, qui il legame con la principale è molto più stretto.

Iniziare invece il periodo con il “mentre” n. 2 è qualcosa che si fa spesso ed equivale alla coordinazione “da un lato… dall’altro”.

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Iniziare una frase con “tuttavia”, “ma”, “però”

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Tuttavia, ma, però sono congiunzioni che hanno valore avversativo: uniscono due parole o frasi che hanno un contenuto non solo diverso ma anche contrapposto. Iniziare una frase con queste congiunzioni spesso è ritenuto sbagliato, perché?

Per due motivi:

Motivo 1: sono congiunzioni e la loro natura è legare perciò, logicamente, non dovrebbero trovarsi dopo un punto fermo o qualunque altro segno d’interpunzione.

Motivo 2: sono avversative ed è più o meno come dire a chi legge “ehi, finora ho detto così ma adesso mi preparo a dire il contrario”.

Vediamo.

Motivo 1: la connessione rimane anche se metto un punto fermo e ricomincio con la congiunzione. Se infatti parlo e faccio una pausa di una certa lunghezza prima della congiunzione, quella pausa nello scritto diventerebbe un punto o un punto e virgola. (Sì, sto copiando me stessa; spero non sia un problema.)

Allora la questione è se io sto consapevolmente iniziando con una congiunzione avversativa oppure no; questo ci porta al

motivo 2: sono proprio sicuro di voler iniziare dicendo “ehi, finora ho detto così ma adesso mi preparo a dire il contrario”? Potrebbe non essere il modo migliore per catturare l’attenzione e l’interesse del mio lettore o ascoltatore.

Ciò che trovo in prima posizione spesso è l’elemento più importante, comunque quello che si nota di più, magari inconsciamente. Mettere una parola il prima fila, insomma, è come sottolinearla, darle maggior forza. Se inizio una frase con “tuttavia” e sorelle, sto sottolineando “tuttavia”, vale a dire una contrapposizione. Rischio allora di dare maggior importanza al contrapporre in sé che non al contenuto della frase.

Non è sempre così, naturalmente; a volte la contrapposizione fa proprio parte del discorso e il fatto di mettere un punto fermo e riattaccare con “tuttavia” è funzionale a quello che voglio comunicare. In questi casi bisognerebbe stare attenti a non abusare, perché una coordinazione eccessivamente sottolineata rende il discorso faticoso da seguire; a mio avviso, a lungo andare può anche deprimere la capacità di seguire i discorsi, ma non ho prove.

Quanto sopra riguarda la coincidenza avversativa-periodo, vale a dire il caso in cui l’avversativa è isolata dalla frase che logicamente la precede.

Se invece, caso differente, inverto l’ordine principale-subordinata – tipo “Tuttavia andrò comunque, anche se il nonno ha detto che non mi vuol vedere” – rischio di causare un po’ di sconcerto, quantomeno per la ruvidezza della frase se non per la scarsa lucidità dell’esposizione.

Continua

 

Aggiornamento.

Quanto sopra per lo scritto. Iniziare con ma o, però sarebbe da evitare dialogando con altri: equivale a dire “in realtà non m’interessa ascoltarti e capire quello che dici, io mi tengo le mie idee e anzi le contrappongo alle tue”; in questo modo il dialogo non esiste.

Nella mia regione, invece, si usa iniziare le domande con un ma anche quando non c’è un motivo apparente, una contrapposizione in atto. Lo dilatiamo, persino: ma… (Ma… come sta la nonna?) Credo che sia sottinteso qualcosa come “scusa se te lo chiedo” o “scusa se ti disturbo”. Certo, è chiaro che non c’è un’intenzione cattiva tuttavia non è bello da sentire.

Aggiornamento n. 2 qui: http://initaliano.wordpress.com/2011/03/25/dogmatismo/

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Iniziare una frase con “e”

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“E” di solito (non sempre) è una congiunzione che unisce due parole oppure frasi che hanno lo stesso rango e sono complete anche da sole.

Perché si dice che è sbagliato iniziare con “e”?

Motivo 1: è una congiunzione e la sua natura è legare perciò, logicamente, non dovrebbe trovarsi dopo un punto fermo o qualunque altro segno d’interpunzione. Esiste un mare di eccezioni.

Restando alla logica, la connessione rimane anche se metto un punto fermo e ricomincio con “e”. Se infatti parlo e faccio una pausa di una certa lunghezza prima della congiunzione, quella pausa nello scritto diventerebbe un punto o un punto e virgola. Questo ci porta al

Motivo 2: visto che serve a unire, iniziare una frase con “e” ha un effetto di frammentazione poderoso.

Per aiutare il lettore a immedesimarsi con un lavoro mentale, come un ragionamento scientifico, iniziare con “e” non è utile, proprio perché il risultato è frammentato. In un’opera narrativa, invece, dove si cerca l’immedesimazione con uno stato emotivo, questo tipo di frammentazione può essere utile e anche necessaria o indispensabile. Gli articoli di giornale si trovano in un limbo: dovrebbero essere più vicini al  processo mentale ma spesso svergolano verso lo stato emotivo.

Ad ogni modo, se si esagera con la frammentazione, altro che seguire agevolmente il filo del discorso o lasciarsi affascinare dalle parole: la sensazione che si ottiene è quasi certamente questa (attenzione all’audio).

Continua

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