Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
—L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

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Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

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Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

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Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

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Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

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Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

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Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

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Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

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Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

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La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

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[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

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La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

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La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

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A volte una nuova edizione è più interessante di un nuovo libro, perché i libri nuovi, come i poveri, li abbiamo sempre con noi, mentre nuove edizioni degne di nota le abbiamo solo di rado.
— James Milne, giornalista, New York Times 1910

 

 

 

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Cattivi Argomenti: i posti di lavoro della TAV

Niente al mondo potrebbe indurmi a far commenti sulla TAV e sull’analisi costi-benefici. A seconda dei dati che si impiegano, può venir fuori una risposta anziché un’altra; c’è solo da fidarsi della professionalità di chi ha scelto i dati. O da non fidarsi. Idem per chi li commenta. Ma non è affar mio.

Gli argomenti utilizzati nel “dibattito” invece sono un’altra faccenda.

Quello del lavoro, poi, è particolare.

 

Dicono che la TAV porterebbe 50.000 posti di lavoro. Una buona cosa, specie in tempi di vacche magre.

Ciò che normalmente non viene specificato (se non dal presidente di Confindustria Boccia) è che si tratta di posti di lavoro precari per definizione, quelli dei cantieri.

Certo, lavorare cinque anni o tre o anche solo uno è meglio che niente.

Solo che, nel confronto con il milione di tir in meno prospettato da Salvini, ci sono 950.000 unità di differenza. Anche di più, se i tir hanno due autisti.

(Per non parlare di baristi e ristoratori sulla tratta, che del treno si fanno un baffo; e non mettiamoci di mezzo l’indotto dei cantieri, perché non solo è precario anch’esso ma andrebbe a sostituire un indotto stabile, quello appunto che serve i camionisti.)

 

Facciamo che siano un milione di corse e mezzo milione di automezzi: siamo a 450.000 di differenza. (Per non parlare di baristi e ristoratori eccetera.)

E non penso che siano tutti elettori francesi.

 

Naturalmente, questo commento critico riguarda l’argomento impiegato. A me i treni piacciono più dei tir.

E naturalmente anche le stime di Confindustria e di chiunque altro dipendono dalla scelta dei dati.

Mi chiedo se non sia ora di mettere in campo la filosofia prima della ragioneria.

 

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Economia quotidiana: latte e olio

Ha senso mettere insieme in piazza gli olivicoltori pugliesi e i pastori sardi?

(I quali in realtà sono allevatori, ma loro ci tengono a definirsi “pastori”; una cosa che m’ha sempre mandato in bestia, visto che sono figlia di uno di loro e ho passato anni a lavorare sull’economia agraria… Giusto per la cronaca, un pastore è servo di qualcuno, mentre i pastori sardi sono piccoli imprenditori. Devo riconoscere che essi utilizzano il termine nel suo significato originario di “colui che ha l’allevamento degli animali come principale occupazione” e non nell’accezione socio-economica moderna, ma non posso farci niente, mi manda in bestia lo stesso.)

Dicevo: ha senso ‘sto miscuglio?

No, non ce l’ha.

 

Gli olivicoltori pugliesi attraversano un periodo drammatico per via di calamità naturali: la Xylella e le gelate. Che abbiano bisogno d’aiuto – e da un bel po’ – è sacrosanto, ma non è il medesimo aiuto che serve ai produttori di latte.

I pastori sardi (e non solo loro) sono vittime dell’agricoltura industriale, non delle calamità naturali.

Sono vittime di calamità umane, tra le quali una mentalità schizofrenica per cui, da un lato, il cibo è “un dono della natura”, dall’altro lo si fabbrica come le automobili, tanto che a Bologna c’è il parco agroalimentare FICo, che vuol dire “Fabbrica Italiana Contadina”. Se vi sfugge l’assonanza con FIAT, Fabbrica Italiana Automobili Torino, temo che abbiate un problema, e forse due.

Sono due idee false e dannose (oltre che un segno di schizofrenia, visto che in genere sono possedute dalle stesse persone) perché alla fine hanno questa conseguenza: che migliaia di famiglie vengono prese per il collo da pochi industriali. Sto impiegando le parole di un pastore che ho sentito al tg poco fa. Casualmente è anche la mia esperienza di quando ero ragazzina ma questa è un’altra storia.

 

Il cibo non è un dono della natura, a meno che non amiate pascolare come vacche e somari.

Raramente il cibo è ottenuto tal quale dalla natura, come le more selvatiche; normalmente il cibo – inclusa la marmellata di more selvatiche – deriva dall’industria dell’uomo, cioè dalla sua capacità di applicarsi a modificare la realtà per renderla più adatta alle proprie esigenze.

Il cibo era un dono della natura quando i nostri antenati erano raccoglitori di cereali selvatici – già i cacciatori dovevano faticare e l’aspetto del dono forse gli sfuggiva – ma ormai sono circa diecimila anni che l’Homo sapiens sapiens modifica e seleziona ciò che la natura gli offre: per esempio, i nostri antenati selezionarono, tra i cereali selvatici, dono della natura, quelli che mantenevano le spighe intere e non disperdevano i semi, per poterli più facilmente raccogliere, trasportare, conservare e seminare. Poterono sceglierli grazie alla capacità di raziocinio, altro dono della natura, che poi è il modo con cui Dio agisce a livello di sistema. Ecco, il raziocinio, la ragione, chiamatela come vi pare, è un dono della natura che usiamo tutti i giorni. Il cibo no.

 

E tuttavia il cibo non si fabbrica come le automobili.

Se date lo stesso progetto, da seguire attentamente, e i medesimi materiali a dieci fabbriche di automobili diverse, esse produrranno la stessa automobile.

Provate a dare la stessa ricetta, da seguire attentamente, e i medesimi ingredienti a dieci cuoche diverse e vediamo se producono tutte lo stesso piatto. Certo, nominalmente sarà lo stesso, ma non sarà lo stesso nel mangiarlo. Altrimenti esisterebbero solo brave cuoche o pessime cuoche (vale anche per i maschi, vi prego di non sentirvi discriminati).

 

L’industria di cui parlavo poco sopra ha prodotto, in tempi recenti, l’industria nel senso delle fabbriche. Non è il contrario. L’industria dell’uomo, la sua capacità di trasformare la realtà tramite il suo lavoro, esiste da molto prima ed è una delle cose che fanno toccare con mano a un uomo la sua dignità di uomo e non di somaro (vale anche per le donne, solita storia, homo in latino indica l’essere umano e “uomo”, quando è usato in un certo modo, anche). Siamo subcreatori, per dirla con Tolkien, e non solo di storie.

Levate all’uomo la possibilità di trasformare la realtà per starci dentro meglio e gli avrete levato la dignità. A questo si ribellano i pastori sardi, non semplicemente al prezzo miserevole e ladronesco. Se anche vogliate vederla come semplice questione economica, comunque, non è una calamità naturale quella che li fa protestare, ma una calamità umana.

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Sepolture e civiltà

Indubbiamente, se il corpo umano non è tempio di Dio, andrebbe benissimo anche buttarlo in discarica una volta che sia morto.

Pensandoci, è proprio ciò che fanno quelli che disperdono le ceneri sul mare. Nel mare infatti si scaricano le fogne. Se poi metti mamma o babbo sulla mensola del caminetto e ti si spacca il vaso… eeehm…

Pensandoci di nuovo, gli uomini di Neanderthal seppellivano i morti, pur senza conoscere nei dettagli questa faccenda del tempio di Dio. E le sepolture sono sempre state un modo per riconoscere e distinguere le culture preistoriche.

Mi chiedo se questo gettare i morti nella spazzatura faccia di noi una cultura postistorica, oltre che postcristiana.

(E giusto per chiarire, io intendo farmi cremare: ma poi voglio che le ceneri siano sepolte sotto i mughetti che stanno vicino alla cappella del nostro giardino. Mi chiedo con quanta gente dovrò litigare per ottenere una cosa tanto semplice. C’è infatti una tendenza velata a trattare i defunti come rifiuti speciali.)

P.S. Mi auguro che sia noto il concetto di iperbole, anche nel suo significato esteso.

 

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Petalosa flautolenza

Conoscete l’espressione “giustizia poetica”?

Ebbene, dopo essersi sentiti in diritto di sputare sulla Crusca quando ha dato il suo parere sulla parola “petaloso” (un parere competente e sensato, anche perché fanno i lessicografi da mezzo millennio, ma fin lì comunque ci arrivavo anch’io), adesso molti italiani hanno la

flautolenza

… e io dico che se la tengono.

 

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In una morsa

Presa in una morsa tra la

“flautolenza”

e la

“deutesca lingua”

che sarebbe il nome della lingua tedesca in latino (voglio l’emoticon del pianto, WordPress, please), potrei anche non superare la notte.

Basta che s’aggiunga uno sfondone nuovo tra adesso e le 23,30 e potrei far la fine della noce nello schiaccianoci.

 

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Aria di neve (Stasera)

Lista dei canti (pagina)

Prossimo Brano:
Gloria ‘n cielo (è Natale!)

 

Per la Vigilia di Natale.

 

Aria di neve (Stasera) 
Testo: G.Clericetti, Musica: A.Mascagni

Aria di neve stasera e nessuno ha tempo di aprire la porta e il cuore.
Aria di neve stasera e qualcuno ancora va in giro,
ancora non sa dove andrà questa notte a riposare.

Un uomo che batte a tutte le porte.
Un uomo che chiede a tutte le case
se non c’é un posto per lei:
per lei, per lei che é con me.

Aria di neve…

La donna si piega, sul suo dolore,
al figlio che nasce darà il suo calore.
Ci sarà un muro… vedrai,
vedrai, vedrai basterà.

Aria di neve stasera e nessuno ha tempo di aprire la porta e il cuore.
Aria di neve stasera e nel cielo
si muove una stella che si fermerà solo là,
sulla casa più lontana.

Il bimbo che piange in mezzo alla paglia,
la donna che prega e l’uomo che guarda.
Regnerà. Il mondo chi sei,
chi sei, chi sei non lo sa!

Aria di neve stasera e nessuno ha tempo di aprire la porta e il cuore.
Aria di neve stasera e nel cielo
si muove una stella che si fermerà solo là,
sulla casa più lontana.

 

 

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O Heiland, reiß die Himmel auf

Lista dei canti (pagina)

Prossimo Brano:
Aria di neve

 

 

O Heiland, reiß die Himmel auf,
herab, herab, vom Himmel lauf!
Reiß ab vom Himmel Tor und Tür,
reiß ab, wo Schloss und Riegel für!

O Gott, ein’ Tau vom Himmel gieß;
im Tau herab, o Heiland, fließ.
Ihr Wolken, brecht und regnet aus
den König über Jakobs Haus.

O Erd’, schlag aus, schlag aus, o Erd’,
dass Berg und Tal grün alles werd’
O Erd’, herfür dies Blümlein bring,
o Heiland, aus der Erden spring.

Wo bleibst du, Trost der ganzen Welt,
darauf sie all’ ihr’ Hoffnung stellt?
O komm, ach komm vom höchsten Saal,
komm tröst uns hier im Jammertal.

O klare Sonn’, du schöner Stern,
dich wollten wir anschauen gern.
O Sonn’, geh auf, ohn’ deinen Schein
in Finsternis wir alle sein.

Hier leiden wir die größte Not,
vor Augen steht der ewig’ Tod;
ach komm, führ uns mit starker Hand
vom Elend zu dem Vaterland.

 

Mi dispiace non poterla tradurre ma ci metterei un mese!

Questa invece è la versione in inglese dal libro di Maria Augusta Trapp, che è dove l’ho scoperto:

O SAVIOUR, HEAVEN’S PORTAL REND
Text and melody, 17th century German.
This forceful melody in the first (Dorian) mode should be sung in unison.

1. O Saviour, heaven’s portals rend,
Come down, from heav’n, to earth descend!
Open celestial gate and door;
Never to lock nor fasten more.

2. O brilliant Sun, O lovely Star,
We dare behold Thee from afar.
Sun arise, without Thy light
We languish all in darkest night.

3. Drop dew, ye heavens from above,
Come in the dew, O God of love!
Ye clouds now break, rain down the King,
His peace to Jacob’s house to bring.

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