Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
—L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

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Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

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Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

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Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

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Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

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Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

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Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

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Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

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Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

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La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

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[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

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La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

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La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

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Soccomberemo 4 e poi basta

Non so se è il caso di deprimermi. Potrebbe esserlo. Sto correggendo un testo sull’agricoltura di precisione che è una delle robe più aberranti che mi sia capitato di leggere, non come testo ma per la filosofia che ci sta dietro e di cui l’autore, cosa tristissima, non mi sembra punto consapevole.

(Uno dei misteri più misteriosi della contemporaneità è che ognuno ha una filosofia e non se ne rende conto, perché è la filosofia di qualcun altro che neanche gli vuole bene.)

L’agricoltura di precisione in sé è una cosa buona: sono le tecnologie che consentono di lavorare i terreni e raccogliere i prodotti servendosi dell’assistenza di strumenti elettronici e informatici per alleggerire la parte di lavoro di campo relativa alle misurazioni, alle distribuzioni, alle decisioni sui momenti d’intervento e simili cose, oltre e più che alleggerire il lavoro fisico. Esistono per esempio software tramite i quali un satellite dice alla seminatrice del mais se la parte di campo che si sta seminando è più o meno fertile, così la seminatrice lascia meno semente o più, anziché la quantità media come si fa di solito. Esistono sistemi per la guida assistita che impediscono al trattore di passare due volte sulla stessa striscia di campo quando si cambia direzione di marcia (i campi si arano andando da un lato all’altro e poi girando sulla capezzagna e invertendo la marcia: a seconda della manovrabilità e dell’abilità del trattorista, capita che le due strisce lavorate si sovrappongano più o meno). Insomma, ci sono sistemi che rendono il lavoro meno faticoso ed è una buona cosa, visto che si tratta di un lavoro molto faticoso.

Certe descrizioni e affermazioni, però, sono al limite del ridicolo, quando proprio non ci sguazzano dentro. Un tale ha scritto che il trattorista, avendo meno lavoro mentale da fare, potrà dedicarsi ad altro. Chissà che pensa che si possa fare: scrivere un romanzo-fiume, far due chiacchiere con la fidanzata (se non ha da lavorare), prendere una laurea o più modestamente farsi una canna o due, tanto ormai sono belle che legalizzate?

La cosa davvero deprimente non è la tecnologia in sé; non è nemmeno il ridicolo di certi accademici; non è neanche l’industrialismo applicato alle piante.

La cosa davvero deprimente è che tutti pompano l’idea che la vita è da un’altra parte rispetto al momento che stai vivendo qui e ora.

Quando dico “tutti” intendo che lo pensano e pompano anche quelli che a discuterne sosterrebbero di no, che il momento presente è il solo che conta, perché il passato non c’è più e il futuro non c’è ancora (una cosa che don Giussani disse molto tempo prima di Maestro Ugwei, e forse qualcun altro l’ha detta anche prima di lui ma non ne ho idea). Sì, il momento presente è il solo che conti ma tutti vorrebbero essere altrove e spendono tanti soldi per provarci o farci provare gli altri.

Questo ci farà soccombere: non la violenza altrui ma la stupidità cosmica per cui ciò che non fai vale più di ciò che stai facendo, ciò che non hai vale più di ciò che hai e ciò che non sei vale molto più di ciò che sei.

Con questo, la serie “Soccomberemo” finisce. Non doveva essere una serie; ma poi mi è parso, fino a oggi mi pareva che potesse servire a qualcosa, perché a volte la soluzione non si riesce a trovare perché non si sa vedere il problema.

Ora, invece, vedo bene che ci vuole qualcuno che scriva di come sono belle le cose, il mondo, la terra sotto ai piedi nudi (a me piace zappettare l’orto a piedi nudi, perché è oggettivamente piacevole e non perché lo faccio senza esserci costretta), le nubi nel cielo, le ortiche e le lumache, le querce e le onde del mare, i fagiolini e le cornacchie, accendere il fuoco, intagliare il legno, il pane e la marmellata e l’arrosto e l’acqua fresca e la birra…

Personalmente, la birra non mi va giù e in generale non sono io a poter scrivere neanche delle cose che amo.

Ma posso chiedere che arrivi qualcuno capace di farlo.

Se non saremo in grado di rendere interessanti per gli uomini
l’alba, il pane e i segreti creativi del lavoro,
piomberà su tutta la nostra civiltà un affaticamento
che è l’unica malattia da cui le civiltà non guariscono.
Così morì la grande civiltà pagana:
tra cibo e circhi e dimenticanza dei lari domestici.

Dunque, qualunque cosa scegliate di fare,
non beffatevi del libro della Genesi.

Sarebbe molto meglio per voi, sarebbe molto meglio per tutti noi,
se rimanessimo così legati al libro della Genesi
da considerare la settimana
come una serie di azioni simboliche,
che ci ricordano i passi della creazione.

Sarebbe molto meglio se ogni lunedì,
anziché essere un lunedì nero,
fosse un lunedì luminoso,
per celebrare la creazione della luce.

Sarebbe molto meglio se il martedì,
parola che attualmente suona molto scialba,
rappresentasse un tripudio di fontane, fiumi e ruscelli scroscianti,
perché fu il giorno della divisione delle acque.

Sarebbe bello se ogni mercoledì
fosse l’occasione di appendere in casa rami verdi e fiori,
perché queste cose spuntarono nel terzo giorno della creazione;
o se il giovedì fosse consacrato al sole e alla luna
e il venerdì consacrato ai pesci e ai polli, e così via.

Allora cominceremmo a intuire l’importanza della settimana
e quali grandi cose
una civiltà dalla grande immaginazione
potrebbe fare in una settimana.

—Gilbert Keith Chesterton, Radio Chesterton

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Orrìlo e il cipresso

Abbiamo abbattuto un paio di vecchi cipressi pericolanti che minacciavano di caderci sulla casa. Mio padre ha tagliato le parti più grosse con la motosega, a me resta da sistemare i rami più piccoli e le fronde (ci facciamo delle fascinette che servono ad accendere la caldaia in inverno; il cipresso brucia che è una meraviglia).

Mentre stamattina sfrondavo i rami più grossi con la roncola, mi è venuto in mente Astolfo che dischioma la testa di Orrìlo per trovare il capello fatato cui è legata la vita del brigante.

Non avrei saputo dire se ero più contenta per il fatto di riuscire a usare la roncola – cosa niente affatto scontata un paio d’anni fa – o per il piacere che mi dava il ricordo del mio paladino prediletto in uno degli episodi più fantasiosi che conosco.

 

Orlando Furioso, Canto Quindicesimo

83

Al fin di mille colpi un gli ne colse
sopra le spalle ai termini del mento:
la testa e l’elmo dal capo gli tolse,
né fu d’Orrilo a dismontar più lento.
La sanguinosa chioma in man s’avolse,
e risalse a cavallo in un momento;
e la portò correndo incontra ‘l Nilo,
che rïaver non la potesse Orrilo.

84

Quel sciocco, che del fatto non s’accorse,
per la polve cercando iva la testa:
ma come intese il corridor via tôrse,
portare il capo suo per la foresta;
immantinente al suo destrier ricorse,
sopra vi sale, e di seguir non resta.
Volea gridare: – Aspetta, volta, volta! –
ma gli avea il duca già la bocca tolta.

85

Pur, che non gli ha tolto anco le calcagna
si riconforta, e segue a tutta briglia.
Dietro il lascia gran spazio di campagna
quel Rabican che corre a maraviglia.
Astolfo intanto per la cuticagna
va da la nuca fin sopra le ciglia
cercando in fretta, se ‘l crine fatale
conoscer può, ch’Orril tiene immortale.

86

Fra tanti e innumerabili capelli,
un più de l’altro non si stende o torce:
qual dunque Astolfo sceglierà di quelli,
che per dar morte al rio ladron raccorce?
– Meglio è (disse) che tutti io tagli o svelli: –
né si trovando aver rasoi né force,
ricorse immantinente alla sua spada,
che taglia sì, che si può dir che rada.

87

E tenendo quel capo per lo naso,
dietro e dinanzi lo dischioma tutto.
Trovò fra gli altri quel fatale a caso:
si fece il viso allor pallido e brutto,
travolse gli occhi, e dimostrò all’occaso,
per manifesti segni, esser condutto;
e ‘l busto che seguia troncato al collo,
di sella cadde, e diè l’ultimo crollo.

 

TRADUZIONE

Finalmente, dopo mille colpi, lo colse con uno al collo, sotto al mento; fatti volar via la testa e l’elmo, Astolfo scese da cavallo più svelto di Orrìlo, attorcigliò i capelli insanguinati sulla mano e risalì a cavallo in un momento, portandosi la testa verso il Nilo, perché Orrìlo non la potesse riprendere.

Lo stolto ladrone non se n’era accorto e cercava la sua testa brancicando nella polvere; quando però sentì il cavaliere che si allontanava, portandola con sé nella foresta, subito risalì sul proprio cavallo e cominciò a inseguire Astolfo senza posa. Avrebbe voluto gridare: Aspetta, fermati! ma il Duca [è il titolo di Astolfo] gli aveva portato via la bocca…

Siccome però non gli ha portato via anche le gambe, confida di raggiungerlo e corre a briglia sciolta. Rabicano, corridore meraviglioso, [Rabicano è il cavallo di Astolfo] lo distanzia di molto, mentre Astolfo esamina il cuoio capelluto per capire se riesca a riconoscere il capello fatato che mantiene l’immortalità di Orrìlo.

Solo che i capelli sembrano tutti uguali; e allora, quale scegliere di tagliare per uccidere il ladrone immortale? [Astolfo sapeva del capello fatato da un libro d’incantesimo che si portava sempre dietro, ma il libro non spiegava come riconoscere detto capello] – Sarà meglio, pensa, che io li strappi o tagli tutti quanti – ma non avendo né rasoi né forbici con sé, ricorre alla spada, che taglia proprio come un rasoio.

E tenendo la testa per il naso, comincia a raderla dietro e davanti. Così arriva a tagliare anche il capello del fato. Allora il volto di Orrìlo diventa pallido e brutto, strabuzza gli occhi e mostra in maniera evidente di essere giunto alla fine; e il corpo decapitato che inseguiva Astolfo cadde da cavallo e piombò a terra con un ultimo fremito.

 

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Perché continuo a leggere Chesterton

Ho cominciato a leggere i libri di Chesterton come cominciano quasi tutti qui da noi, vale a dire con i racconti di padre Brown e quelli del Club dei mestieri stravaganti. Facevo l’università e per anni ho continuato a leggere solo le raccolte di padre Brown, senza interessarmi se ci fosse dell’altro.

Qualche anno fa, scopersi che c’era molto altro, tramite un blog che oggi non è più attivo, “OSTERIA VOLANTE: contro il logorio della vita (post)moderna”. A causa di quello lessi appunto il romanzo L’Osteria Volante e poi Le avventure di un uomo vivo, traduzione di Emilio Cecchi, che è anch’esso un romanzo ed è l’unico libro tra i mille che ho letto ad avermi fatto venire le lacrime per il fatto che qualcuno l’avesse scritto – per dire la potenza con cui mi ha colpito.

Da quel blog arrivai anche al blog della Società Chestertoniana Italiana, che si chiama “G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo” (si può capire che ‘sto uomo vivo è qualcosa d’importante) e lì rimasi particolarmente intrigata dalla Scuola Libera Chesterton e dalla filosofia economica detta “distributismo”.

Così ho continuato a frequentare Chesterton, passando dalla narrativa ai saggi e aggiungendo alla lettura la traduzione. Ho anche conosciuto vari suoi amici, tra cui Hilaire Belloc e i miei consoci della SCI.

Come mai continuo a leggerlo e a tradurlo; o meglio, rispondendo a una domanda espressa (eravamo al XIV Chesterton Day), qual è l’eredità di Chesterton che trattengo, è scritto qua:

L’eredità di Chesterton secondo Umberta Mesina 

 

 

 

 

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A sorpresa, stavolta sì

Trasecolo nel sentire che in Gran Bretagna i giovani hanno votato per rimanere e i vecchi per andarsene e questo sarebbe la dimostrazione di conservatorismo e paure da parte dei vecchi.

La Gran Bretagna entrò ufficialmente nella comunità europea nel 1972.

Anche volendo considerare “giovani” tutti i nati dal 1972 in poi e “vecchi” quelli nati fino al 1971 – che è assurdo, ma ci serve per la discussione – si vede bene che i “giovani” hanno votato per mantenere la sola cosa che conoscevano, lo status quo di tutta la loro vita.

Sono i “vecchi” ad aver affrontato il voto con il possibile paragone di due situazioni.

Non i giovani, i vecchi.

Ciò non vuol dire che l’abbiano fatto tutti, ovviamente, ma che lo potevano fare, mentre i più giovani no.

I giovani hanno deciso di conservare quello che hanno sempre conosciuto (e sarà sintomo di paura solo per i vecchi? che diamine, un po’ di serietà), quello che risulta comodo o si illudono possa risultar comodo, quello che comunque non ti pone davanti a una novità con cui fare i conti.

 

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A sorpresa?!

Se c’è una cosa che sicuramente la Brexit ha messo in evidenza è l’idiozia sentimentale con cui generalmente si affronta la realtà. Ovviamente l’ha messa in evidenza attraverso le parole usate.

Lasciamo perdere le Borse, che non sono una cosa seria: come diamine fai a fidarti di qualcosa che va in fibrillazione, si esalta o si deprime come una donnetta isterica? Per le Borse l’idiozia sentimentale è la modalità quotidiana, non ci perdo tempo.

Dire però che l’uscita è “a sorpresa”, che è “scioccante” o “inattesa” significa non aver ascoltato nemmeno quei pochi telegiornali che ho ascoltato io e aver voluto credere solo ciò che faceva comodo o che pareva “corretto”.

Dieci giorni fa il Leave era in testa nei sondaggi e poi è andato in testa il Remain per ragioni emotive: quando qualcuno perde la vita per qualcosa, sia pure senza volerlo, l’effetto di trascinamento c’è sempre. Siccome però è un trascinamento basato sulle emozioni, ne consegue che non è affidabile: se il giorno del voto l’emotivo si sveglia con la luna di traverso, a votare non ci va, punto.

Addirittura non è prevedibile neanche l’esito dopo attentati terroristici, che di emozioni ne suscitano senz’altro e che hanno direttamente a che fare con i governi: quelli di Ankara rafforzarono Erdogan ma quelli di Madrid fecero perdere le elezioni al governo uscente, che era sulla via di vincerle; anche se in quel caso credo che abbia avuto gran peso la falsa accusa ai separatisti baschi. Figuriamoci se è prevedibile l’esito in caso di faccende che con i governi direttamente c’entrano poco come questa.

Oltre a questo, è sconcertante sentire come ognuno fomenti le proprie paure, o magari le paure altrui, e argomenti di conseguenza. Lo facevano prima del voto, lo fanno dopo.

Poi ci sono quelli che mettono il carico di zucchero. La nostra epoca è fissata con gli zuccheri, chissà perché. Mi ha colpito molto un giornalista che sta a Londra da vent’anni, con la famiglia, e che ha detto di sentirsi un po’ meno a casa stamattina: mai sentita una cosa tanto stucchevole. Io sono stata capace di non sentirmi a casa perfino a casa mia, però non era certo per motivi di leggi e trattati! Con chi diamine parla, di solito, quello lì?

(Detto questo, il risultato del referendum non è vincolante, è comunque il Parlamento che decide. Vedremo come si comporterà il Paese che si picca d’avere inventato la democrazia rispetto al desiderio della maggioranza assoluta, benché scarna, dei suoi cittadini. Hai visto mai che il dio Quattrino vinca pure stavolta? Perché per chi ha potere è una questione di quattrini, mica di ideali e libertà e vita responsabile.)

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Esenzione dalla denuncia dei redditi sotto gli 8.000 euro?

Ancora l’altra sera qualche politico in tv diceva che se uno ha percepito meno di 8.000 euro nell’anno d’imposta non deve presentare la denuncia dei redditi.

È vero? L’ho sentito spesso ma a me non risulta che sia esattamente così.

Limite di 8.000 euro

In realtà il limite di 8.000 euro vale solo per le condizioni seguenti, che si devono verificare tutte insieme (non è un elenco di punti indipendenti):

lavoro dipendente, o assimilato al lavoro dipendente,
che sia stato svolto per un solo datore di lavoro 
per almeno 365 giorni

(non so come si possano considerare “almeno” 365 giorni in un anno; probabilmente è solo una forma numerica per indicare l’intero anno indipendentemente da feste e ferie).

Non c’è male, vero? Da una frase che sembrava un assoluto roccioso ricaviamo… un sassetto. Rimangono fuori vari tipi di reddito, di rapporti lavorativi e di circostanze. E sono circostanze assai più probabili di “almeno 365 giorni in un anno”.

Ammettiamo che le condizioni siano soddisfatte. In questo caso, è vero che presentare la dichiarazione dei redditi non è obbligatorio.

Vorrei però sottolineare due cose:

a) in questo caso e in qualunque altro, non dover presentare la dichiarazione non significa che “non si devono pagare le imposte”: le ha già pagate il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, operando la ritenuta d’acconto; l’esonero è dovuto al fatto che la ritenuta copre l’imposta totalmente;

b) non solo: la ritenuta d’acconto potrebbe perfino essere maggiore dell’imposta dovuta e allora sarebbe opportuno presentare comunque la denuncia dei redditi (anche se non è obbligatoria) per poter chiedere il rimborso del credito d’imposta; non hai diritto al rimborso se non hai presentato la dichiarazione.

Conclusione.

Cercate il CAF più vicino e fatevi aiutare.

I CAF costano, ovviamente. Però spendere 40 euro per riprenderne 200 può ancora andar bene. Bisogna riflettere sulla cosa e fare due calcoli ma è meglio se i calcoli te li fai fare da chi ne capisce di più.

Non state a sentire quel che dicono del fisco i politici in tv: non ne capiscono niente, esattamente come qualunque altro cittadino che non si occupi di fisco per lavoro.

Oltre a questo, certuni non ritengono degno di esistere il lavoro diverso da quello dipendente, per questo parlano sempre e solo degli 8.000 euro.

A me ovviamente i conti non tornavano perché, come non-dipendente (quando ero dipendente, non me ne preoccupavo, ci pensava l’ufficio fiscale), il mio limite è più basso di 8.000.

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2 giugno e suffragio universale

Alla parata del 2 giugno mi commuovo sempre, anche solo a vederla in tv.

Ma le fesserie sul suffragio universale mi preoccupano.

Il suffragio universale non significa che votano anche le donne mentre prima votavano solo gli uomini, ’sti bastardi.

Il suffragio universale significa che votano tutti i cittadini, maschi e femmine, indipendentemente dalle proprietà e dagli studi che hanno. Perché prima del suffragio universale votavano i possidenti, anche nella democraticissima Inghilterra. Poi hanno aggiunto quelli con la licenza elementare… C’è voluto un po’ per arrivare al suffragio universale maschile, ancora un po’ di più per giungere a quello femminile. Ma l’essenza del suffragio universale non è nella non discriminazione maschi-femmine.

suffragio

[vc. dotta, dal lat. suffragiu(m), da suffragari ‘votare’. V. suffragare; av. 1342]

  1. m.

1 Voto per elezione | Suffragio universale, estensione del diritto di voto a tutti i cittadini, uomini e donne, senza vincoli di carattere economico o culturale, a partire da una determinata età | Diritto di suffragio, elettorale.

[…]

 

Mi chiedo a chi faccia comodo (deve far comodo a qualcuno, se no mica si spiega) continuare a riproporre questa frattura tra maschi e femmine. Anche la povera ragazza morta a Roma viene usata per questo in maniera vergognosa. Forse non ci sarà tantissima differenza, per un genitore, pensare che la figlia ha sofferto chissà quanto, prima di morire, perché comunque è morta. Ma io direi che debba esserci differenza per tutti (non solo per lei o per i genitori) tra l’essere stata arsa da viva e l’essere stata arsa da morta. Si chiama verità.

Ho come l’impressione che della verità non gliene importi niente a nessuno.

 

Enciclopedia Treccani, Diritto di voto

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