Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
—L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

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Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

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Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

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Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

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Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

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Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

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Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

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Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

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Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

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La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

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[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

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La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

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La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

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“Vesti giovane, fissa morbido”: scoperta l’origine dell’analfabetismo di ritorno?

Ieri pomeriggio, mio fratello e mia cognata m’hanno quasi fatto venire un coccolone (un ictus cerebrale, cioè; o colpo apoplettico, se vi piacciono le vecchie espressioni) chiedendomi come potevano usare “giovane” in qualità di avverbio. Questo perché mio nipote doveva fare un esercizio in cui bisognava usare la medesima parola – un aggettivo – come aggettivo, come nome e come avverbio.

Lì per lì, ho pensato all’avverbio derivato, che però non si usa: giovanemente. Lo Zingarelli lo dichiara morto – arcaico, dicono loro, ma letteralmente ci mettono la croce – e offre come sinonimo giovanilmente. Se pure non fosse morto, comunque, io non lo userei davvero.

La maggior parte degli aggettivi qualificativi può diventare un avverbio in -mente ma non tutti lo possono. Quello lì, “giovane”, non poteva, quindi rimaneva un buco. Altri aggettivi si usano come avverbi: vicino, lontano, troppo… ma non era il caso in questione.

Domanda di mia cognata: forse che nella frase è morto giovane abbiamo un uso avverbiale?

Sinceramente non mi pare: mi sembrerebbe il solito aggettivo qualificativo, tanto più che il morto resta morto anche se non diciamo com’era al momento del trapasso.

Forse l’espressione da giovane: locuzione avverbiale?

Mmm, forse, ma non me lo ricordo più: sono passati quarant’anni da quando facevo le elementari!

A questo punto è intervenuto mio fratello – miracoli del vivavoce – riportando un esempio che, suppongo, era dato nell’esercizio: gioca pulito è un’espressione in cui “pulito”, che è un aggettivo, è usato come avverbio.

È stato allora che ho rischiato il coccolone, perché mi sono veramente veramente VERAMENTE ARRABBIATA. Come avrebbe detto mio nipote, ero proprio arrabbiosa.

Ora, se v’interessa solo la grammatica, andate direttamente al punto Un po’ di grammatica.

Anche considerando che potrebbero avermi letto male l’esercizio – che magari non c’era scritto “avverbio” ma “locuzione avverbiale” o “aggettivo in funzione avverbiale” – e sempre ricordando che ci sono cose che non so più o che magari sono cambiate rispetto a quando andavo a scuola, semplicemente per me non è accettabile mandare a scuola i bambini perché imparino a parlare e scrivere MALE.

Io non sono di quelli che si attaccano alle regole, anzi. Non sono una purista. Mi piace la grammatica ma non penso che sia una cosa scolpita nella pietra come i Dieci Comandamenti né che sia indispensabile per vivere, mentre invece sono convintissima che venga dopo la comprensione e la bellezza del linguaggio. Si può parlare un italiano eccellente anche senza saper riconoscere un aggettivo con funzione avverbiale.

Però sono di quelli che si rifiutano di separare la grammatica dalla ragione e dallo stile, cioè una cosa che dovrebbe appunto avere a che fare con la bellezza e la comprensione.

Ma noi i nostri figli li mandiamo in giro coi capelli arruffati e sporchi oppure con le capoccette pulite e pettinate? Li mandiamo a scuola vestiti di stracci oppure ci sforziamo di dar loro degli abiti puliti, gradevoli e possibilmente non troppo diversi da quelli degli altri bambini?

E se queste cose cerchiamo di farle al meglio, poi ci sta bene che parlino come pubblicitari? come biscazzieri? come Tarzan? Nella grammatica “Io Tarzan, tu Jane” ha il suo bravo posticino (è una frase nominale) ma davvero ci piacerebbe tanto che i nostri figli si esprimessero così? E che bisogno c’è di mandarli a scuola perché imparino quel che possono imparare per strada o alla tv?

Un vecchio libro di Cesare Marchi, Impariamo l’italiano, aveva un capitolo intitolato “Vesti giovane, fissa morbido”, in cui il professore sottolineava che certi usi della pubblicità si servivano di costrutti già esistenti nella nostra lingua, come è appunto il fatto che in certi casi un aggettivo si usa come avverbio – che è un uso molto antico. Siccome però parlava di grammatica e non di stile, che son due cose differenti, non si metteva lì a dire quanto quell’uso pubblicitario fosse rozzo e anche dannoso.[1]

È stato ricordando quel titolo che m’è salito il sangue al cervello. Mi sono trovata incapace di ragionare con freddezza; non ci ho nemmeno dormito la notte (un po’ perché mi vergognavo di avere reagito così e un po’ perché ero ancora… “arrabbiosa”[2]).

Ricordo un amico, insegnante alle medie, che tre o quattro anni fa rilevava con un certo dispiacere come i ragazzi usassero tante frasi staccate senza apparentemente esser capaci di coordinazione.

E come diamine dovrebbero esserne capaci se, quando sono piccoli e assorbono come spugne, gli viene insegnato a parlare come spot pubblicitari da 10 secondi?

Come si può pretendere che riescano a esprimere pensieri articolati e armoniosi se il loro linguaggio non è articolato né armonioso? Chi parla male pensa male, diceva qualcuno. Per forza poi sono preda delle reazioni. Come gli adulti, del resto, perché le pubblicità si ficcano nel cervello di tutti, bisogna fare un lavoro per non esserne seppelliti.

E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno? Ma ecco dove lo si costruisce, l’analfabetismo di ritorno: alla scuola dell’obbligo!

Che sia un complotto di docenti per impartire lezioni private?

 

Un po’ di grammatica

Forse aveva ragione mia cognata: nella frase è morto giovane forse l’aggettivo è usato con funzione avverbiale, così come nella frase vesti giovane. Ragionandoci, poi, mi è venuto in mente che, se l’espressione “da giovane” è una locuzione avverbiale (lo penso per analogia, poiché “da lontano” è una locuzione avverbiale), allora l’aggettivo che ne prende il posto dovrebbe ugualmente avere una funzione avverbiale.

Questo però non lo rende un avverbio; tanto più che il paragone regge solo al singolare.

Se infatti cadessimo tanto in basso da metterci a dire Vesti giovane! diremmo anche Vestite giovane! Allora si tratterebbe proprio di un avverbio, che ha come caratteristica quella di essere invariabile, cioè sempre uguale, senza genere né numero. In breve: niente plurale (maschile e femminile in questo caso non ci sono per natura).

Ora, vesti giovane somiglia a è morto giovane, a parte che modo e tempo del verbo sono altri. Sono simili, finché abbiamo un morto solo.

Se però consideriamo più di un defunto, tutti in età giovanile, non diremo che sono morti giovane ma che sono morti giovani: non c’è la invariabilità che è caratteristica dell’avverbio. Direi dunque che non è un avverbio.

Ecco qui un dialogo di esempio:

Incidente a un crocevia, una persona morta in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Povero ragazzo! Abitava vicino a me. Aveva meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se è morto giovane!

Esempio simile, altro dialogo:

Incidente a un crocevia, DUE persone morte in un’automobile, due passanti ne parlano.  

Passante 1: Poveri ragazzi! Abitavano vicino a me. Avevano meno di trent’anni.

Passante 2:  Accidenti, se son morti giovani!

Riassumendo:

  • forse possiamo dire che in quella posizione lì “giovane” è un aggettivo usato in funzione avverbiale, questo non mi è chiaro e lo chiederò a chi mi può rispondere;
  • ma di sicuro non possiamo dire che diventa un avverbio. Invece “vicino”, che per nascita è un aggettivo, in quegli esempi è proprio un avverbio e infatti non cambia.

La cosa triste è che ho cercato nella mia vecchia grammatica delle medie e non ho trovato niente. Idem sul web.

Va be’, sarà colpa mia, avrò cercato male.

O magari sarebbe meglio offrire meno casistica e più ragioni per cui le cose sono come sono? Liste di locuzioni avverbiali ne ho pur trovate ma finiscono tutte con eccetera, senza dire perché è così. Oppure si dice il perché ma in maniera parziale e quindi non del tutto convincente.

È vero che, nella lingua italiana, alcuni aggettivi e sostantivi possono essere usati come avverbi e che alcuni avverbi sono anche aggettivi:

* troppo, poco, vicino, per fare solo qualche esempio, sono avverbi e sono aggettivi; la differenza è che come avverbi rimangono sempre uguali (sono invariabili o indeclinabili, che è proprio la caratteristica degli avverbi), come aggettivi hanno genere e numero, cioè hanno una forma maschile e una forma femminile, una forma singolare e una forma plurale: troppo, troppa, troppi, troppe;

* male e bene sono avverbi e sono nomi (sostantivi; in questo caso può addirittura capitare che non ammettano il plurale. Esistono i beni e i mali, ma questi plurali non possono trovare posto in tutte le frasi. Se accusiamo qualcuno di essere “il male assoluto”, per esempio, il plurale non ci sta: sarebbe perlomeno fiacco dire a un supercattivo “tu sei i mali assoluti”).

È vero, sì. Ma non è sempre vero. Anzi, potrei dire che non lo è quasi mai, considerato il numero di casi sul totale degli aggettivi.

Oltre a non sollevarli al di sopra di quel che raggiungerebbero da soli, la scuola mette in difficoltà i ragazzini con cose che non sono sempre vere, con eccezioni magari rare o uniche, e per di più partendo dalla fine anziché dal principio.

Dico dalla fine perché la grammatica è fatta di categorie che vengono, che sono venute, dopo: dopo i dialoghi, dopo le canzoni, dopo la poesia, dopo le preghiere, dopo la lingua. Sarebbe molto più utile far leggere ai bambini tante cose differenti e aiutarli pian piano a osservare e ascoltare la lingua che si parla intorno a loro.

È difficile? Certo che è difficile. Per gli insegnanti.

Mi ha colpito un articolo letto qualche giorno fa, che probabilmente è anche uno dei motivi per cui mi sono arrabbiata tanto: sosteneva che uno dei fallimenti della scuola media unica è di non essere riuscita a insegnare a tutti i ragazzi le settecento parole che separano un padrone da un operaio (immagine tratta da don Milani). E questa affermazione mi ha ricordato una ragazza intervistata in prigione che diceva “Quando sono entrata qui conoscevo e usavo duemila parole, ora me ne sono rimaste cinquecento”. Mi si strinse il cuore. Trasformiamo i nostri bambini in carcerati? Come minimo, li lasciamo nella prigione in cui sono già.[3]

I bambini fino a una certa età non hanno molta capacità di astrazione, quindi per loro è difficile capire le categorie come categorie (la fine), mentre è più facile imparare un ritmo, scoprire la musicalità delle parole e capire che servono per raccontare le cose che ci sono e si vedono (il principio) e poi quelle che ci sono e non si vedono.

Tutto è lecito ma non tutto è conveniente, diceva san Paolo. Sarebbe una gran cosa se chi insegna, a qualunque livello, seguisse il consiglio che viene dopo: Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui (ICor 10,24).

 

 

 

 

[1] Ammesso poi che a quel tempo gli potesse esser chiaro che era dannoso, visto che un altro capitolo comincia così: Noi leggiamo senza eccessiva difficoltà i testi del Due e Trecento. «Nel mezzo del cammin di nostra vita» è un verso composto di parole tuttora in uso, invece gl’inglesi e i francesi di media cultura trovano scarsamente comprensibili i loro autori antichi. Altri tempi, davvero; del resto il libro è del 1984.

[2] Questa parola NON esiste, è solo una distorsione che usa il mio nipotino. Per questo le virgolette (e prima il corsivo).

[3] Uno degli articoli di Chesterton che ho tradotto per la raccolta di Natale diceva una cosa del genere, ma non avrei pensato di trovarmene davanti un esempio così concreto.

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… (puntini di sospensione)

Esiste un equivoco curiosissimo in questo tempo di social network ed è quello dei puntini di sospensione.

Spesso si vedono commenti stracarichi di … Due parole e … Un’affermazione netta e poi … Spero si capisca che questi miei “…” vanno letti a voce: “puntini di sospensione”.

Di fronte a questa inondazione di… molti sottolineano l’incapacità grammaticale e comunicativa dei nostri figlioli. Ma qui sta l’equivoco e io ci ho messo un certo tempo a comprendere qual è veramente il punto della questione.

Il punto è che i … perlopiù non vengono utilizzati per indicare la sospensione, come è nella loro natura. Vengono usati per distanziare le frasi e le parole. Si capisce meglio quando anziché solo 3 ne mettono  5, 6, 7. L’effetto è quello di uno che parli a singulti ma l’intenzione è quella di rendere più leggibile il testo, specie su uno schermo piccolino.

Non dico che non esista un problema di scarsa capacità comunicativa. Esiste. Come minimo, queste persone non hanno idea di come movimentare un testo per renderlo leggibile senza usare lo strumento sbagliato. Ma in realtà il problema è ormai parecchio sopra al minimo.

Trovo però abbastanza temerario dedurre che uno non sappia ragionare dal fatto che usa puntini di sospensione o frasi brevi. (A parte che l’utilizzo come distanziatori dice comunque di una certa creativa duttilità; peccato solo per l’effetto orripilante.)

Che i ragazzi – e gli adulti – non sappiano ragionare lo si capisce da quello che dicono, non da come lo dicono. E non è un’ipotesi, questa, è proprio l’esposizione di un fatto: tra fallacie, superstizioni e titolese, il raziocinio italiano è quasi scomparso, insieme al senso estetico della nostra bella lingua cantante. Ma la causa non sono i puntini o le virgole a spaglio o i punti esclamativi. E non sono nemmeno sintomi. Al massimo sono conseguenze.

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La vita è arcigna con chi le mette il muso (E. Mounier, Lettere sul dolore)

Ho trovato la citazione in un blog con la forma che ho messo nel titolo. Poi ho scoperto la fonte: “La vita è arcigna con quelli che tengono il broncio” (E. Mounier, lettera a Madeleine Mounier, 4 novembre 1929, in Lettere sul dolore, BUR)

Ho avuto spesso la medesima idea e impressione: quelli che si lamentano sempre di ogni cosa, che si comportano come se avanzassero chissà che da chissà chi… hanno una vita più infelice di altri.

E non è che si lamentino *perché* hanno una vita infelice, no: certuni si lagnerebbero perfino in un palazzo d’oro, come la vecchia nella favola di Puskin. Hanno una vita infelice proprio perché si lamentano.

Immagino che lamentarsi impedisca alle persone di godere di ciò che hanno, di quello che c’è e di partire da lì per avanzare verso qualcosa di meglio.

Il contrario di Cenerentola, insomma. Lei non si lamentava mai, come fa notare la fiaba. E alla fine diventa una regina non perché un principe arriva e se la porta via, ma perché è lei stessa a muoversi (assecondando un desiderio anche abbastanza comprensibile e umano, per niente fuori dagli schemi), con l’aiuto di un’amica che fa per lei quello che può.

Perché bisogna che sia chiaro: se Cenerentola fosse stata simpatica e garbata come le sue sorellastre, fata madrina o no, col cavolo che sposava il principe!

Capisco come mai GKC dava tanta importanza alle fiabe. Non sono del tutto sicura che un bambino lo capisca al volo, ma casomai ci penserà chi gliele racconta, ad aiutarlo a capire. E poi effettivamente col tempo i bambini capiscono molte cose. Chissà, forse è per questo che amano tanto rivedere i cartoni animati dozzine di volte: per scoprire tutto quel che c’è da scoprire.

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Robert Browning

Quest’anno, la sorpresa di Natale l’ho già ricevuta. (Quella terrena, si capisce.) Non so se me ne arriveranno delle altre ma la più bella è la pubblicazione della mia traduzione di Robert Browning di G.K. Chesterton.

Robert Browning è un poeta inglese dell’epoca vittoriana che qui da noi è quasi ignoto, come la gran parte dei suoi colleghi. Non avrei letto – non tanto presto, almeno – il libro che porta il suo nome se un amico non mi avesse chiesto un parere per decidere se pubblicarlo o no. Gli ho fatto una scheda di lettura e mi sono offerta di tradurlo. Finora però non sapevamo ancora se ce l’avremmo fatta a pubblicarlo.

Ma ce l’abbiamo fatta!

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Robert Browning è uno dei primissimi lavori pubblicati da Chesterton (1903, commissionato nel 1901) ed è un saggio biografico e insieme di critica letteraria. Allo stesso tempo non è nessuna delle due cose esattamente.

Chesterton era un genio nell’entrare in contatto con gli autori, perciò non si tratta solo o tanto di notizie sulla vita di un uomo, come in genere si trova nei saggi biografici, o di dissertazioni sulla poesia di un poeta, come in genere si trova nei saggi di letteratura. È piuttosto il racconto dell’amicizia di un uomo con un altro uomo, il quale capita che sia un poeta e anche che sia morto prima che Gilbert nascesse. Ma simili amicizie sono possibili.

Con questo però non voglio dire che siano elucubrazioni per niente interessanti di uno di cui non c’importa niente su un altro che neanche conosciamo. Se non fosse stato interessante, non l’avrei tradotto.

GKC leggeva come si dovrebbe leggere, come io ho imparato da don Giussani e altri hanno imparato da altri maestri, per esempio Leopardi, perché in fin dei conti è un modo antico. Quando me ne sono accorta, ho trovato un fratello maggiore:

Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

 

Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

 

Io faccio fatica, specie con certi autori, ma Gilbert aveva questa capacità al massimo grado. A quel tempo, poi, non era il modo normale di leggere. Soprattutto non era il modo normale di leggere Browning, che passava per uno “oscuro” come minimo.

Leggendone in Chesterton, invece, Browning diventa una persona cara come lo era per lui. (Quando sono arrivata a tradurre il punto in cui Browning muore, mi è venuto da piangere come se stesse morendo mio zio. Eppure lo sapevo, che era morto.)

Che a lui fosse caro si capisce sia da ciò che scrive sia da un fatto che nella mia traduzione non troverete, perché è stato eliminato alla prima pubblicazione:[1] nel manoscritto del saggio, cioè la versione che l’autore consegna all’editore, la maggior parte dei versi erano scritti sbagliati, perché GKC citava sempre a memoria. E questi versi li conosceva talmente a memoria da averli modificati: un fenomeno che accade anche a me con i versi della Divina Commedia che conosco a memoria. Il significato rimane lo stesso, il verso è riconoscibile… ma lo modifichi come se fosse una cosa tua. Probabilmente accade lo stesso a tutti quelli che conoscono versi a memoria (o by heart, come dicono gli inglesi) e se li ripetono di quando in quando.

Ecco qua alcune delle mie parti preferite del libro. Ma sono solo alcune, una per capitolo (tranne il capitolo IV, che ne ha due perché parla dell’Italia ed è il mio preferito). Sono in genere più lunghe del solito, perché Chesterton non è tanto uno scrittore da “citazioni citabili”, benché ce ne siano: quel che veramente dà gusto è immergersi nel ragionamento o nell’esposizione che fa e in genere si tratta di più periodi.

Tutto il libro è una gran bella avventura. E siccome è la prima cosa di Chesterton che ho tradotto, mi resterà caro anche per questo.

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Scaricare barili

Ieri mattina, mentre leggevo la prima lettura della Messa per l’Immacolata, mi è un po’ scappato da sorridere. Spero che nessuno se ne sia accorto e spero di non essere irriguardosa a raccontarlo (mi dovrò informare), ma insomma ho notato ciò che in italiano comunemente si chiama “scaricabarile”:

11Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».

12Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”.

13Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.

Genesi, capitolo 3, versi 11-13 (una parte della lettura)

 

Tutte cose vere: è vero che Eva va da Adamo e gli allunga il frutto, così come è vero che il serpente va da Eva e la mena per il naso.

Altrettanto vero è che nessuno dei due era obbligato a cascarci.

Oh, di giustificazioni se ne possono trovare. Per dirne solo una, Eva è stata ingannata da un fior di tentatore; vorrei vedere chiunque di noi al posto suo.

Ma oggettivamente nessuno dei due era obbligato a cascarci. Solo che tutti e due hanno scelto la linea di minor resistenza; suppongo che il Nemico puntasse proprio su questo.

La linea di minor resistenza è: mi fido di qualcuno che ha meno titolo alla mia fiducia (il serpente, Eva) perché è meno faticoso che fidarmi di chi ha maggiore titolo (Dio).

Dopodiché, siccome la linea di minor resistenza è anche linea di frattura, ovviamente è successo un pasticcio. E allora giù a scaricare il barile. Pur dicendo, in fin dei conti, la verità, è stato comunque un atto di viltà da parte di entrambi.

Chissà che sarebbe successo se Adamo avesse solo detto: “Perdonami, ho fatto ciò che tu mi avevi detto di non fare e me ne sono pentito”?

Se l’avesse fatto, suppongo che non sarei qui a scriverne.

Curiosamente, questo “fidarsi secondo la linea di minor resistenza” è ciò per cui Guido da Montefeltro si ritrova all’inferno.

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,

ciò che pria mi piacea, allor m’increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,

ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,

né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.

Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro

a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.

(Come dicevo, Guido sapeva bene
che non era cosa da farsi… )

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ‘l mio antecessor non ebbe care”.

Allor mi pinser li argomenti gravi
là ‘ve ‘l tacer mi fu avviso ‘l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi

(… ma era più facile seguire
la linea di minor resistenza)

di quel peccato ov’io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.

Francesco venne poi, com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar; non mi far torto.

Venir se ne dee giù tra ‘ miei meschini
perché diede ‘l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;

ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.

Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io löico fossi!”.

Divina Commedia, Inferno, canto XXVII, versi 81-123

Quando vidi che ero giunto a quell’età nella quale ognuno dovrebbe calar le vele e raccogliere le sartie[1] / ciò che prima mi piaceva[2] mi venne a dispiacere, e così, dopo essermi pentito e confessato, presi i voti;[3] ahi, povero me disgraziato! quanto sarebbe stato meglio che mi fossi fermato lì.

Il principe dei nuovi farisei,[4] avendo in corso una guerra vicino a casa,[5] e non con saraceni o giudei / perché ogni suo nemico era cristiano – nessuno di questi era tra i vincitori di Acri né stato in Terrasanta come mercante[6] – / non ebbe riguardo né per il suo sommo ufficio e gli ordini sacri di cui era investito né per il cordone che io portavo e che era solito rendere più magri coloro che cingeva.[7]

Ma, come l’imperatore Costantino aveva chiesto aiuto a papa Silvestro, nascosto sul Soratte, per guarire dalla lebbra, così egli mi volle come maestro / per guarire dalla febbre della superbia che l’aveva preso; mi chiese consiglio e io tacqui perché le sue parole mi sembrarono quelle di uno che non ragiona.

Egli proseguì dicendo: “Non avere sospetti in cuor tuo; ti assolvo fin da ora, tu insegnami come posso conquistare la roccaforte di Palestrina. / Io posso aprire e chiudere le porte del cielo, come sai; perché sono due le chiavi che il mio predecessore ha disprezzato”.

Allora le autorevoli argomentazioni infine mi convinsero che tacere fosse peggio che parlare[8] e dissi: “Padre, visto che tu mi lavi / da quel peccato che sto per commettere, [ti dico che] per trionfare e rinsaldare la tua posizione devi promettere molto e poi non mantenere ciò che hai promesso”.[9]

Dopo la mia morte, venne san Francesco a prendermi; ma un diavolo gli disse: “Non portarlo via, non farmi torto. / Deve venirsene giù tra i disgraziati di cui mi occupo io, perché diede quel consiglio fraudolento, e da allora gli son sempre stato vicino, pronto a pigliarlo pei capelli; / perché non si può assolvere chi non si pente, e nemmeno si può pentirsi di qualcosa e continuare a volerla: è una contraddizione e non sta in piedi”.

Povero me! come mi resi conto di ciò che avevo fatto quando mi afferrò dicendomi: “Forse tu non pensavi che io fossi capace di logica!”.

 

Formalmente, diciamo, Guido è all’inferno per aver consigliato un inganno: ma lo aveva fatto, pur sapendo bene in fondo al cuore che si trattava di una cosa sbagliata, fidandosi per il proprio comodo di chi gli aveva chiesto quel consiglio.

Pure costui lo inganna, tra l’altro: perché il Papa non può aprire e chiudere le porte del Paradiso a piacer suo. Ma lui, secondo Dante, finirà tra i simoniaci del canto XIX e non tra gli ingannatori.

 

In Wikisource c’è il testo dell’intero canto (e dell’intera Commedia).

 

 

 

[1] Metafora: diminuire le attività mondane e cominciare a pensare al riposo (eterno). Le sartie sono le funi con cui si gestiscono le vele.

[2] Guido era stato un condottiero, famoso per l’intelligenza e la scaltrezza.

[3] Entrò nell’ordine francescano, dopo una vita molto ma molto movimentata; era anche stato scomunicato più d’una volta, tanto per rimanere in ambito di religione.

[4] Il papa Bonifacio VIII e la sua curia. Non sta dicendo che tutti i cattolici sono ipocriti. Sta dicendo che erano ipocriti quelli che seguivano Bonifacio VIII.

[5] Il Laterano, in Roma, era allora la sede del Papa.

[6] La città di Acri fu assediata e vinta dai Saraceni nel 1291; quanto ai mercanti, la Chiesa aveva proibito ai cristiani di commerciare con i mussulmani di Terrasanta. Commerciare con un popolo nemico, in effetti, sarebbe stato più o meno come vendere armi a paesi in guerra e contemporaneamente promuovere conferenze di pace; vi ricorda qualcosa? Ovviamente, il divieto non funzionava, esattamente come non funzionano le conferenze di pace.

[7] Il cordone da francescano, appunto, che era segno della povertà in cui vivevano coloro che ne erano cinti.

[8] Gli parve peggio, cioè, disobbedire al Papa che consigliargli un inganno per far cadere la città. Ma non è una posizione seria, perché cede a una promessa che gli fa comodo. Infatti, la prima reazione era stata di pensare che erano parole folli.

[9] Ecco perché è un “consiglio fraudolento”: perché è proprio una frode, un inganno, non un’astuzia tattica ma una vera vigliaccata.

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Cattivi argomenti

Non mi era mai capitato di vedere sciorinare una quantità di cattivi argomenti come in questo caso del referendum costituzionale. Ora come ora non me li ricordo tutti, solo una manciata. Eccoli qua.

A) Il peggiore di tutti è sicuramente “votiamo no per mandare a casa Renzi”. Siccome il presidente del Consiglio ha già riconosciuto e pubblicamente ammesso che è stato un errore collegare il sì al referendum con la sua permanenza al governo, mi pare abbastanza chiaro che non abbia voglia di levar le tende. Votare no per questo e basta significa perdere. Ci sono eccellenti motivi per votare un bel no tondo tondo ma questo non ne fa parte.

B) Quasi alla pari è l’argomento del senato che “rappresenterebbe i territori perché sarebbe costituito di sindaci e consiglieri regionali”. Questo è un po’ più complicato del precedente, che è scemo e basta.

Tanto per cominciare, se la conferenza Stato-Regioni non funziona, non ho ben capito come mai si pensi che trasformarla in senato funzionerebbe meglio. È un problema di volontà, non di nomi.

In secondo luogo, sospetto che un sindaco o un consigliere regionale abbia già abbastanza da fare senza metterci pure il senato. Se però a questa obiezione si replica che tanto al senato ci si andrebbe solo una volta al mese, allora mi pare evidente che detto senato lo si pensa inutile, altro che rappresentare il territorio. Non conosco nessuna persona seria che sia capace di prendere una decisione importante – e magari condivisa con altre cento – nell’arco di ventiquattr’ore: anche senza andare fisicamente lì, far bene il lavoro implica studiare, capire eccetera. Allora, o fai male tutto quel che devi fare oppure fai male una sola delle due cose e quale sarà mai? E comunque, se il sindaco di Firenze Nardella attualmente va a Roma una volta a settimana per fare anticamera da qualche ministro, direi che con una volta al mese non ci si fa niente.

Terzo: ma il sindaco Nardella mica penserà di non andare più a Roma una volta che ci sia un senato di rappresentanti territoriali? Voglio dire, mica penserà che al sindaco di Aosta (per dire) importi qualcosa dei problemi precipui di Firenze? Non è certo di quelli che si parlerebbe nel nuovo senato. Anche perché, se si riunisce una volta al mese, dovrà essere molto ma molto selettivo…

In definitiva, basandoci su questo argomento, dobbiamo concludere che il nuovo senato non rappresenterebbe niente.

C) La faccenda dei soldi lasciamola perdere, perché è meschina, oltre che ballerina. Cinquanta, cinquecento, e che volete che sia? Lo zero non vale niente e la matematica è un’opinione.

D) L’argomento del “non ci sarà un’altra occasione per i prossimi trent’anni” è sballato: anche nel 2006 abbiamo votato per un referendum costituzionale e non sono trent’anni, sono dieci. Il problema è di volontà, non di tempo.

Certo, dopo tutto il veleno che le due parti si sono sputate addosso, non sarà facile ricominciare a discutere da persone civili; ma non sarà facile qualunque sia il risultato, non solo se vince il “no”. Irrilevante? Non proprio; perché un altro dei cattivi argomenti è appunto che

E) “intanto facciamo il primo passo, poi aggiusteremo quel che va aggiustato”. E come vorrebbero aggiustarlo, se non discutendo da persone civili? Con la legge marziale?

F) L’argomento “le Regioni bloccano le opere comuni per i propri interessi particolari” è infondato: se lo Stato avesse (a) capacità di negoziazione e (b) nerbo, farebbe tutte le opere necessarie. Competenze concorrenti non vuol dire che Stato e regioni devono andare a litigare davanti ai tribunali.

G) L’argomento “la nostra Costituzione diventerebbe illeggibile” è assurdo, perché presuppone che la nostra Costituzione ora come ora sia leggibile e comprensibile per chiunque. Questo non è vero. Se lo fosse, tanto per fare due esempi, non ci sarebbe tanta gente convinta che lo Stato gli debba dare lavoro né altrettanta convinta che la scuola sia obbligatoria. In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola.

H) L’argomento “questa riforma uccide la democrazia” è ridicolo, la democrazia è morta da un pezzo. O non ve n’eravate accorti?

Mi rendo conto che quasi tutti questi cattivi argomenti sono quelli del “sì”; il fatto è che loro ne portano di più – il “no” si è molto fossilizzato su ‘sta scemenza del “mandiamo a casa Renzi”, per questo ha preso la A – e anche che forse ho ascoltato con più attenzione i sostenitori del “sì” perché cercavo in tutti i modi un motivo adeguato per votare come loro, visto che anche persone che stimo sono per il “sì”. Non l’ho trovato.

Questo però non ha a che fare con la cattiva qualità degli argomenti.

Un cattivo argomento è cattivo perché non ha basi solide. Nella raccolta chestertoniana che ho tradotto per questo Natale (in fondo si può vedere la copertina), c’è un bell’articolo sulla logica che parla proprio di questo. E uno dei motivi per cui l’ho scelto, a parte l’interesse per la cosa in sé, è stato proprio il pessimo argomentare che ho dovuto subire negli ultimi sei mesi.

In definitiva, se avessi potuto servirmi solo di questi argomenti, avrei votato scheda bianca. E poi si lamentano dell’astensione.

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Avvento

Il Natale si chiama così perché il 25 dicembre noi cristiani ricordiamo la nascita di Gesù, ricordiamo che Dio un giorno è nato come uomo; il giorno in cui uno nasce si chiama in latino dies natalis, da cui Natale.

Se avessimo voluto commemorare qualcos’altro, la festa avrebbe un altro nome. Visto che nel periodo intorno al solstizio d’inverno c’è sempre stata qualche festa, avremmo avuto solo l’imbarazzo della scelta. A noi però interessava e interessa quell’Avvenimento e non qualcos’altro: Dio che viene a farci compagnia nel mondo come un uomo.

Siccome ci interessa molto, ci prepariamo alla festa con un periodo appositol’Avvento.

Avvento deriva da una parola degli antichi Latini, adventus, che indicava il momento in cui la divinità entrava nel tempio ad essa dedicato. Noi cristiani invece la usammo per indicare non il momento dell’arrivo del Bambino (anche perché il momento del Suo ingresso nel mondo è il momento del concepimento, che celebriamo il 25 marzo con la festa dell’Annunciazione), ma il tempo di attesa che precede la nascita. Questo per tre motivi:

* perché all’inizio ci fu un’attesa, una duplice attesa: l’attesa del Messia, da parte del popolo di Israele, ma anche l’attesa molto concreta del parto;

* perché attendiamo che Gesù torni alla fine dei tempi, come lui stesso ha promesso;

* e per imparare ad attendere e chiedere che venga ogni giorno, come dice il “Padre nostro”: venga il tuo Regno. Il Regno è Gesù stesso.

Tutto il calendario liturgico serve a questo: nel corso dell’anno ci mette davanti agli occhi ora quel tema e ora quell’altro, con l’obiettivo di arrivare a vivere ogni giorno le cose su cui ci concentriamo nei vari periodi. L’idea generale, insomma, è che ogni giorno facciamo memoria della venuta di Gesù (Natale), della Passione e della Risurrezione (Pasqua), della vita oltre la morte, con i suoi premi e i suoi pianti (le feste dei Santi e dei Morti) e così via.

Le circa quattro settimane di Avvento che precedono il Natale, così come le settimane di Quaresima, servono per imparare ad attendere e chiedere; non per niente, uno dei canti principali dell’Avvento è il Rorate caeli desuper, nelle sue varie versioni.

A che serve, però? Se lo so già, che Natale viene e che Gesù è nato eccetera, a che serve prepararmici? E tutti gli anni, per giunta?

Piccolo principe volpe

Se per esempio verrai alle quattro del pomeriggio,
già dalle tre io comincerò a essere felice.

Più il tempo passerà e più mi sentirò felice.

Finché alle quattro sarò tutta agitata e in apprensione:
scoprirò il valore della felicità!

Ma se vieni quando capita,
non saprò mai a che ora vestirmi il cuore…

—la Volpe al Piccolo Principe, capitolo XXI

 

Ci occorre una preparazione per gustare le cose belle, altrimenti dopo un po’ non c’interessano più.

C’è il rischio che uno dica “va be’, ma tanto lo so che è venuto, che è risorto” e in questo modo, anche se lo sa, nella vita quotidiana se lo scorda e smette di chiedere che riaccada e smette di essere felice del fatto che è accaduto e accade.

Si tratta di un’evidenza sperimentale, non di un’ipotesi o di una fissa clericale: ognuno ha qualche esperienza di cose che “sapeva già” e che gli sono diventate insignificanti, che ha cominciato a dare per scontate o magari a trovare fastidiose. Non devono per forza essere cose importanti. Funziona così con tutto.

Un buon Avvento a chi attende e a chi non attende niente.

(28 novembre 2015)

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