Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
— L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

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Una parola muore appena detta: dice qualcuno. Io dico che solo in quel momento comincia a vivere.
— Emily Dickinson in Emily Dickinson in immagini e parole, Edizioni Ripostes (Complete Poems, LXXXIX)

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Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

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Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

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Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di Annie Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

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Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

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Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

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Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

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Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

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Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

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La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

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[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

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La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

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La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

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A volte una nuova edizione è più interessante di un nuovo libro, perché i libri nuovi, come i poveri, li abbiamo sempre con noi, mentre nuove edizioni degne di nota le abbiamo solo di rado.
— James Milne, giornalista, New York Times 1910

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Le parole, quando ci fanno torto, hanno la forza di un gigante, quando dovrebbero renderci un servigio, hanno la debolezza di un nano.
— W. Wilkie Collins, La donna in bianco (cap. 1-VIII), Oscar Mondadori 1979 (traduzione di Fedora Dei)

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Sappiamo tutti che l’aspetto peggiore dell’impiegare un linguaggio forte [aggressivo e volgare, ndt] è che ciò produce un linguaggio debole.
— G.K. Chesterton, “Keeping Old Words New”, Illustrated London News 28 agosto 1926

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In principio fu la Parola. (Non l’immagine. O il numero.)
John Lukacs, “The Reality of Written Words,” Chronicles (January 1999) 

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Il libro più prezioso che possiamo leggere, a proposito di paesi che abbiamo visitato, è quello che ci richiama alla mente qualcosa che avevamo notato, ma che non avevamo notato di aver notato.
— G.K. Chesterton, “The Strangeness of America”, Illustrated London News 2 febbraio 1924 (non è proprio sulle parole ma quasi)

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Leggere non è un atto di consumo culturale, è una conversazione.
Alain Finkielkraut, intervista con Guy Rossi-Landi sulla rivista Lire, 2 febbraio 1999, in occasione dell’uscita del suo libro L’ingratitude, conversation sur notre temps 

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«E sa cosa succede quando si dimentica il significato delle parole?
No. 
Si perde di vista la realtà. Non la si conosce più, e si rimane ingannati. Oggi le parole sono state mandate in esilio dai padroni del linguaggio, che non siamo più noi. E non va dimenticato che le rivoluzioni e i colpi di stato si fanno, prima ancora che con le armi, con le parole. Conoscere le parole aiuta a difendersi.»

Intervista al professor Ivano Dionigi su GrecoLatinoVivo (ripresa da Linkiesta)

 

 

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Sherlock Holmes, di G.K. Chesterton, parte I

Da A Handful of Authors, raccolta curata da Dorothy Collins e pubblicata da Sheed and Ward nel 1953. Il capitolo “Sherlock Holmes”, in due parti (qui, la prima), è ripreso da due articoli comparsi sul Daily News nel 1901 e nel 1907.

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G.K. Chesterton

SHERLOCK HOLMES

(A Handful of Authors, 1953)

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Il ritorno di Sherlock Holmes sullo Strand Magazine qualche anno dopo la sua morte* mette un tocco finale sulla popolarità quasi eroica di una figura la cui realtà era quai come la realtà riconosciuta di qualche antico eroe delle leggende medievali. Proprio come Artù e Barbarossa dovevano tornare, gli uomini sentivano che questo assurdo detective doveva tornare. Era emerso dall’irrealtà della letteratura per giungere alla realtà radiosa della leggenda e, a riprova di questo, ha ereditato le caratteristiche più diffuse e toccanti degli eroi leggendari: quelle caratteristiche che rendono gli uomini increduli circa la loro morte.

Esile e fantasiosa figura in un genere romanzesco che è ironico e fugace, Holmes potrebbe sembrare un soggetto troppo insignificante per una simile descrizione. E tuttavia rimane il fatto che l’eroe del signor Conan Doyle è probabilmente l’unica creatura letteraria dai tempi di quelle di Dickens che è realmente penetrata nella vita e nel linguaggio della gente e divenuta una figura come John Bull o Babbo Natale. È sorprendente accorgersi che, benché abbiamo molti scrittori la cui popolarità è testimoniata da vendite enormi e dalla discussione generale, non ce n’è praticamente nessuno, a parte Conan Doyle, i cui personaggi siano familiari a chiunque come tipi e simboli, come Pecksniff era il tipo dell’ipocrisia o Bumble della burocrazia. Rudyard Kipling, per esempio, è indubbiamente uno scrittore popolare. Se però andasse da un qualunque uomo per strada e gli dicesse che un certo problema avrebbe lasciato interdetto Strickland, il tizio ne prenderebbe nota con un’espressione in faccia molto diversa da quella che avrebbe se dicessimo che lascerebbe interdetto Sherlock Holmes. Le storie del signor Kipling danno un inesauribile piacere intellettuale ma la personalità che ricordiamo è la personalità della storia, non la personalità del personaggio. Ricordiamo l’azione, ma dimentichiamo gli attori. In nessun’altra creazione attuale, a parte Sherlock Holmes, il carattere ha successo, per così dire, nell’irrompere fuori dal libro come i pulcini fuori dal guscio. I personaggi di Dickens avevano tale capacità. Il circolo Pickwick servì solo a prepararci Sam Weller; una volta scritto il libro, Sam Weller è diventato più grande del libro. Possiamo applicare a noi stessi la sua filosofia: possiamo continuare le sue avventure nei nostri sogni.

Il fatto che Sherlock Holmes e solo lui sia riuscito a diventare familiare sia con le persone colte che con quelle incolte, e che abbia trasformato il proprio nome in qualcosa che è una parola quasi altrettanto descrittiva quanto dottor Guillotin o capitano Boycott,** comporta certe conclusioni, che per la maggior parte sono degne e rassicuranti. Il fenomeno, ad esempio, finalmente corregge molte delle ciance sciocche e insensate secondo cui il pubblico preferirebbe i libri perché sono scadenti.

Le storie di Sherlock Holmes sono ottime storie; sono opere d’arte perfettamente garbate e coscienziose. Il filo d’ironia che percorre tutte le solenni impossibilità della narrazione la pone quale brillantissima aggiunta alla grande letteratura del nonsense. L’idea che la grandezza di un intelletto si dimostri nel suo occuparsi di piccole cose anziché di cose grandi è un’originale cambio di direzione; costituisce una sorta di sbrigliata poesia del banale. Le tracce intellettuali e i punti cruciali su cui ruota lo svolgimento di ogni storia saranno magari incredibili in quanto fatti, ma sono del tutto solide e importanti in quanto logica; sono problemi quali un avvocato potrebbe trarre da due bottiglie di champagne; sono piene del tripudio della ragione. La figura del detective di Conan Doyle è, nel suo modo sregolato e irrilevante, buona letteratura.

Ora, ci sono in Londra più di novecentonovantanove storie di detective e detective di fantasia e quasi tutti sono letteratura scadente, o piuttosto non sono letteratura affatto. Se, come si suol dire, il pubblico apprezzasse i libri perché sono scadenti, non accadrebbe che l’unico detective di fantasia familiare al pubblico intero sia l’unico detective di fantasia che è un’opera d’arte.

Il fatto qui è che gli uomini comuni preferiscono certi tipi di opere, buone o cattive, certi altri tipi di opere, buone o cattive, e ne hanno pieno e ovvio diritto. Preferiscono il romanzesco, la farsa e ogni cosa che riguardi la diplomazia materiale della vita, alle delicatezze psicologiche o agli umori più segreti dell’esistenza. Siccome però preferiscono una certa cosa, preferiscono che sia buona, quando possono averla. Magari l’uomo della strada preferisce la birra alla crème de menthe, ma non ha senso dire che preferisca la birra cattiva a quella buona. Non legge George Meredith perché non vuole quel genere di libri, per buono che sia, e non lo vorrebbe per scadente che fosse. Senz’altro sappiamo che ci sono centinaia di Meredith in sedicesimo eternamente impegnati nei loro brutti ricami e nelle loro dissezioni pasticciate.

La letteratura scadente non è limitata al genere romantico. L’esercito intero di uomini della strada non arriva alla grandezza dell’esercito di giovani gentiluomini che si sentono in dovere di disprezzare l’uomo della strada. E tuttavia i sonetti di quei giovani simbolisti e i romanzi di quei giovani psicologi non si vendono come ciambelle calde nelle edicole e non vengono letti a voce alta nelle sale delle osterie. L’uomo che scrive pezzi di letteratura sulla linea di L’Egoista*** non ha il diritto di aspettarsi di essere popolare quanto Conan Doyle più di quanto un uomo che realizzi incomparabili telescopi astronomici possa aspettarsi di venderli quanto se fossero ombrelli.

parte II

(prossimamente)

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NOTE

* GKC si riferisce al romanzo The Hound of the Barskervilles (Il mastino dei Baskerville), pubblicato a puntate sullo Strand Magazine tra il 1901 e il 1902; è la prima avventura pubblicata dopo la morte presunta di Holmes alle cascate di Reichenbach, anche se le sue vicende si svolgono prima di Reichenbach. La prima vera avventura di SH dopo Reichenbach è The Adventure of the Empty House, pure pubblicato sullo Strand Magazine, ma nel 1903.

** Per noi Guillotin e Boycott sono gli eponimi di “ghigliottina” e “boicottaggio” ma in inglese sono i nomi stessi delle due cose.

*** The Egoist è un famoso romanzo di George Meredith.

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Ci sono leggi e leggi

È prova sufficiente del fatto che non siamo uno stato essenzialmente democratico il fatto che stiamo sempre a chiederci che ne faremo dei poveri. Se fossimo democratici, ci chiederemmo che ne faranno i poveri di noi.

Da noi la classe di governo sta sempre lì a dirsi: “Che leggi facciamo?”. In uno stato puramente democratico starebbe sempre a chiedersi: “A quali leggi possiamo obbedire?”. Leggi il seguito di questo post »

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G.K. Chesterton, Chiesa e Stato

Un vecchio articolo che tradussi qualche anno fa per la Distributist Review

G.K. Chesterton 

CHIESA E STATO 

(Church and State) 

G.K.’s Weekly, May 4, 1933

 

Potrebbe essere pura coincidenza, ma è uno strano fatto storico che, benché la Chiesa e lo Stato siano sempre stati in disaccordo nella maggior parte dei paesi del mondo, lo Stato non sembra mai cavarsela troppo bene senza la Chiesa.

Dai tempi in cui lo Stato era governato dall’uomo che aveva più potenza, più soldati al suo comando, fino ai tempi in cui lo Stato è governato dall’uomo che ha più denaro, la voce più forte o più giornali al suo comando, la Chiesa è stata sia un aiuto sia un fastidio per lo Stato. È stata un aiuto perché insegnava alla gente a comportarsi bene, a mantenere l’ordine sociale e a sopportare con pazienza le tribolazioni. È stata un fastidio perché insisteva che le persone che si comportano così devono essere governate con giustizia, su una base di equità sociale ed economica.

La Chiesa ha sostenuto l’autorità dello Stato ma ha posto scomodissimi limiti e definito il legittimo esercizio di quell’autorità. Lo Stato, lasciato a se stesso, si sarebbe preso tutto, [un popolo disciplinato e un’autorità senza limiti, N.d.T.] perché lo Stato è una faccenda assai più caotica della Chiesa. La sua autorità, benché possa venire da Dio, è stata stabilità con la forza o con la minaccia della forza. Ma la forza a disposizione dello Stato non è stata sempre costante o bastante. In tali casi, lo Stato è sopravvissuto e ha ottenuto la sua stabilità e organizzazione perché il popolo, istruito dalla Chiesa, ha dato valore alla sua autorità e perciò l’ha rispettata.

Ogniqualvolta si sono sentiti sicuri, i Governi hanno perseguitato la Chiesa, l’hanno derubata e hanno deriso la sua importanza per il popolo e lo Stato. Dato che la forza che spalleggia l’autorità dello Stato può essere usata per depredare, vale a dire che i lavori governativi possono sempre essere usati per far soldi, la sfera del Governo ha sempre attratto uomini avidi e privi di scrupoli così come uomini onesti e dotati di senso civico. E siccome i privi di scrupoli hanno pur sempre questo vantaggio rispetto agli scrupolosi, in genere sono loro gli alti papaveri. L’unico freno a chi cerca di farsi gli affari suoi nei governi è dato dagli insegnamenti morali della religione, della Chiesa.

È significativo che i Paesi civilizzati del mondo siano ora in uno stato di disordine economico senza precedenti, il che vuol dire che sono sull’orlo di un disordine sociale senza precedenti e che si avrà il collasso dei governi che non sapranno prevenirlo, che non riescono a governare, mentre dovunque la religione e la Chiesa sono oppresse o solo tollerate dai governi. Dove si fanno tentativi seri, su direttrici accuratamente studiate, per affrontare il caos, come in Russia e in Italia, la religione è talmente necessaria allo Stato che lo Stato stesso si propone come un dio, con la sua teoria politica come religione. In Italia, dove si è trovato che la Chiesa è troppo forte, è stato raggiunto un compromesso e la Chiesa è meglio tollerata come amica che come nemica.

La spiegazione e la sostanza di questa faccenda sono abbastanza chiare; ed essa offre una soluzione ai problemi sociali ed economici di tutto il mondo. Sfortunatamente si tratta di una soluzione sgradevole al palato degli arrivisti, i pagani internazionali che sono molto ricchi o i politici internazionali che sono molto potenti, i quali in fin dei conti hanno di mira la stessa cosa.

La soluzione si trova in due caratteristiche essenziali della natura umana, ragione e senso morale. L’uomo è un animale che ragiona. Per vivere gli è stata data la ragione, anziché l’istinto che è stato dato al resto del mondo animale. L’uomo non può vivere come vivono ratti e conigli. Quando ci prova, muore. Non ha il loro equipaggiamento. Ha un altro equipaggiamento che richiede di vivere in un altro modo. L’uomo deve considerare ogni aspetto del suo modo di vivere, come vivrà da individuo. Allo stesso modo, gli uomini devono pensare a ogni dettaglio e pianificare come vivranno insieme armonicamente nello Stato. Prima di poter elaborare un piano, individuale o collettivo che sia, devi avere dei principi di base su cui lavorare. Per essere adeguati alla natura umana, questi principi devono essere perlomeno di due tipi, fisico e spirituale, o se preferite, morale.

Dal lato fisico, devi essere consapevole dei principi che governano la produzione di cibo e carburante, mezzi di trasporto e simili, e su di essi basare la tua azione.

Dal lato morale, devi essere consapevole dei principi che governano le relazioni degli uomini l’uno con l’altro, con le loro famiglie, i loro impiegati e datori di lavoro, che cosa possono legittimamente fare l’uno all’altro e che cosa non possono fare.

La Chiesa si è sempre occupata di questa seconda dotazione di princìpi e lo Stato fino a tempi recenti è sempre stato guidato, riguardo ad essi, dalla Chiesa. Quando lo Stato ha cominciato a deridere la Chiesa, nei tempi che hanno preceduto l’attuale disordine economico e sociale, la convenienza spicciola è stata messa prima dei princìpi. Se i lavoratori minacciavano guai seri, allora (e non prima) veniva imposto un minimo di freno ai datori di lavoro che li opprimevano. Mentre sorgeva una difficoltà dopo l’altra, il Governo ha preso la via più facile e veloce per uscire dai guai, senza guardare alla giustizia. La previdenza statale, che ha corrotto tanto i lavoratori quanto i datori di lavoro, anziché una giusta remunerazione che consenta al lavoratore di provvedere alla sua famiglia in ogni circostanza; il proibizionismo in America e il divorzio facile dovunque anziché l’opportuna educazione dei giovani; la creazione di una condizione sociale in cui gli uomini dipendono dallo Stato per il pane quotidiano, anziché una in cui essi possano ottenere da sé il pane quotidiano; la distruzione del cibo anziché stabilire giusti prezzi per assicurare un reddito ai produttori; e ora il commercio obbligato, anziché giuste contrattazioni attraverso mediatori, per far rivivere un’agricoltura storpiata: tutti questi sono espedienti privi di attenzione per la giustizia o le conseguenze morali.

Ora supponete, supponete soltanto, che ogni stato avesse fatto ciò che la Chiesa ripeteva che si dovesse fare. Supponete che lo Stato avesse emanato e messo in vigore leggi contro l’“oppressione del povero” e il “defraudare i lavoratori della giusta ricompensa”, contro l’ingannare il proprio fratello negli affari, contro i profitti iniqui e usurai, contro il rigetto delle responsabilità sociali da parte dei ricchi, contro le forme di menzogna e inganno e rovina dei concorrenti, che vanno sotto il nome di “affari” e “finanza”. Qualcuno riesce a immaginare che, se si fosse fatto tutto questo, oggi ci sarebbe una qualunque forma di socialismo o comunismo o complicati meccanismi finanziari internazionali il cui prossimo collasso minaccia di ridurre alla fame poeti e contadini e pure i politici? Le grandi imprese sarebbero state impossibili, il socialismo non necessario.

Non può esserci ordine sociale o stabilità, nessun sistema funzionante, economico, finanziario o industriale, che non sia costruito in accordo con il sentimento umano del giusto e dello sbagliato, del mio e del tuo. È sempre stato compito della Chiesa formulare i principi che governano quel sentimento e le regole che da essi derivano. È per questo che, nell’ordine economico e sociale, lo Stato ha bisogno della Chiesa. E siccome un uomo deve rivolgere le sue preghiere da qualche parte, foss’anche solo alla Dittatura del Proletariato, la sua condotta nello Stato sarà determinata da questo fatto. E anche qui c’è bisogno della Chiesa. Ma questa è un’altra storia.

Potrebbe valere la pena di suggerire che lo Stato provi—come mero espediente, si capisce—la graduale applicazione di qualcuno degli elementari principi cristiani riguardo alla giustizia sociale e agli affari, nell’affrontare la crisi attuale. Potrebbero essere un po’ più efficaci di conferenze che falliscono una dopo l’altra per la mancanza di principi elementari.

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Assembramenti & C.

Ho scoperto che assembramento e assemblaggio sono parole sorelle. Sono nate a secoli di distanza e riguardano due cose diverse ma derivano entrambe dallo stesso verbo francese, assembler, che vuol dire “mettere insieme”.

Il primo termine, per la verità, dovrebbe indicare il fatto di assembrarsi, cioè il fatto che più persone si muovono e si raccolgono in uno stesso luogo. Comunemente, però, lo usiamo per indicare l’insieme di persone che si crea e, in questo senso, la parola ha vari cugini che gli somigliano:

* assiepamento e affollamento, per esempio (che sono anche dello stesso tipo: sostantivi di “moto a luogo” derivati da un verbo più il suffisso -mento, che poi vanno a indicare la conseguenza di quel moto),

* ma anche adunata, raduno, folla, ressa, calca.

Per poche persone abbiamo

* gruppetto, capannello.

Ci sono poi dei termini più pittoreschi, di uso raro o specifico, come Leggi il seguito di questo post »

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Il virus della meschinità

Ho appena sentito che, secondo una stima approssimativa, una certa organizzazione di consumatori ritiene che nei prossimi mesi ogni famiglia dovrà spendere in media duecento euro al mese per le mascherine.
Sono veramente colpita… dal livello di insipienza.

insipienza
[vc. dotta, lat. insipientia(m), comp. di in- (3) e sapientia ‘sapienza’; sec. XIV]
s. f.
* (lett.) Caratteristica di chi è insipiente | Ottusità, stoltezza.

Anziché chiedere e insistere che le autorità del caso diano alla popolazione e alle aziende dei criteri per costruire mascherine riutilizzabili e sicure, cosa possibilissima (io ne ho una, per dire), le associazioni dei consumatori si dedicano ai giochi matematici?
Caspita, stiamo messi veramente bene.

Questo poi è solo l’esempio più recente di una certa meschinità “pubblica” che ha cominciato a manifestarsi già dalla terza settimana. Ma non ho più voglia di scrivere. È una cosa del tutto inutile.

 

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