Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
—L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

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Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

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Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

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Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

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Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

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Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

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Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

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Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

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Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

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La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

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[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

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La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

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La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

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I fatti nascondono

– I fatti – mormorò Basil come se parlasse di strani e lontani animali – i fatti come fatti oscurano la verità. Io posso essere uno sciocco – e in realtà sono un po’ fuori di testa – ma non ho mai creduto a… come si chiama il protagonista di quelle clamorose vicende? – Sherlock Holmes. Ogni dettaglio ci conduce a qualcosa, certo; ma in generale ci conduce alla cosa sbagliata. I fatti ci conducono in tutte le direzioni, mi sembra, come le migliaia di ramoscelli di un albero. È solo la vita dell’albero che possiede un’unità e che sale; è soltanto il sangue verde che sgorga, come una fontana, verso le stelle (“Il Club dei Mestieri Stravaganti”, p. 23 ed. Leardini)

 

Settembre 2017. Luigi Di Maio è l’unico candidato a guidare il governo (e a diventare capo politico) per il Movimento 5 Stelle che si accinge a fare le primarie online. Questo è un fatto. Ma che cosa significa il fatto? Di Maio è il solo che ci ha messo la faccia, incontestabilmente;  ma perché solo lui?

Perché è stanco di vivere tranquillo. 

Perché è il solo con la schiena abbastanza dritta.

Perché è avido di potere e gli altri no.  

Perché è tutta una finta per gabbare la gente: in realtà c’erano altri candidati ma sono stati nascosti.

Perché la gente si riempie la bocca di slogan e frasi fatte, come “democrazia diretta”, ma non ha la minima intenzione di farsi il culo, quello lascia che se lo facciano gli altri, salvo poi metterli in croce quando inevitabilmente sbagliano.

Perché…

Ecco, i fatti non possono dirci il perché delle cose, neanche il perché di sé stessi. Per questo Chesterton dice che i fatti nascondono la verità. Sono ostinati come dice Bulgakov, e anche questo è incontestabile; ma non sono né autoesplicativi né eteroesplicativi (cioè non spiegano né sé stessi né altre cose o fatti).

Degli zucconi omertosi, ecco che cosa sono.

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Parole da evitare: femminicidio

Questa non è solo una parola che evito. Questa è una parola che chiunque dovrebbe evitare attivamente.

Fino all’altroieri avrei detto che era da evitare perché, per come è usata, non significa niente; io non ho nemmeno bisogno di evitarla perché non mi verrebbe mai in mente di usarla.

Oggi dico che va evitata perché distrugge la capacità di osservare la realtà; e lo dico perché ne ho avuto la dimostrazione lampante nelle parole di una donna che è presidente di non so che associazione che aiuta le donne vittime di violenze, la quale al telegiornale di domenica (o era sabato? dovrò cominciare a girare con un taccuino per gli appunti…) ha detto che “gli uomini uccidono le donne perché sono donne”.[1]

Be’, no, gentile signora, questo non è vero. Le è sfuggito un particolare fondamentale e posso solo pensare che ciò sia avvenuto a causa dell’uso cretino di una parola che, per il suono e gli elementi costituenti, indica una certa cosa mentre voi pretendete di usarla per indicarne un’altra. È una specie di magia.

 

Gli uomini in genere non uccidono le donne perché sono donne. Gli uomini in genere uccidono le donne perché non sono le LORO donne. Sempre ne sono attratti perché sono donne; ma in genere le uccidono perché sono donne che non li vogliono. Basta ascoltare un po’ di cronaca per rendersi conto che è così (= capacità di osservare la realtà).

Le uccidono perché li hanno lasciati, e dunque non sono più le loro donne. Le uccidono perché hanno un certo grado di libertà che essi non tollerano, in quanto le rende meno loro. Le uccidono per motivi psicologici poco chiari, che però c’entrano sempre col fatto dell’abbandono. In qualche raro caso le uccidono perché sono delle insopportabili megere. Non è vero infatti che tutte le vittime di qualunque tipo siano brave persone meritevoli di tenerezza, come una certa narrazione superficiale tende a farci credere (basta pensare che se qualcuno uccide un coetaneo, la vittima è un ragazzo o ragazza, mentre l’omicida è sempre caratterizzato come adulto… e siamo infine arrivati all’idiozia di definire “giovanissime” le vittime ultratrentenni).

 

Ma consideriamo solo le donne uccise per senza essere delle megere. Resta il fatto che non sono state uccise in quanto semplicemente donne, ma perché per l’assassino non erano “la mia donna”.

Ricordo un solo caso, in tanti anni che sento usare questo termine, in cui un uomo ha effettivamente accoltellato delle donne solo perché erano donne, ed è un caso recentissimo: è avvenuto qualche settimana fa, per strada, uno sconosciuto contro delle sconosciute. L’ha detto il telegiornale, ma solo una volta e ovviamente non l’ha definito “femminicidio”, mentre era uno di quei rari casi in cui la parola avrebbe avuto un senso.

Ce n’è un altro, di casi simili, ed è l’aborto selettivo delle femmine ma da noi non usa – qui selettivamente si abortisce per altri motivi, non per il sesso – e nessuno ne parla.

Normalmente, in genere, di solito, i “femminicidi”, nel senso degli uccisori,[2] non se la prendono con altre donne se non quella che hanno perduto. Solo una volta ricordo che uno ha ucciso anche un’amica della ex moglie. Un’altra volta, una ragazza è rimasta uccisa per difendere la sorella, ma non possiamo dire che l’assassino fosse andato a cercare lei. È vero che io non ricordo i nomi di persone e città che vengono detti né le testuali parole, ma le vicende invece sono in grado di ricordarle ad anni di distanza. (Purtroppo, senza nomi, non è facile e a volte neanche possibile rintracciare le vicende. Dal che possiamo dedurre l’importanza di avere a disposizione i nomi giusti. Devo proprio farmi un taccuino.)

È raro che un “femminicida” uccida diverse dalla “non-mia” e in genere ci sono motivi collaterali se lo fa.

 

Ora, ho detto che è una specie di magia. Ma dov’è la magia? Nella nostra testa. Le parole danno forma al pensiero: chiunque l’abbia detto per primo, era uno che sapeva quel che diceva.

Se sentiamo una parola come “femminicidio”, pensiamo che sia l’uccisione di una donna. Ci hanno insegnato che le donne non bisogna chiamarle “femmine”, però all’asilo e ancora a scuola ci dividevamo in “maschi e femmine”, quindi abbiamo chiaro che in fin dei conti le donne sono femmine, anche se non tutte le femmine sono donne, ovviamente. Così, quando sentiamo una parola del genere, il nostro cervello ha subito chiaro che significa l’uccisione di una donna. Non è come “omofobia” che di suo significa l’esatto opposto di ciò che vuole significare; il “femminicidio” può essere solo l’uccisione di una femmina umana perché non si usa -cidio per gli animali.

Chi la usa, però, non la intende così. Chi usa questa parola intende con essa un particolare tipo di uccisione di donna. Per questo nessuno parla di “femminicidio” se un pazzo attacca delle donne perché sono donne o se in qualche Paese straniero le bambine vengono abortite selettivamente.

E qui si aprono due possibili scenari, come dicono da qualche parte.

Uno scenario è che riusciamo a mantenere separato il significato apparente del termine da quello velleitario – non posso dire “convenzionale” perché tutto il linguaggio è convenzionale; passi per i nomi neutri ma l’impegno per dare a un termine il significato che evidentemente non ha, solo velleitario lo posso definire.[3]

L’altro scenario è che avvenga nel cervello di chi ascolta un cortocircuito, per cui si comincia a pensare che il “femminicidio” è l’uccisione di una donna perché è una donna. Giusto ciò che è accaduto a quella signora di cui dicevo prima. Se è accaduto a lei, che ne vede ogni giorno, figuriamoci agli altri.

 

Se si comincia a pensarla così, allora le donne cominciano anche a pensare che tutti gli uomini siano dei potenziali assassini, il che non è vero. Da un punto di vista assoluto, naturalmente, tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono dei potenziali omicidi, perché non sai mai che cosa ti può succedere finché sei vivo e magari capiterà che ti trovi ad ammazzare qualcuno. Da un punto di vista relativo, la maggior parte delle persone, maschi o femmine, non ucciderà mai nessuno, così come la maggior parte delle persone non ha mai ucciso nessuno in tutta la storia del mondo. In più, bisogna considerare che un assassino non è semplicemente un omicida: un assassino è uno che è andato lì con la precisa volontà di uccidere, mentre l’omicidio è genericamente l’uccisione di un essere umano, che può anche essere involontaria.[4] Non ci sono elementi reali per pensare che tutti gli uomini, nel senso di esseri umani di sesso maschile, siano potenziali assassini.

Se le donne cominciano a pensare così, però, siccome sono le donne che fanno gli uomini (in tutti i sensi), gli uomini da parte loro cominceranno a sentirsi un peso sulle spalle, che diventerà via via più vero e più pesante.

Risultato: una sempre maggiore divisione tra uomini e donne; ma forse è meglio dire “tra maschi e femmine”, perché a lungo andare non ci sarebbero più uomini e donne degni del titolo; rimarrebbe solo il dato biologico, che è impossibile da eliminare.

Fino all’altroieri intuivo che potesse finire così ma avevo una certa fiducia nella sanità mentale del popolo umano.

Dopo aver sentito quella signora, ho capito che forse la mia fiducia non è tanto ben motivata. Le parole agiscono anche senza che ce ne rendiamo conto, altrimenti non si spiega che una in quella posizione lì debba essersi fatta un’idea tanto sbagliata.

 

Oddio, una spiegazione c’è, ed è la medesima che giustificherebbe l’invenzione della parola stessa: potrebbe essere una cosa voluta. Quella signora non mi pareva un genio del male. Rispetto a chi ha inventato il termine, però, non mi posso pronunciare, perché non so chi sia e potrebbe essere tanto un ignorante da Oscar quanto un professor Moriarty della manipolazione verbale.

Non conoscendo la causa, non starò a perderci tempo. L’effetto però è sotto gli occhi di tutti; nelle orecchie, per la verità, ma chi sono io per buttare nel cestino una metafora dei nostri padri?, come direbbe Dickens.

Quel che sicuramente posso fare è evitare di usare questo termine. E dire il perché.

_________________

[1] Le virgolette “ ” non indicano una citazione testuale ma sostanziale; per una citazione testuale userei le virgolette a caporale « », ma io sono normalmente incapace di ricordare le parole testuali.

[2] Femminicidio al plurale diventa femminicidii o femminicidî; ultimamente la pigrizia ci ha fatto cassare queste forme in favore di femminicidi; questo però è anche il plurale di femminicida. Ne possiamo dedurre che l’ortografia qualche volta ha una funzione specifica, oltre ad essere un fatto estetico.

[3] Velleità al massimo grado è proprio la parola “omofobia” che citavo prima. In origine homophobia indicava l’irrazionale paura di essere considerati finocchi (che in inglese si dice homo, come abbreviazione di homosexual) mostrata da certi uomini; la inventò uno psicanalista americano che aveva notato questa stramba paura. Non so se lo psicanalista fosse solo ignorante, non essendo un grecolatino, o volesse indicare che non era una cosa da prendere troppo sul serio: infatti, è come se in italiano dicessimo “gattofobia” anziché ailurofobia per indicare che uno ha paura dei gatti; lo dici a livello colloquiale, non certo come termine scientifico! Sta di fatto che, secondo le regole corrette dell’etimologia grecolatina, la sua parola significa “paura irrazionale di ciò che è uguale”, non “paura irrazionale di chi è diverso”, come poi qualcuno ha preteso di usarla. Quando la convenzionalità (che nel linguaggio è inevitabile) viene spinta all’estremo diventa velleità. E crea una gran confusione.

[4] Per questo la legge parla di omicidio volontario, preterintenzionale, colposo; sono tutte sfumature che dipendono dalla volontà o meno di uccidere.

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Scheletri, fosse comuni, pregiudizi e preconcetti

C’è una differenza sottile tra preconcetto e pregiudizio. Lo Zingarelli la mette così:

pregiudizio – preconcetto – prevenzione

Un’idea o un’opinione errata, anteriore alla diretta conoscenza di determinati fatti o persone, fondata su convincimenti e luoghi comuni e non su un giudizio obiettivo e consapevole, si chiama pregiudizio. Il preconcetto, che pure è una persuasione che ci si forma su qualcosa o su qualcuno prima di conoscerli direttamente e che impedisce giudizi sereni, si distingue da pregiudizio perché basato non su opinioni correnti ma su valutazioni proprie. Prevenzione aggiunge al giudizio preventivo anche un’anticipata disposizione negativa nei confronti di una persona.

– e personalmente ho l’idea che la metta al contrario; ma ovviamente potrebbe trattarsi di un’idea preconcetta.

Accettiamo la definizione dello Zingarelli. L’importante è tenere a mente che uno dei due termini riguarda un’opinione che ti formi da te senza avere tutti gli elementi necessari (per lo Z. è il preconcetto), mentre l’altro indica un’opinione che prendi bell’e fatta da qualcun altro (per lo Z. è il pregiudizio).

Ieri mi è capitato un raccolto di pregiudizi & preconcetti molto particolare. Una parte è vecchia, per la verità; ma l’altra parte è davvero inconsueta. Cominciamo da qui.

 

La Bradamante del nord

Si è scoperto di recente che lo scheletro di un guerriero ritrovato un centinaio d’anni fa nel sito archeologico di Borka (Svezia) non è di un uomo ma di una donna. Che sia un guerriero ovviamente si capisce dal corredo funebre. Per capire che è una donna, però, hanno fatto l’analisi del dna.

Doveva essere ridotta proprio male, la signora, se non l’hanno riconosciuta a colpo d’occhio.

In effetti non stava benissimo, no, ma il punto non è questo. Semplicemente, per oltre cento anni nessuno ci ha mai guardato. Hanno dato per scontato che fosse un uomo. Anzi, pare che questa tomba sia considerata un modello di sepoltura di capi guerrieri vichinghi. Ovviamente maschi.

Qui entrano in gioco un pregiudizio e un preconcetto.

Il preconcetto ha impedito a chiunque, fino al 2016, di guardare il corpo in maniera da farsi nascere una domanda. Di solito, uno scheletro maschile si distingue da uno femminile grazie al bacino. In questo caso però potevano esserci problemi per vederlo bene. Ma in gran parte ciò che ha funzionato è stato un preconcetto: sono gli uomini, quelli che combattono per mestiere, non le donne. È un preconcetto basato su dati di realtà, però è comunque un preconcetto.

A un certo punto, nel 2016, una studiosa si è accorta che alcuni tratti morfologici erano femminili. Allora qualcosa da vedere c’era! Non so se avesse solo lo sguardo limpido o se cercasse conferma a una sua teoria – visto che le cronache antiche parlano di donne guerriere vichinghe e molti ne cercano conferme da un pezzo – ma lei ha guardato e ha visto. Dopo di che, ha sentito la necessità di usare tutti gli strumenti a disposizione per confermare ciò che aveva visto. E lo strumento reputato più potente, oggi, è l’analisi del dna.

Il pregiudizio – grave, perché è un problema di metodo – è quello che sta inducendo in tentazione tanti, in questo momento: la generalizzazione.

Che si tratti di un guerriero è chiaro. Che sia una donna ormai è provato al di là di ogni dubbio (a meno che non vogliamo pensare a una truffa; ma che scopo avrebbe?). Che questa sia la prova che le donne guerriere tra i vichinghi erano chissà quanto frequenti, ebbene, semplicemente non è vero. Non è sufficiente questa donna a provare una realtà generale: una rondine non fa primavera e una guerriera non fa un esercito. Poteva essere un’Aigiarne del nord, una Bradamante dei vichinghi, insomma, un’eccezione. Anche se molte cronache parlano di donne guerriere tra i vichinghi, non è sufficiente averne trovata una. Bisogna andarsi a guardare anche tutti gli altri scheletri già trovati e osservare senza preconcetti e pregiudizi tutti quelli che si troveranno d’ora in poi.

Potrebbe anche gironzolare un terzo pregiudizio, cioè che i vichinghi fossero chissà che razza avanzata perché le loro donne combattevano, anziché starsene chiuse in casa come le povere sfigate del sud. In tal caso, a parte che chiaramente non conoscete molte donne cristiane dell’epoca medievale, se pensate che se ne stessero chiuse in casa nel senso che diamo noi all’espressione (e non mi riferisco a Jeanne Hachette, che si trovò in una situazione estrema), vorrei far presente che a me non pare chissà che prova di civiltà andarsene in giro a scannare gente disarmata per fare bottino, come usavano i vichinghi, maschi o femmine che fossero. A voi sì? Combattere per difendere la propria casa o patria, va bene. Combattere per rubare o per soggiogare altri popoli o tribù, no. O vi pare che vada bene? Anche qui c’è in ballo un pregiudizio, perfino buono, che però deve diventare un giudizio.

 

Le fosse comuni

Qual è la definizione di fossa comune?

La so, la so! È una buca in cui i nazisti e altri simili criminali di guerra buttano i cadaveri delle persone che hanno sterminato.

No, non è così, ma grazie per aver partecipato.

Una fossa comune è una sepoltura che contiene i corpi di più persone insieme. Punto. La nostra idea che la fossa comune sia relativa a crimini di guerra è un preconcetto,  basato su dati molto parziali.

Le fosse comuni dei campi di sterminio sono un caso particolare di fossa comune, ma non sono il solo né il primo e tantomeno la versione modello. Semplicemente sono l’unico che conosciamo perché siamo generalmente piuttosto ignoranti, specie su ciò che non ci garba molto. Pensare alle tombe non è una delle attività preferite dall’Homo ludens.

Le sepolture comuni non sono (chiedo scusa) molto comuni, ma non sono illegittime nella pratica cattolica. Si è sempre preferita la sepoltura individuale e possibilmente con il nome, come segno di rispetto; esistono però situazioni in cui la sepoltura individuale non è praticabile. I casi più frequenti sono quelli di grandi mortalità per epidemie, ma sono esistite anche sepolture comuni per i poveri, anche se spesso erano più un frutto dell’illuminismo che del cristianesimo.

A Napoli c’è n’è un esempio visitabile, anche se ora non è più in funzione: è il cimitero dei poveri a Poggioreale, detto Cimitero delle 366 Fosse. Si chiama così perché c’erano 366 fosse comuni, una per ogni giorno dell’anno, inclusi i bisestili. I poveri venivano sepolti in queste fosse, senza nome (una caratteristica normale delle fosse comuni), e i parenti sapevano quale era la fossa perché sapevano in che giorno la persona cara era stata seppellita. Potevano anche riconoscerla a vista, ovvio, ma non certo dal nome, perché il nome non c’era.

I poveri non erano contenti di esser messi nell’illuminato cimitero di Poggioreale, ma erano poveri e non potevano farci niente.[1] Questo non vuol dire che venissero buttati dentro come carogne di animali: avevano i riti funebri e venivano calati dentro, non buttati. Quel che abbiamo visto nei documentari sui campi di sterminio – e che riguarda anche le azioni dei liberatori: io non avrei mai e poi mai mosso i cadaveri in quel modo, a costo d’impiegarci l’esercito per un mese; c’era la guerra, forse non potevano far meglio – riguarda i campi di sterminio, non le fosse comuni in quanto tali. Quel che non piaceva ai poveri di Napoli come non piacerebbe a noi è l’idea di esser messi lì senza un nome a ricordarci a chi verrà dopo.

Ma torniamo alle sepolture comuni per i poveri. È sicuramente un contesto povero, in Europa, un insieme di bambini orfani o abbandonati & suore cattoliche in un paese protestante o in un paese povero di suo.

Così, se si scopre una fossa comune in un orfanotrofio di suore cattoliche, sia esso in Irlanda o in Scozia, la notizia in sé può risultare scandalosa solo per degli ignoranti cronici come siamo generalmente noi. Non c’è per forza qualcosa di scandaloso. Mi azzardo a dire che non c’è e basta. Un titolo come “Scoperta fossa comune in orfanotrofio in Irlanda (o Scozia)” può servire ad attirare ma quelli che si sono inventati particolari scandalosi poi hanno dovuto chiedere scusa, anche se è quasi miracoloso che l’abbiano fatto.

Se hai una mortalità elevata e poco terreno a disposizione, come risolvi la questione? Cremando i corpi, cosa che non è mai stata costume dei cattolici e fu anche vietata espressamente per un centinaio di anni tra metà Ottocento e metà Novecento, oppure facendo una fossa comune. Ciò che conta  è sapere chi ci hai messo e quando (ci sono i registri per questo) e che la salma sia accompagnata con i riti del caso e il defunto ricordato quando è il momento. Si potrebbe discutere se venisse scelta la sepoltura comune quando c’è la possibilità di fare altrimenti, ma anche in quel caso andrebbero valutate le ragioni. Che c’è da scandalizzarsi come donnette? Ma in ogni caso è un pregiudizio assurdo pensare che delle suore possano buttare bambini morti dentro una buca come se fossero scarti.

Il guaio è che i sacramenti non si vedono, gli scheletri sì. E a noi, che abbiamo paura della morte tanto quanto della vita, gli scheletri fanno un po’ paura. Allora li esorcizziamo mettendoli nei musei (ma non li guardiamo) o scandalizzandoci di cose che non meritano alcuno scandalo.

 

P.S. Ci sono anche stati casi di cui scandalizzarsi. Qui per esempio si può leggere la situazione di certe sepolture a Londra alla metà dell’Ottocento: i ricchi nei bei cimiteri fuori città, i poveri nelle cripte accanto alle chiese dentro la città. L’autore, americano, si scandalizza proprio come tanti benpensanti di oggi, ma si scandalizza più che altro della speculazione che si faceva sulle sepolture: quando trovi i corpi non seppelliti ma lasciati nelle bare accumulate l’una sull’altra e scopri che, per farci entrare altre bare, i resti precedenti venivano portati via a carrettate e scaricati nel Tamigi… eh, questo è un po’ più sgradevole di una fossa comune in cui rimani coperto e sepolto e chi ti ci ha messo sa benissimo che sei lì e non ci guadagna niente. Infatti l’autore non parla di orfanotrofi cattolici.

 

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[1] Matilde Serao, Il paese della cuccagna.

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L’ironia e come riconoscerla

No, non è vero, stavolta ho esagerato: riconoscere l’ironia non è facile per niente. A me ci son voluti decenni, non scherzo.

È anche una faccenda complicata per il cervello. Talmente complicata che ormai molti cervelli ci rinunciano del tutto, come sta accadendo con la stramba pubblicità del Buondì Motta, la merendina più buona del mondo dopo la Fiesta Ferrero. (Numero uno per chi la mangia con il latte e il tè, anzi; ma io non prendo nessuno dei due.)

La pubblicità è oggettivamente stravagante, bisogna riconoscerlo: asteroidi che colpiscono le persone ci sono solo nei peggiori incubi dei poeti e forse nemmeno lì. Nella realtà, è risaputo, il massimo che può accadere è che un asteroide colpisca un pianeta e stermini i dinosauri e gran parte delle altre forme di vita per vari millenni.

Ma oggettivamente quella pubblicità è anche un’altra cosa: è una presa in giro. La prima frase infatti è una parodia del genere pubblicitario, così come Frankenstein Junior è una parodia del genere horror e Balle spaziali una parodia di Guerre stellari.

parodia
[vc. dotta, gr. paroidía, comp. di para– ‘para-’ e oide ‘canto’ (V. ode); 1575]

s.f.

1 Versione caricaturale e burlesca di un’opera, un dramma, un film e sim., o di parti di essi: fare la parodia di una famosa canzone; mettere qlco. in parodia.

2 (mus.) Nella musica medievale e fino al XVII sec., pratica di riutilizzazione e trasformazione di testi e melodie preesistenti per la realizzazione di nuove composizioni; dopo il XVII sec., deformazione di modelli stereotipati con intenti grotteschi.

3 (fig.) Persona, organismo e sim. che rappresentano soltanto un’imitazione scadente e ridicola di quello che in realtà dovrebbero essere: una parodia di governo, di parlamento.

Ma l’ironia che c’entra, allora? Una parodia è una presa in giro palese, mentre l’ironia è tecnicamente una forma di menzogna, come diceva Aristotele, cioè un modo di nascondere la verità; in senso ampio, è un modo per non mettere in mostra le cose con troppa crudezza.

L’ironia nasconde, la parodia sbeffeggia. Perciò in genere le parodie sono comprensibili e l’ironia invece richiede delle cognizioni che non tutti possiedono; i bambini per esempio non comprendono l’ironia perché hanno un senso della realtà molto letterale.

Per capire, userò un esempio. Anzi, due.

Primo. Se io dicessi a qualcuno che il film The Family Stone (in italiano “La neve nel cuore”) del 2005 è un’illustrazione della capacità che hanno i liberals americani di accogliere chi è diverso da loro, starei usando l’ironia e contemporaneamente dicendo una bugia in senso tecnico.

Per capire ciò che intendo, infatti, bisogna aver visto il film e quindi sapere già (cognizione che non tutti posseggono) che il film mostra l’esatto contrario: l’incapacità, almeno nell’immediato quotidiano, dei suddetti liberals di accogliere chi non la pensa e non si comporta come loro. È qui l’ironia della mia frase. Ma è qui anche la bugia.

In senso proprio avrei dovuto dire che il film illustra il livello di capacità che hanno i suddetti. Questa è una formulazione neutra, perché il livello può essere alto o medio o basso; ed è veritiera in ogni punto (se poi uno vuol capire quel che gli pare, sono fatti suoi, s’intende). La prima invece non lo è, perché “capacità di accogliere” è un’esperienza determinata ed è il contrario di “incapacità di accogliere”.

Nel primo caso, che è una formulazione ironica, sto dicendo il contrario di quel che è – perciò l’ironia è tecnicamente una menzogna, anche se ovviamente io non ho intenzione di far del male a nessuno descrivendo il film in quel modo.

Ecco, per dirla grossolanamente, l’ironia è “dire una cosa dicendo il suo contrario”, come si vede nell’esempio al punto 1 dello Zingarelli.

ironia
[vc. dotta, lat. ironia(m), dal gr. eironéia, da éiron, propr. ‘colui che interroga (fingendo di non sapere)’, di etim. incerta; 1374]

s.f.

1 Dissimulazione del proprio pensiero dietro parole che hanno significato opposto o diverso da quello letterale (ad es. bell’idea avete avuto!, per dire che l’idea è stata invece cattiva): ironia bonaria, sottile, grossolana | La figura retorica corrispondente a questo modo di esprimersi.

2 (est.) Umorismo sarcastico: non si fa dell’ironia sulle disgrazie altrui | Derisione, scherno: uno sguardo pieno d’ironia | (fig.) Ironia della vita, della sorte, del destino, si dice quando la vita, la sorte ecc. sembrano accanirsi contro qlcu., quasi a volerlo beffare.

3 (filos.) Ironia socratica, il metodo maieutico mediante il quale Socrate, fingendo ignoranza, portava il suo interlocutore alla scoperta della verità.

Non dovrebbe essere difficile capire che definirla “bugia” in moltissimi casi è una questione tecnica e non morale. Ci sono anche casi in cui l’ironia è una menzogna per davvero, ma questa è un’altra storia (che si trova raccontata, per esempio, nella Somma teologica, seconda parte della seconda parte, argomento 113, sull’ironia con la quale uno finge di sottovalutare sé stesso).

Secondo esempio. Ho detto che i bambini hanno un senso della realtà molto letterale. Una volta, anni fa, guardavo il film Cars, un cartone animato della Pixar, insieme al figlio di amici e a un certo punto c’era una scena catastrofica ed esilarante, come capita spesso in molti cartoni. Siccome era esilarante e io avevo già quarant’anni, quindi l’infanzia me l’ero scordata da un po’, ho cominciato a rotolarmi dalle risate. E Matteo, che di anni ne aveva quattro, si gira verso di me e grida: NON C’E’ NIENTE DA RIDERE! Ed era serio.

Qualche tempo dopo mi è successa una cosa analoga con mio nipote. La seconda volta ho capito. Repetita iuvant, come diceva qualcuno.

Io vedo i cartoni con gli occhi degli adulti che li hanno realizzati; ma i bambini li vedono con i loro occhi di bambini, che hanno esperienze limitate; tra queste c’è il dolore e la possibilità del dolore, anche diverso da quello che essi abbiano già conosciuto. Un incidente di massa tra automobili è una cosa che di per sé è dolorosissima, se accade nella realtà. A quattro anni i piccoli vedono questo, non percepiscono l’ironia o la parodia. Perciò si spaventano. Hanno il senso del drammatico, rispetto a certe cose; non hanno ancora il senso del comico. Quello lo sviluppano più tardi. E l’ironia, che è molto più complicata, trattandosi di una forma di dissimulazione, per loro rimane misteriosa ancora più a lungo. Specie se nessuno gliela insegna, cioè gliela indica a dito, nel senso etimologico della parola.

Ora, se una bambina si spaventa vedendo l’asteroide colpire la mamma nella pubblicità del Buondì, come ho sentito dire, io la capisco perfettamente.

Del resto, quella non è una pubblicità rivolta ai bambini, che non sono minimamente in grado di capirla. Se voleva esserlo, sarà meglio che la Motta prenda altri pubblicitari. La parodia dell’inizio, forse la rilevano e forse no: voglio dire che probabilmente nessuno di loro si esprimerebbe in quel modo per chiedere una merendina alla mamma, ma non saprebbero dare ragione del perché non lo fanno. (Questo tra l’altro implica che, se non ci fosse il colpo successivo, i bambini potrebbero pure cominciare a imitare quel modo di parlare; ma anche questa è un’altra storia.)

Di sicuro i bambini non sono in grado di capire l’ironia successiva, dove il sussiego della mamma, insieme alla sua poca fede nella Motta, viene abbattuto dall’asteroide. Quella è proprio comicità ironica e i bambini non hanno gli attrezzi mentali per capirla. Gli adulti ce li dovrebbero avere, però, e dire ai figli spaventati: Ma guarda che questa cosa non è reale: serve per far ridere i grandi e fargli ricordare la merendina quando vanno a fare la spesa.

Così, e solo così, i bambini impareranno pian piano a distinguere la realtà primaria dalla realtà secondaria e alla fine anche l’ironia. È vero che da noi si chiama “ironia” ciò che propriamente è sarcasmo; come lo Zingarelli riporta al punto 2. Ma i bambini non capiscono nemmeno il sarcasmo, benché riescano a capirlo molto prima di altre cose. Sono tutti aspetti che devono imparare dai grandi, altrimenti li impareranno dai libri – quelli fortunati, come me – oppure non li impareranno mai e diventeranno adulti semiselvaggi che nella stramba pubblicità del Buondì Motta vedono chissà che attacchi lobbistici alla famiglia. In gergo si chiama “fuoco amico”.

Non arriverò ad eliminare queste persone dalla mia lista contatti di Facebook, come ha minacciato di fare un mio amico.

Ma possa un asteroide colpirmi se mai dovessi prenderli sul serio per altro che per il danno manifesto alla corteccia prefrontale.

 

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Corruzione

Quando uno sente parlare di corruzione, oggi, pensa subito a qualche amministratore, soprattutto pubblico, che ha preso dei quattrini per permettere a un malandrino di fare porcherie o attività comunque illecite. Pensa, in altre parole, a un comportamento illegale che lo Zingarelli definisce così:

Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere.

Questo però è un significato che non è quello primario. È un significato derivato, una ramificazione.

La corruzione è innanzitutto il fenomeno fisico per cui la materia organica si decompone o si altera; in secondo luogo, è il fenomeno spirituale per cui un’anima perde le sue migliori qualità; in terzo luogo, è l’alterazione di una lingua.

Dal secondo significato deriva il reato, che infatti appartiene alla sfera spirituale, alla morale. Se uno manca al proprio dovere, se uno tenta un altro perché venga meno al suo dovere, è una faccenda spirituale, anche se passa per qualcosa di materiale. Perciò lo Zingarelli mette il reato (anzi, i reati, perché ce n’è anche un altro tipo) nel punto numero 2, il cui primo significato è appunto quello di deterioramento morale.

corruzione o †corrozione
[vc. dotta, lat. corruptione(m), da corruptus ‘corrotto (1)’; 1282]

s.f.

1 Decomposizione, alterazione materiale: la corruzione di una sostanza, del corpo umano, dell’aria. SIN. Putrefazione | (raro) Inquinamento: corruzione dell’acqua, dell’aria.

2 Deterioramento morale: corruzione politica; la corruzione dei costumi, della società; la corruzione dei sentimenti, degli affetti. SIN. Depravazione, dissolutezza, pervertimento | Attività illecita in vari tipi di reati: corruzione di minorenni | Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere: corruzione di un testimone; corruzione di pubblico ufficiale. CFR. Concussione.

3 Alterazione, decadimento di lingua, stile e sim.: la lingua latina s’è corrotta…, e da quella corruzione son nate altre lingue (CASTIGLIONE).

4 †Contagio, infezione.

5 †Disfacimento.

 

Una cosa curiosissima del nostro mondo moderno è che non solo le parole stanno via via perdendo significati, al punto che tra un po’ un italiano qualunque non riuscirà più nemmeno a leggere le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, che non è poi un testo molto vecchio (gran perdita, perché è un romanzo straordinario); ma ciò che resta, dopo le riduzioni, è molto spesso un significato ristretto di tipo legale.

Il caso del termine “corruzione” è evidente ma non è il solo. Il significato legale, che è specifico e limitato, diventa IL significato, gli altri spariscono o quantomeno impallidiscono.

Questa è innanzitutto una perdita. Non c’è bisogno di essere puristi o cabalisti per capire che, se di sette significati ne manteniamo solo uno, gli altri sei li abbiamo perduti. Ecco qui i sette:

—dall’Enciclopedia Universale Rizzoli-Larousse, IV, 1967

CORRUZIONE s.f. (lat. corruptio, -onis). Azione di corrompere, di putrefare; stato di ciò che è corrotto, putrefatto: “L’aceto è una corruzione stizzosa del vino (Papini). || L’alterare, il guastare: ” La lingua latina s’è corrotta e guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue (Castiglione). || In partic. Alterazione di un testo, di una parola: ” Non è corruzione questa che derivi dalle distrazioni di un amanuense letterario (Carducci). || L’alterare ciò che è sano, onesto; condizione di un animo che è stato corrotto: ” I primi tentativi del cinematografo aprivano vaste possibilità alla corruzione della gioventù (Montale). || L’indurre ad atti illeciti con danaro, doni, promesse: ” orse molta pecunia per corruzioni (D’Annunzio). || Ant[icamente]. Epidemia ; infezione: ” Gran corruzione di vaiuolo, che fu in Firenze (Villani). || Distruzione: ” Io veggio l’acqua, io veggio il foco, / …venire a corruzione e durar poco (Dante).

 

In secondo luogo, però, è preoccupante – più della perdita, che in parte è fisiologica, per così dire – che si mantengano i significati legali a scapito degli altri.

Questo riflette una mentalità che è molto diffusa e che ormai abbiamo un po’ tutti, almeno come tentazione, perché la assorbiamo senza nemmeno renderci conto: è l’idea che le leggi, per il solo fatto di esistere, ci possano salvare dal caos. C’è un problema? Facciamo una legge!

Meno male che alle tentazioni ci si può opporre. Però questo modo di trattare le parole, a lungo andare, impedisce di vedere le cose come sono.

Pensiamo a chi dice che l’abusivismo edilizio ha fatto crollare le case a Ischia. Questo non è vero, e non solo nel caso specifico: non è vero mai.

Le case crollano perché sono costruite malamente o sono logore per l’età, non perché sono abusive. Sarà abusiva la chiesa parrocchiale di Casamicciola? Eppure una delle due vittime è stata uccisa da un cornicione di quella chiesa.

Se uno mi dicesse che le case abusive sono costruite peggio delle altre, con meno attenzione ai materiali eccetera, gli riconoscerei un buon argomento. Sarebbe un argomento da verificare, però, perché crolli di edifici non abusivi ne abbiamo visti molti. Era abusiva la Casa dello Studente a L’Aquila? Era costruita male.

Ma ci si butta a parlare dell’abusivismo; come se, facendo una legge o magari un’Autorità o un’Agenzia con i suoi bravi provvedimenti, potessimo evitare che domani muoia qualcun altro dopo un terremoto.

Invece il problema è la corruzione, ma quella dello spirito prima di quella dei soldi.

 

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… … … Il Papa non ha detto niente sullo ius soli …

Non riesco più a essere né stufa né preoccupata per l’insipienza dei mezzi d’informazione. Ormai ci ho messo una croce. Però, quel che è giusto è giusto.

A sentire i telegiornali, Papa Francesco avrebbe dato il suo avallo allo ius soli cui tanto tengono i nostri “progressisti”, nel messaggio per la prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato.[1] È così? No. Non ha scritto né detto niente del genere. Il messaggio integrale si può leggere qui.

 

Che cosa ha scritto, dunque, sulla cittadinanza?

Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Dove sarebbe il “sì allo ius soli”?

 

Analizziamo:

* Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità

Si potrà discutere se un tale diritto esista o meno, avendo del tempo da perdere. Se però ammettiamo che esista e ci concentriamo sul resto, possiamo facilmente vedere che il Papa non parla di una particolare nazionalità; dice che ciascuno deve averne una, ma non dice che deve essere quella della nazione in cui nasci (che è ciò che chiamiamo ius soli).

 

* questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita.

In altre parole, appena nasci hai il diritto di sapere chi sei e a quale comunità appartieni, anche dal punto di vista nazionale, e lo devono sapere anche tutti gli altri, perciò devi avere dei documenti. Ma di nuovo non parla di una particolare nazionalità.

A me parrebbe ovvio che prendi la nazionalità dei tuoi genitori, perché è a quella comunità (dalla famiglia alla nazione) che appartieni, non a quella che transitoriamente ti ospita.

Solo che esiste un problema, uno di cui noi comuni cittadini non abbiamo grande sentore: l’apolidia forzata.

 

* La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati

Apolidìa significa non avere alcuna cittadinanza. Per me, fino al film The Terminal, quello di Spielberg del 2004, con Tom Hanks, tratto da una storia vera, gli apolidi si trovavano solo nei vecchi romanzi; bisogna riconoscere che non è proprio un termine o un’esperienza di tutti i giorni. Ed erano volontari o almeno lo sembravano (nei romanzi, dico). Invece la maggior parte degli apolidi non lo sono né lo furono per loro volontà, proprio come Tom Hanks nel film.

Ho scoperto che è una condizione molto diffusa, da molto tempo, e non crea solo disagi amministrativi ma anche psicologici: perché non è affatto bella la sensazione di non appartenere a niente e nessuno, e questo lo so senza bisogno che me lo dicano altri. Un apolide avrebbe disagi e una cattiva qualità della vita (ma forse questo è un argomento da impiegare solo quando si tratta di sopprimere malati) anche se non fosse costretto a vivere per anni in una specie di campo di concentramento, come sono i centri di accoglienza, in Italia e altrove.

Esistono migranti che sono apolidi, o formalmente o per condizioni contingenti, e che dunque non possono dare la propria nazionalità ai loro figli perché non ce l’hanno neanche loro. Per questi casi esiste già in Italia lo ius soli, anche se bisogna riconoscere che è difficile da ottenere. Così, a patto di conoscere questa particolare disposizione di legge, si potrebbe anche pensare che il Papa sia favorevole allo ius soli… ma sarebbe solo favorevole a questo particolare tipo, non a quello “allargato”, quello di cui si discute da mesi, quello a cui vogliono farci pensare i tg.

Tuttavia bisogna ricordare sempre che il Papa non parla solo della o all’Italia. È provinciale voler credere che ogni parola del Romano Pontefice parta e arrivi alla misera politica di casa nostra. Oltre a questo, non è solo il Santo Padre a interessarsi del problema dell’apolidia (e Papa Francesco non è il primo), ma certo quel che dice lui fa più effetto di quel che dice l’UNHCR.

 

* può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Le parole tra virgolette sono prese da un documento del 2013. Noi che facevamo nel 2013? Discutevamo dello ius soli? No. Il diritto internazionale obbliga allo ius soli? A naso direi di no, altrimenti non saremmo qui a discuterne. Facciamoci delle domande.

 

Legare le parole del Papa – che sono sempre rivolte a tutti – allo ius soli di cui si discute qui oggi è arbitrario e autoreferenziale, nonché un pochino opportunistico. Ma innanzitutto è falso, perché oggettivamente sta parlando d’altro.

____________

[1] Notare la distinzione tra i due termini, che non manca mai.

 

Comments (4)

-plicare

Trovo citata in un articolo la frase che segue, tratta da un libro, citato anch’esso (ma che io tacerò perché si dice il peccato e non il peccatore):

“A partire dal 1980 l’ammontare degli attivi generati dal sistema finanziario ha superato il valore del Pil dell’intero pianeta. Da allora la corsa della finanza al profitto è diventata così veloce da quintuplicare per massa di attivo l’economia reale nel giro di un trentennio”.

Meno male che sapevo già di che si trattava, altrimenti avrei capito che era accaduto l’esatto contrario di quel che è accaduto realmente. Spero che il libro non sia scritto tutto alla stessa maniera, altrimenti chiunque lo legga, o già ne sa abbastanza o si ritroverà più ignorante d’una zappa; che è uno strumento utilissimo ma non esattamente una tecnologia all’avanguardia e perciò lo si usa come paragone dell’ignoranza.

Parte dei verbi che hanno -plicare come seconda parte – quelli come moltiplicare, decuplicare, centuplicare, intendo, non quelli come supplicare o complicare – indicano la crescita, l’aumento in numero di qualcosa. Tale crescita può essere indotta da qualcos’altro e allora i verbi sono transitivi: l’azione è compiuta da un soggetto su qualcosa, che chiamiamo complemento oggetto. Se non ci interessa sottolineare il soggetti, possono essere riflessivi: moltiplicarsi, decuplicarsi, centuplicarsi eccetera.

Quando ti trovi a scrivere, normalmente non vuoi che i lettori capiscano il contrario di ciò che intendi dire; c’è anche chi se ne infischia, lo riconosco, ma in genere… E poi a chi gioverebbe ciò che scrivi, se per capirlo deve saperlo già?

Per raggiungere lo scopo, devi usare la lingua correttamente. Se non fai così, non avrai mai la certezza che i lettori capiscano. Ci sono brutti idiotismi che rimangono comunque comprensibili, come “cioè a dire”; ma già il “piuttosto che” diventa un azzardo. Quando poi si passa ai verbi, si rischia di dire stupidaggini.

Chi ha scritto quella frase intendeva dire che

i profitti delle attività finanziarie sono diventati, in trent’anni, cinque volte più grandi dei profitti dell’economia reale.

Ma questo io posso dirlo perché lo sapevo già (non basta aver letto la frase precedente, no). Quel che vi è scritto invece è che

i profitti delle attività finanziarie [soggetto] hanno fatto diventare cinque volte maggiori [verbo: quintuplicare] i profitti dell’economia reale [complemento oggetto],

cioè l’esatto contrario. Per questo ho dovuto leggerla due volte: perché non credevo ai miei occhi.

Dopo la seconda lettura mi è balzata in mente un’idea: possibile che chi ha scritto sia un fan delle corse di Formula Uno? In questo sport, infatti, siccome si corre su una pista chiusa, ad anello, a un certo punto le auto più veloci si trovano davanti quelle più lente e le sorpassano: si dice allora che le “doppiano”.

Non si dice però che le “raddoppiano”, quindi la mia ipotesi è senz’altro balzana.

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