Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
—L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

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Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

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Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

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Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

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Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

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Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

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Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

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Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

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Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

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La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

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[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

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La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

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La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

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A volte una nuova edizione è più interessante di un nuovo libro, perché i libri nuovi, come i poveri, li abbiamo sempre con noi, mentre nuove edizioni degne di nota le abbiamo solo di rado.
— James Milne, giornalista, New York Times 1910

 

 

 

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Un danno delle quote rosa

Quest’anno a Perugia ci sono le elezioni comunali.

Io ho, come criterio elettorale, quello di votare le persone, non i partiti. Solo se il partito a cui appartengono mi pare molto ma molto nocivo, evito di votare una persona che pure stimo. Succede anche il contrario: se il partito in genere mi piace, ma candida persone indegne, io non le voto.

Stavolta non mi si presentano questi dilemmi. Ho due amici, persone che conosco bene e so essere oneste e disposte a far le cose come si deve; del resto sono entrambi consiglieri uscenti e hanno operato bene in passato.

Disgraziatamente sono entrambi maschi.

E io non li posso votare entrambi.

Posso esprimere due preferenze, cioè posso votare due persone, se però le due persone sono nella stessa lista devono essere di sesso diverso. E i miei amici si trovano, casualmente, nella stessa lista.

Ora, esclusa l’ipotesi peregrina che uno dei miei amici sia disposto a cambiare sesso – non sono dediti al bene comune fino a quel punto – io sono costretta a scegliere solo uno dei due.

Non conosco nessuna delle donne che si presentano con loro, così di base non ne posso votare nessuna. È ovvio che potrei chiedere a ognuno dei mie due amici un consiglio su quale signora votare, ma il punto non è questo. Il punto è che sarei costretta a rinunciare a una persona che conosco, votandone casomai una che non conosco, perché qualcuno ha deciso che sarebbe una buona cosa avere più donne di qua o di là… anche a rischio di metterci delle incompetenti o perfino delle perfette oche, purché abbiano una vagina (e non m’è ancora chiaro se valgano solo quelle congenite o pure quelle comprate; ma diciamo che si tratta di un problema minore).

Le ”quote rosa” hanno di positivo che spingono, almeno in teoria, a scegliere persone migliori da mettere nelle liste.

Purtroppo questa è veramente solo teoria, perché non è affatto detto che la donna migliore sia disposta a rompersi le tasche in Consiglio comunale o in posti analoghi. Magari preferisce fare altro. Hai visto mai che accada per le donne quel che diceva Chesterton degli uomini (ai tempi suoi in politica c’erano solo maschi)?

 

Il vero male del nostro sistema partitico è di solito espresso nella maniera sbagliata. Fu espresso nella maniera sbagliata da lord Rosebery quando disse che esso impediva agli uomini migliori di dedicarsi alla politica e che incoraggiava uno scontro fanatico. Dubito che gli uomini migliori si dedicherebbero mai alla politica. Gli uomini migliori si dedicano a maiali e bimbi e cose del genere.
G.K. Chesterton, L’elettore e le due voci, 1912 (traduzione mia)

 

Si tratta di un dubbio legittimo. Poi, comunque, ci sono anche le eccezioni, come questa (anche se qui si tratta di elezioni europee).

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Buchi di vocabolario

Ho appena scoperto con un certo sconcerto (mi fa venire pure le rime, figurarsi) che nei vocabolari normalmente non si trova “scalandrino”.

Dove si trova, ti dicono che è la scala a trespolo, cioè quella a tre piedi, e non la scala a libretto, cioè quella degli imbianchini. A questa invece danno il nome di “scaleo”, che per me suona un tantino esagerato, per via dell’assonanza con scalea, oppure la chiamano appunto “scala a libretto”, che può essere un pochino legnoso se devi usarlo in un romanzo.

Ora, visto che i medesimi vocabolari non riportano neanche “falaschio”, nome che noi diamo a un certo tipo di erba (da non confondere con “falasco”, nome toscano di tutt’altra erba), ma la chiamano “paleo”, che è il nome che alla stessa erba vien dato nel Nordest, mi sorge luminosa nella mente un’idea: troppo pochi scrittori umbri in giro per la storia, ecco qual è il problema!

Non dirò che sono troppi i toscani, non dirò che sono troppi i veneti, non dirò che sono troppi i lombardi. Dico invece:

ma gli umbri dove !@!!# sono?!

Dopodiché, in quanto umbra mi trovo addosso un altro problema:

che fo,
traduco step-ladder con scalandrino
oppure no?

Sono grave, la rima continua. Ma è quasi più facile inventare una parola, purché sia immediatamente chiara. che decidere una cosa del genere. Metti che un valdostano o un siciliano non capiscono che cos’è uno scalandrino? Dove lo vanno a cercare? Si sentirebbero discriminati?

Mmm…

Pensandoci, se hanno pubblicato Gadda e Camilleri, forse mi sto facendo problemi per niente.

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Cattivi argomenti: la castrazione per gli stupratori

Ho appena sentito qualcuno chiamare “cura” la castrazione per gli stupratori.

Ho anche sentito politici non-di-governo condannare l’ennesimo stupro, avvenuto vicino a Viterbo, e mi chiedo: se gli stupratori non fossero di Casapound, i politici avrebbero detto qualcosa? No, perché sulla Circumvesuviana mi pare che tutti abbiano taciuto, anche quando gli stupratori sono stati rilasciati perché la ragazza che li ha denunciati sarebbe un po’ tocca… come se le donne non proprio sane di mente si potessero stuprare senza preoccuparsi di finire in galera. Non hanno commentato sulla donna esperta di arti marziali che ha steso non so quanti aggressori e ne ha pure fermato uno. In realtà hanno sempre taciuto, in casi del genere, cosa che ho sempre trovato normalissima. L’anormalità è che abbiano parlato oggi.

(Aggiornamento. Non sono la sola ad averlo notato, però.

STUPRO VITERBO/ Quel processo politico che cancella la vittima e dimentica il male, di Renato Farina, Il Sussidiario.net, 30.04.2019)

Ma questa è un’altra storia. Adesso m’interessa il pessimo argomento. Chiamarlo argomento è perfino esagerato.

Mettiamo che un tale stupri una donna. Lo castrano.

Embé?

Secondo voi, se io avessi paura di essere stuprata, mi sentirei più sicura sapendo che lo stupratore di un’altra è stato castrato? Magari gente che abita a settecento km da qui? Secondo voi, se uno mi vede per strada e gli prude il pisello, si mette a pensare a quello che è stato castrato? Suvvia, siamo seri.

Si dirà: va be’, ma allora puoi far lo stesso discorso con la prigione.

Come no. E perché mai il post sta tra i cattivi argomenti? Non certo perché finora ci si sia ragionato su bene.

 

a) Se uno stupra una donna, non è un uomo sano. Non è sano dal punto di vista morale. Per il resto, può essere sanissimo, se però uno che è sanissimo si fa comandare dal pisello, un problema ce l’ha ed è un problema di tipo morale, non fisico. Ne consegue che una misura fisica non risolve un bel niente.

b) Poniamo che sia un problema psicologico che poi diventa morale. Anche in quel caso, una misura fisica non risolve un bel niente. Anzi: uno così è possibile che faccia pure peggio di prima, ci sono tanti modi per far del male anche senza usare il pisello. Allora poi che si fa, si passa alla lobotomia?

c) Poniamo che sia un problema fisico, cioè proprio una malattia fisica. Questa è l’unica evenienza in cui un provvedimento fisico potrebbe essere utile, un po’ come amputare una gamba in cancrena. Esiste un problema fisico che ti porta a stuprare? Mmm… non lo so, ne dubito. Se però esiste è un’eccezione; e non si dovrebbe far leggi sulle eccezioni: non per niente, che l’eccezione conferma la regola è una massima giuridica, mica un proverbio popolare (infatti viene usato da secoli senza capire che vuol dire, ma pure questa è un’altra storia).

 

Vediamo: abbiamo un problema morale, che può avere una base psicologica ma anche non averla. In nessuno dei due casi il problema si può risolvere con l’azione fisica; a parte, naturalmente, una molto ma molto drastica, come la pena di morte. Parliamone. Dopotutto io sono una fan del grande Alessandro da quando ha tagliato il nodo di Gordio. Intendo, da quando l’ho scoperto in terza elementare. M’è sempre sembrata una soluzione brillante, è quasi un peccato che non sia prevista per i politici che sparano scemenze e i giornalisti che propalano fesserie.

 

Uno stupratore deve andare in prigione. Mentre è in prigione, bisogna capire quale sia il suo problema elavorare su quello.

La prigione non è un’azione fisica momentanea con effetti duraturi, come invece è la castrazione (o l’impiccagione, per dire). Anche quando non sia educativa – ciò che dovrebbe essere sempre e non è quasi mai – la detenzione non è una punizione e basta: è tempo. Mettetela come vi pare, ma stare in galera è tempo. E il tempo significa la possibilità di lavorare su un problema, ma anche occasioni per pentirsi, per cambiare vita, per chiedere perdono… Oh, ma qui sto diventando troppo cristiana, probabilmente. Non sia mai che i sedicenti laici che dovessero capitare qui a leggere lo usassero come scusa per non prendere l’argomento sul serio. Torniamo a “stare in galera è tempo”.

 

La castrazione invece è proprio un’azione fisica momentanea con effetti duraturi.

È fisica, come amputare una gamba che va in cancrena: e l’amputazione non è una cura, è un rimedio di emergenza.

È momentanea, benché abbia effetti duraturi: perciò non serve a “curare” o a risolvere un problema che non è fisico ma morale: Le impressioni, per forti che siano, non ti mutano dal punto di vista morale, al massimo ti fanno cominciare una via di cambiamento… ma in tal caso sarebbe più efficace che agli stupratori cavassimo gli occhi. Castrarli sarebbe intelligente come tagliare la mano a chi ruba. Si può rubare anche senza mani, bisognerà farlo sapere alle anime belle.

 

Quel che la castrazione farebbe, in realtà, sarebbe punire nella carne chi ha ingiuriato la carne altrui. Un tantino arcaico come modo di fare: stile Hammurabi, direi. Il codice di Hammurabi però era un insieme di rimedi moderati per evitare di peggio. Il buon re non conosceva né Socrate né Platone né Aristotele né Buddha né ovviamente Gesù. Noi sì e questo ci pone un obbligo, che è quantomeno quello di ragionare correttamente sulle cose.

Punire nella carne chi ha ingiuriato la carne altrui ha un nome e il suo nome non è “cura”. Si chiama vendetta. Così, lo Stato che castrasse gli stupratori metterebbe in atto una vendetta di Stato. Ma non otterrebbe alcun risultato.

La donna stuprata non si sentirebbe meglio. Molte persone che si sono vendicate di persona, per motivi svariati, potrebbero dire di non essersi poi sentiti meglio; ma sicuramente è abbastanza raro sentire di una donna che s’è vendicata castrando o facendo castrare il suo stupratore. Ci sarà un motivo? Troppo civile, la signora? E se è tanto civile da non vendicarsi di persona, dovrebbe essere contenta della vendetta di Stato per  interposta persona? Inverosimile.

Quanto allo stupratore, come dicevo, potrebbe incrudelire e dedicarsi a crimini perfino peggiori, a meno di tenerlo in prigione; ma in tal caso a che servirebbe castrarlo? A rieducarlo no, mi pare.

E la castrazione di uno non eviterebbe che ce ne fossero altri. Castrare uno stupratore, infatti, non servirebbe da deterrente.

Niente serve da deterrente per chi ha un problema di tipo morale, né galera né pena di morte né altro. Non è mai servito per nessun tipo di crimine, non servirà per questo. Se non è mai servito l’inferno a evitare gli assassinii per strada in tempi in cui la gente credeva di poter andare all’inferno, non servirà la castrazione a evitare gli stupri in tempi in cui la gente non crede a niente, tantomeno alla giustizia (per non dire l’inferno). Il problema morale è sempre il più forte, specie quando non è chiamato col suo nome.

O vogliamo castrare tutti i maschi appena compiono quattordici anni?

 

 

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Dazione

Siamo a posto, in tv hanno trovato un nuovo tormentone: la dazione. L’ho già sentito quattro volte in diciotto ore, parte delle quali l’abbiamo passata a dormire sia io che loro.

La parola di suo ha tutte le carte in regola, intendiamoci. La usavano già ai tempi di Dante e Petrarca. Probabilmente fu inventata proprio allora.

Adesso è un termine del linguaggio giuridico. Sarebbe eccellente e mirabile cosa lasciarlo lì, per evitare l’effetto “rossetto sulle rughe”. In altre parole, avendo ormai ampiamente demolito la nostra lingua, a usare un termine come “dazione” nel parlare quotidiano si rischia il ridicolo…

 

dazione
[vc. dotta, lat. datione(m) ‘il dare’; 1309]
s. f.
1 †Atto del dare | Dazione dell’anello, cerimonia del matrimonio.
2 (raro) Consegna | (dir.) Dazione in pagamento, soddisfacimento del credito mediante consegna, col consenso del creditore, di cosa diversa da quella dedotta in obbligazione | (eufem.) Compenso illecito, tangente.

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Né Pannella né Ramadan: il digiuno cattolico

Oggi è il Mercoledì delle Ceneri, il primo giorno della Quaresima per i cattolici di rito romano.

Una delle tre caratteristiche della Quaresima è il digiuno, insieme alla preghiera e alle opere di carità (tradizionalmente “elemosina”, ma l’elemosina riguarda i quattrini mentre le opere di carità offrono spunti più ampi).

Quando diciamo “digiuno” in questo trittico intendiamo digiuno e astinenza, che sono due cose differenti ma collegate. Sono anche due delle cose meno comprese, probabilmente, sia nel significato sia nel contenuto stesso. Io per esempio mi trovo quasi da capo ogni anno e sì che so dove guardare!

Molti pensano al digiuno cattolico come a una specie di Ramadan ma non è proprio così. Non lo è nella forma ed è anche diverso nello scopo; per noi è preparazione alla Pasqua, infatti, ma loro la Pasqua non ce l’hanno. Tantomeno è una specie di sciopero della fame alla maniera di Marco Pannella. Ho sempre pensato che queste idee nascessero dal termine “digiuno”, ma ora mi sono accorta che forse non è così.

 

Di per sé, digiuno significa non prendere né cibo né bevande e non l’ha certo inventato la Chiesa. O per motivi sanitari o per motivi ascetici o per motivi di preghiera, il digiuno volontario esiste probabilmente da quando esistono le religioni. Magari perfino da prima, chissà.

Noi comunque lo facciamo per motivi di preghiera. Senza preghiera il digiuno non vale niente.

 

Le regole attualmente sono queste:

III. § 1. La legge dell’astinenza proibisce l’uso delle carni, non però l’uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento anche di grasso di animale.

§ 2. La legge del digiuno obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate.

— S.S. Paolo VI, Costituzione Apostolica Paenitemini, 17 febbraio 1966

 

Questo significa, per esempio, una ricca colazione e poi pranzo e cena frugali, oppure il pranzo come pasto principale mentre la colazione e la cena saranno leggere, o anche una cena normale (senza carne, si capisce: i giorni di digiuno sono anche di astinenza) con la colazione e il pranzo più modesti. Ovviamente, niente spuntini tra un pasto e l’altro, però si può bere acqua. Eccezioni per le condizioni particolari, oltre che per vecchi e bambini.

 

IV. Alla legge dell’astinenza sono tenuti coloro che hanno compiuto i quattordici anni; alla legge del digiuno invece sono obbligati tutti i fedeli dai ventun anni compiuti [adesso è diciotto, la maggiore età] ai sessanta incominciati. Per quanto riguarda, poi, coloro che sono di età inferiore, i pastori d’anime ed i genitori cerchino con particolare cura di formarli secondo un autentico spirito di penitenza.

ibidem

 

Certo, se oggi vai a dare del vecchio a uno di sessant’anni, magari ti salta in testa. Mi chiedo se la Chiesa adatterà l’età massima come è accaduto per la minima, nel 1966 la maggiore età era appunto ventun anni. Un giorno scriverò un libro (piccolo) sulla storia del digiuno.

 

Naturalmente, se uno vuole andare oltre e rinunciare del tutto a cibo e acqua, o fare assolutamente un solo pasto, magari dopo il tramonto come facevano i nostri antenati (e come ancora fanno i mussulmani), può farlo senz’altro, basta che le sue particolari condizioni glielo permettano e che non ne faccia un’occasione per gloriarsi, anche solo tra sé e sé.

Per chi non è abituato, comunque, vi garantisco che verso le cinque del pomeriggio – se non prima – la rinuncia comincia a farsi sentire anche se ci si limita alla regola-base. E siccome lo scopo della penitenza è la conversione del cuore,[1] questo è un ottimo richiamo. Sarà perché cuore e stomaco sono vicini, però funziona.

 

QUALCOSA DA LEGGERE 

S.S. Paolo VI (1966), Costituzione Apostolica Paenitemini 

CEI (1994), Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza 

(Vi chiederete come mai la CEI ci abbia messo quasi trent’anni.  Pure io. Immagino che si fosse generato un gran caos, specie perché tanti a un certo punti hanno preso l’abitudine di farsi insegnare la dottrina cattolica da La Repubblica e consimili manuali di perfezione.)

F. X. WEISER (1956),  Religious Customs In The Family, paragrafo “Fasting and Penance”, p. 73

(Se il Google Traduttore non ce la fa, basta dirmelo e lo traduco io.)

 

 

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[1] Un’altra confusione frequente è quella tra penitenza ed espiazione, ma si merita un articolo a parte.

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Messer Biondino e la Micia Grifetta

Cane e gatto, chi l’ha detto che non si può?, si chiede una vecchia canzone. Si vede che non hanno mai provato a sentire il parere del gatto.

***

C’era una volta una gattina, nata nell’orto campagnolo d’un tale che viveva in città. Il padrone dell’orto era una persona di buon cuore e non avrebbe mai ammazzato dei gattini; però non era neanche disposto a spenderci su. Così, la gattina, che era la più piccola della cucciolata, si ritrovò non solo affamata come un pescecane ma anche malata e con le orecchie piene di acari. C’è da dire che gli acari sono niente se sei una gattina di quattro mesi con lo stomaco vuoto perché gli altri si mangiano tutto. Fu così che  la gattina si fece coraggio e una sera di settembre entrò in una casa che stava lì vicino, per vedere se potesse trovarci qualcosa da mangiare.

Un albero si arrampicava fino a un balcone e la gattina ci si avventurò. Il balcone in cima all’albero rampicante era quello della cucina e si sentiva un vago odore di roba da mangiare. Le finestre erano aperte perché ancora faceva caldo e dentro la cucina illuminata c’erano due persone sedute. Non sembravano pericolose, non si agitavano camminando di qua e di là. La gattina decise di entrare.

Le due persone la guardarono ma non si mossero. (S’erano accorte di lei, infatti, da quando era sbucata sulla ringhiera, e non volevano che si spaventasse. Lei però non lo sapeva.)

Incoraggiata dalla loro immobilità e avendo ormai capito che le persone, se non si agitano, non sono una compagnia pericolosa e possono anche darti da mangiare, la gattina si mise a sedere vicino ai piedi di una di loro, guardò in su e miagolò.

La persona guardò in giù, si alzò dalla sedia e preparò pane e latte.

Finalmente la gattina poteva mangiare senza dover litigare con i gatti più grossi. Accidenti, era proprio una gran cosa. Il latte non era come quello della mamma ma quello se l’era quasi scordato, ormai.

Nei giorni seguenti la gattina tenne d’occhio la casa e le persone che ci stavano dentro. Non sembravano pericolose. All’ora di pranzo, quando si sentiva più forte l’odore di roba da mangiare, la gattina faceva capolino alla finestra e qualcuno le metteva un piattino con un po’ di pasta. Dopo aver mangiato, si sdraiava dietro un vaso lungo, tra il vaso e la ringhiera, così che nessuno poteva avvicinarsi ma intanto lei poteva controllare l’esterno e sentire quel che accadeva. Non c’era traffico, non c’erano cani, non c’erano altri gatti; c’erano in compenso un bel po’ di uccelletti che facevano il nido sulle piante intorno alla casa.

Fu così che la gattina decise di stabilirsi presso quella famiglia e la famiglia decise di prendersi cura della gattina. Siccome la gattina, quando era in allarme, tirava indietro le orecchie in una maniera curiosa che ricordava il grande Grifo di bronzo a guardia del palazzo dei Priori, decisero di chiamarla la Micia Grifetta.

(Dare il nome ai gatti non è cosa da poco. Molti se la cavano chiamandoli Micio o Micia, segno di scarsa fantasia. Altri gli danno i nomi di persone, segno di poco rispetto. A loro discolpa, però, si può dire che non è un compito facile, scegliere i nomi dei gatti. Anche quelli dei cani, delle papere e dei furetti, certo. Ma i gatti, bisogna capirlo, i gatti sono signori e quindi trovar loro un buon nome è ancora meno facile.)

Nell’orto in cui Grifetta era nata, c’erano gatti e galline ma c’erano anche dei cani. A Grifetta non piacevano i cani, con la mania che hanno di ficcarti addosso il naso umido; e poi avevano un alito veramente fetido. Nella nuova casa non c’erano cani. C’erano stati fino a pochi mesi prima ma erano morti e la famiglia, che ne aveva sofferto molto, non ne voleva altri. I genitori non avrebbero voluto nessun altro animale, in verità; ma Grifetta, grazie al Dio dei gatti (che è quello anche dei cani e delle persone, naturalmente), aveva incontrato le loro figlie. Erano state loro, soprattutto una di loro, a insistere perché la famiglia si facesse adottare dalla gattina. Dopotutto, non è da tutti arrampicarsi su un albero verso chissà che cosa! Tanto coraggio andava premiato.

Le sorelle erano anche affettuose e comode per starci su a dormire. Una veramente, quella che aveva insistito, non era tanto comoda, troppo magra; in compenso aveva una cosa bianca all’estremità di una gamba e ne uscivano delle cose rosa-violacee che ogni tanto si muovevano. Bisognava tenerle d’occhio, chissà che non fossero una buona preda. Così, quando la sorella magra si metteva in poltrona con le gambe su una sedia, Grifetta saliva e le si sdraiava sulle cosce, tenendo d’occhio le cose rosa.

L’altra sorella era grassa ed era comoda come un cuscino. Meglio di un cuscino, aveva una coda di capelli ricci sulla spalla sinistra. Quando la sorella grassa si metteva sulla sdraio, Grifetta le saliva sul petto e infilava il muso nella coda di capelli ricci, per addormentarsi. Pareva quasi di stare con la mamma e i fratelli, anche se l’odore non era lo stesso.

Così, la Micia Grifetta si sistemò nella casa con l’albero rampicante e ci passò quattro anni. Era il solo animale domestico di casa, perché la famiglia non voleva altri animali. A volte la vita era un po’ solitaria, specie dopo aver finito le prede, ma nel complesso Grifetta si trovava a molto bene.

Si trovò mplto bene fino a una mattina di febbraio quando, nel giardino di casa, si vide correre incontro UN CANE.

Scappò via di corsa e si nascose su un albero. Da lì osservò.

Il cane aveva una pelliccia ondulata di uno strano colore, chiaro, molto diverso dal pelo delle altre creature che conosceva; perché nella famiglia le persone avevano tutte i capelli scuri o grigi e nell’orto in cui era nata i gatti erano grigi o bianchi e grigi come lei (del tipo che è detto “gatto europeo”) o bianchi e neri e i cani erano lisci e color marrone. Naturalmente Grifetta non poteva saperlo ma quel cane era color sabbia con sfumature fulve. Era un cane biondo, insomma. E infatti la sua famiglia l’aveva chiamato Messer Biondino.

Disgraziatamente, la famiglia del cane era la medesima della famiglia del gatto.

In effetti, era una famiglia che abitava in due case però era una famiglia unica e le due case distavano pochi metri. La parte di famiglia che viveva nell’altra casa a Grifetta non piaceva moltissimo: c’era un bambino che correva sempre e stava sempre a raccontare storie e faceva un sacco di rumore. Peggio di tutto, veniva a casa di Grifetta quasi ogni giorno, perché era la casa dei suoi nonni e lui passava molto tempo con la sorella grassa, che era sua zia. Il babbo di questo bambino – che era il fratello della zia – era alto alto e a Grifetta faceva paura; la mamma era piccola ma non apprezzava i gatti e quindi Grifetta non apprezzava lei. Quando tutta la famiglia si riuniva a pranzo o a cena (almeno due volte ogni anno), Grifetta tagliava la corda e si metteva a dormire in un posto riparato.  Meno male che nessuno cercava di convincerla a fare amicizia con la parte estranea della famiglia.

Messer Biondino aveva cinque mesi quando incontrò la Micia Grifetta. Ciononostante, era grosso quanto un pony e questo non lo rendeva per niente attraente.

Fosse stato grosso quanto un chihuahua, forse Grifetta avrebbe notato che scodinzolava quando la vedeva, chiaro segno canino di intenzioni amichevoli. Purtroppo, quando sei una gatta di quattro chili e ti corre incontro un cane grosso quanto un pony, i movimenti della coda passano inosservati, chissà perché.

E così quella che avrebbe potuto essere una bella amicizia si trovò ad essere uno scambio di sguardi da sopra a sotto e da sotto a sopra: perché Grifetta sta sul balcone e guarda in giù mentre Biondino sta sotto al balcone e guarda in su.

Adesso si capisce perché bisognerebbe sentire il parere del gatto?

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Come si deve dire: il TAV o la TAV?

Abbiamo sempre detto “la” TAV. Negli ultimi giorni però qualcuno dice “il” TAV. quale articolo è corretto?

Dipende: di che stiamo parlando?

Se parliamo di una linea ferroviaria, bisognerà dire “la” TAV, perché la linea ferroviaria è femminile.

Se parliamo di un treno, poiché TAV significa Treno ad Alta Velocità, allora sarà “il” TAV. In francese si dice, al maschile, le TGV (Train à Grande Vitesse).

Il punto è che chiamare TAV la linea ferroviaria è improprio, visto che questo acronimo indica il treno. Bisognerebbe dire LAV, linee ad alta velocità, così come i francesi dicono LGV, lignes à grande vitesse.

Noi però stiamo discutendo di una linea ferroviaria, anche se le abbiamo dato un nome sbagliato. Prima che ci passi sopra un treno, ne scorrerà di acqua sotto ai ponti! Abbastanza da incrementare il trasporto fluviale, probabilmente.

Così, finché si parla della linea, bisognerà dire “la” TAV.

Qualcuno potrebbe anche saltar su a dire che noi parliamo di un “progetto” di linea, che è maschile e quindi vuole l’articolo “il”.

Se valesse un simile discorso, però, dovremmo anche dire “la” Parlamento, perché “il” Parlamento negli ultimi anni, a forza di fiducie, mi pare diventato soltanto un’ombra di Parlamento…

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