Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
—L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

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Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

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Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

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Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

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Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

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Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

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Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

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Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

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Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

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La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

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[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

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La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

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La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

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A volte una nuova edizione è più interessante di un nuovo libro, perché i libri nuovi, come i poveri, li abbiamo sempre con noi, mentre nuove edizioni degne di nota le abbiamo solo di rado.
— James Milne, giornalista, New York Times 1910

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Le parole, quando ci fanno torto, hanno la forza di un gigante, quando dovrebbero renderci un servigio, hanno la debolezza di un nano.
— W. Wilkie Collins, La donna in bianco (cap. 1-VIII), Oscar Mondadori 1979 (traduzione di Fedora Dei)

 

 

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Di pirati, confini ecc. 2

Quando si dice qualcosa, la sostanza viene prima della forma, intesa qui come bellezza e armonia dell’insieme: se devo esprimere un concetto, lo esprimo come so fare e il “come so fare” dipenderà da chi sono, da quanto ho studiato, dalle mie capacità personali e dalle mie soft skills… ma la sostanza no, essa è al di fuori di me e rimane sempre la stessa anche se sapessi solo esprimermi come un facchino analfabeta.

Questo è ciò che ho sempre pensato. Questo è ciò che continuo a praticare nella mia vita quando ascolto chicchessia o leggo le parole di chiunque.

Ma questo non è ciò che la generalità delle persone comprende o pratica nella vita sua. Ne consegue che bisogna stare attenti a come ci si esprime, se si vuole comunicare correttamente la sostanza che ci interessa. E non mi riferisco alla sola grammatica, per quanto c’entri anch’essa, perché la grammatica è uno strumento. (Né sto giustificando il voler ingannare con le parole, che è tutta un’altra storia. Abusus non tollit usum.)

 

Uno che parla come il ministro Matteo Salvini parla è un pessimo comunicatore, non perché sia un uomo cattivo – a naso non lo è, benché abbia alcune idee e convinzioni cattive, situazione che condivide con un gran numero di esseri umani passati e presenti e futuri – ma perché il suo modo di esprimersi fa da schermo alla sostanza che vuole trasmettere e che spesso è solo una verità di comune buonsenso o, a volte, una verità di comune giustizia. A me dispiace che Salvini usi tanto spesso la parola “buonsenso” proprio perché, comunicando come fa lui, rischia di bruciarla.

 

Prendiamo il caso della nave Alex che si trova a 12 miglia da Lampedusa con una cinquantina di emigranti a bordo.

Questa nave ha espressamente rifiutato di dirigersi al porto di Malta, in cui è stata invitata, con la scusa ufficiale che le persone imbarcate non ce la farebbero. Già da qui si capisce che la faccenda è una provocazione, perché quelle medesime persone che non ce la farebbero a navigare qualche ora verso un porto sicuro ed europeo sembra che possano farcela benissimo, chissà come, ad attendere fermi in mare sotto i tendali.

Siccome si capisce benissimo anche solo da questo, Salvini sta di nuovo parlando di pirateria; s’è già visto come mai questo termine sia sbagliato, anche a volerlo usare come similitudine.

Ma c’è di peggio, ed è un peggio che il ministro s’è tirato addosso con la Sea Watch 3: la nave batte bandiera italiana e, secondo le parole sue, ciò equivarrebbe ad essere su suolo italiano. Mi pare sia stato lui ad usare questo argomento contro l’Olanda, poiché la Sea Watch 3 batteva bandiera olandese; adesso come se ne caverà fuori?

 

Aggiornamento 6 luglio. A quanto pare non me lo son chiesto solo io. 

CAOS MIGRANTI/ Il giurista: ecco le furbizie di Malta e i doveri della Germania, intervista all’ammiraglio Fabio Caffio, esperto di diritto del mare e consigliere scientifico del Cenass, IlSussidiario.net, 6 luglio 2019

 

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Di pirati, confini e forzature di blocco

Le parole sono importanti. Non dovrei scrivere, perché ho una mano fuori uso, che però corre alla tastiera perché sono abituata così e ciò non le fa bene. Scrivere con una mano sola è una fatica. Però ieri sera ho sentito così tante imprecisioni o positive fesserie concentrate in mezz’ora che scriverne diventa un dovere civile, dovessi metterci la giornata intera.

 

Il Caso

La nave Sea Watch 3, armata da ong tedesca e battente bandiera olandese, incrociando nel Mediterraneo, trova e carica 42 persone in acque internazionali (beneficio del dubbio, poiché non so bene) e fa rotta verso Lampedusa.

L’Italia le vieta l’ingresso nelle proprie acque territoriali.

La nave si ferma e presenta ricorso alla Corte europea dei diritti umani, Cedu, contro tale divieto.

La Cedu risponde che la nave non ha alcun diritto di entrare nelle acque di un dato paese se quel paese non vuole. Per far ciò, impiega un paio di settimane, mentre la nave sta in mezzo al mare con 42 persone sotto i tendali, vale a dire i teloni che vengono tesi sul ponte di una nave per ripararlo dal sole; la Sea Watch 3, infatti, non è attrezzata per il trasporto di passeggeri, ma solo per il trasbordo (è una specie di chiatta, per dirla con un’immagine).

Avuta notizia del no della Corte, il comandante della nave, che è una giovane tedesca, decide di entrare comunque nelle acque territoriali italiane, perché i suoi ospiti sono allo stremo (e anche l’equipaggio non starà poi così bene, immagino, ma questo non si dice mai), per raggiungere il più vicino porto sicuro. Così dirige su Lampedusa.

Arrivata al largo di Lampedusa si mette alla fonda (cioè si ferma in mare) e aspetta circa 24 ore. Non sono sicura dei tempi ma dovrebbe essere un’attesa legata al fatto che la comandante aveva dichiarato l’emergenza che le ha fatto ritenere opportuno entrare senza autorizzazione; però potrebbe anche dipendere dal fatto che in porto c’era già una nave e quindi non c’era posto per un’altra.

Il giorno seguente, la Sea Watch 3 riparte verso il porto. A circa 1 miglio (un po’ meno di 2 km) da esso, le nostre motovedette raggiungono la nave e intimano di spegnere i motori. La comandante obbedisce.

La nave viene raggiunta da un gommone con alcuni deputati del PD che salgono a bordo.

 

Le Imprecisioni  

 

Pirati. Il ministro degli Interni Salvini dichiara che la comandante della Sea Watch 3 è un pirata, perché è entrata nelle nostre acque violando la legge che espressamente lo vieta.

No. Un pirata è essenzialmente un ladro che aggredisce navi o anche paesi costieri per fare bottino. La signora essenzialmente non sta rubando niente e non ha aggredito nessuno. È una fuorilegge, senza dubbio, ma non un pirata. Poteva essere un corsaro, ma dubito che abbia avuto la patente di corsa dal governo tedesco, visto che fa parte di una ong. Al massimo potremmo definirla una contrabbandiera.

 

Ostaggi. I deputati del PD dicono – stavolta come altre volte – che il governo tiene in ostaggio dei poveretti, per di più allo stremo perché provengono dai campi libici e da due settimane in mare.

No. Un ostaggio è qualcuno che viene tenuto prigioniero in modo da poterlo usare come leva per ottenere qualcosa. A rigor di termini (anche se è un po’ pesante, metterla così), se qualcuno tiene in ostaggio 42 poveretti, quel qualcuno è la comandante della nave, che li usa per fare a modo suo senza averne alcun diritto.

Nessuno costringeva la comandante della Sea Watch 3 a rimanere in mare due settimane in attesa di una sentenza: poteva fare rotta verso un altro porto. La sentenza della Cedu ha sottolineato proprio questo; in più ha stabilito che, anche senza farle entrare, noi dobbiamo assistere queste navi con rifornimenti, quindi la nave poteva dirigere su un altro porto anche dopo la sentenza. Nessuno l’ha obbligata ad attendere due settimane per una sentenza né è mai stata obbligata a fare rotta verso Lampedusa. Semplicemente la comandante (e forse la stessa ong) voleva che lo sbarco avvenisse a Lampedusa.

In ogni caso, da dove le persone provengano e come stiano, rispetto allo status di ostaggi o meno, non c’entra niente; se avessero cabine di lusso e caviale a colazione, la questione non cambierebbe di una virgola.

 

La nave in balia del mare. Secondo il Televideo, e chissà chi altro, la nave è rimasta due settimane in balia del mare.

No. Una nave è in balia del mare quando non gli si può opporre: ha il timone rotto (non governa) oppure ha finito il carburante e può solo seguire la corrente oppure a bordo son tutti morti e quindi nessuno la governa anche se ha timone e propulsione. Questo non è mai stato il caso della Sea Watch 3 o di nessuna della navi di ong che abbiamo respinto.

 

I confini non esistono. Secondo uno dei deputati PD saliti a bordo (Fratoianni, mi pare), il nostro governo non può tenere le navi delle ong fuori dalle nostre acque perché i confini non esistono.

Questa è talmente sbagliata che non si può nemmeno discutere.

 

Forzare il blocco. Tutti si son buttati a dire che la comandante della Sea Watch 3 ha forzato il blocco ed è entrata nelle nostre acque territoriali.

No davvero. Non ha forzato niente, così come nessuno dei suoi colleghi. (Una gran delusione, per me, perché sto aspettando da quasi un anno che qualcuno mostri davvero di tenerci ai poveretti che trasborda.)

Per cominciare, nel Mediterraneo non esiste un blocco da forzare. C’è solo qualche legge da violare.

Il blocco navale è uno schieramento di navi che devono fermarne altre, per impedir loro di entrare in certe acque o di raggiungere una certa terra. Le navi del blocco possono fermarsi a una certa distanza l’una dall’altra, costituendo uno sbarramento, oppure incrociano, cioè vanno avanti e indietro, in una certa zona di mare. Ecco la definizione dello Zingarelli:

Sbarramento di forze militari, spec. navali, destinato a chiudere le vie di accesso, di rifornimento, di comunicazione con un luogo, un porto, uno Stato.

Un blocco, insomma, è una cosa fisica. Una cosa fisica che nel Mediterraneo non c’è.

Può esserci davanti a un porto, però. Fisicamente un porto non si può chiudere come se fosse il cancello del giardino. Un tempo si tendevano catene appena sott’acqua, per sfondare la chiglia della nave che fosse entrata senza permesso ma ora non si fa più, perché non funzionerebbe. Un porto oggi si chiude usando altre imbarcazioni.

Così, quando la Sea Watch 3 si è avvicinata troppo allo scalo, le motovedette le sono andate incontro e le hanno intimato di fermarsi e di spegnere i motori. Quello era un blocco: se preferite, era un posto di blocco, anche se mobile.

E che cos’ha fatto la comandante della nave? Ha proseguito, consapevole che stava salvando delle vite? Ha accelerato per portare a terra le persone in sofferenza? Questa sarebbe stata una vera forzatura di blocco, perché c’erano le motovedette a fare un posto di blocco. Questo è ciò che aspetto da quasi un anno e mi piaceva che avvenisse ad opera di una donna, anche se in genere non faccio simili distinzioni.

Ma lei no, niente del genere. Si è fermata e ha spento i motori.

Diligentissima. O meglio, cauta. Deve aver pensato: violare la legge va benone, ma questi hanno le armi per spararci addosso. Come se fosse nostro costume sparare così, su chi palesemente non è armato.

In definitiva, dove il blocco c’era, esso è stato rispettato. Dove non c’era, non si può parlare di forzatura del blocco.

*****

Aggiornamento 29 giugno 2019. Nemmeno 12 ore dopo che avevo pubblicato queste parole, il capitano Carola Rackete della nave Sea Watch 3 ha veramente forzato il blocco e ha attraccato nel porto di Lampedusa.

Circa i motivi si può pensare quel che si vuole, ce ne sono almeno tre possibili. Io per me penso che lo abbia fatto perché la situazione era diventata rischiosa per davvero: poco prima, infatti, uno dei PD a bordo aveva detto che due persone erano state sbarcate perché stavano male e che gli altri, vedendo che per quel motivo si sbarcava, avrebbero potuto farsi del male da soli.

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“Per eliminare una mina inesplosa, accusano gli Stati Uniti” (TG2, domenica 16 giugno 2019)

A volte nei telegiornali si sentono assurdità che ti lasciano perplesso per quanto sono enormi. Sono così enormi che a volte è perfino difficile vederle; un po’ come quelle grandi scritte che, sull’atlante, devono ricoprire uno spazio molto ampio e sono fatte di grosse lettere molto distanziate.

Una riguarda la petroliera (o metaniera) attaccata l’altro ieri nel Golfo di Oman. Che i pasdaran iraniani si siano avvicinati alla nave, non si discute e infatti l’Iran non lo discute, ma dice che si sono avvicinati per prestare soccorso.

Gli Stati Uniti invece li accusano… di che? Di aver voluto togliere una mina inesplosa!

Che diamine di accusa è? A me risulta che eliminare mine inesplose sia un’opera meritoria, non una “accusa”.

È vero che io non m’intendo di mine; ma, come non me ne intendo io, non se ne intendono milioni di altri. Il Il pubblico normale non s’intende di mine.

In realtà quell’accusa ha un motivo molto valido: ci sono mine (magnetiche) che sono fatte per esplodere quando uno le va a staccare. Se fosse stata una mina del genere, sai che botto?

Ma uno apprezza il paradosso, e l’accusa conseguente, solo se sa come funzionano ‘ste mine. Altrimenti no.

Io l’ho appreso leggendo un’intervista a Micalessin, che in zone di guerra ormai è di casa. Prima non lo sapevo ed ero perplessa. Una qualunque casalinga con meno tempo di me, che dovrebbe pensare? Magari non ascolta; se però ascolta, che dovrebbe pensare?

I telegiornali, specie quelli di Stato (non posso dire “pubblici”, perché i tg son tutti pubblici; quelli della RAI lo sono due volte), dovrebbero pensare a chi non ha il tempo che ho io per andare a leggere di qua e di là, altrimenti non servono a niente.

Anzi, è anche peggio che non servire a niente. A furia di sentire assurdità, ci abituiamo a sentirle e perdiamo la capacità di riconoscerle. Se perdiamo la capacità di riconoscerle, la perdiamo non solo verso i giornali ma anche verso le leggi, le usanze, i commerci e qualunque altra cosa.

 

TERZA GUERRA MONDIALE/ Attacco a petroliere, l’Arabia vuole lo scontro tra Usa e Iran, intervista a Gian Micalessin, Il Sussidiario.net, 15 giugno 2019

 

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A Panorama: ringraziamenti di cuore

A volte mi scoraggio pensando che il Principale mi abbia dato un talento del tutto inutile.

No, non è vero, non succede “a volte”. Succede all’incirca ogni dieci minuti. Da un bel po’ di tempo.

Succede per quello che scrivo io e succede per quello che traduco, specialmente in questi giorni in cui sto terminando un libro che nessuno vorrà comprare, ed è il secondo in tre anni: il che vuol dire che anche questa strada non è la mia, come già altre.

Se è così, allora, che me ne faccio di una capacità linguistica superiore alla media che però è limitata solo alle lingue scritte, e delle cose scritte bene non gliene importa più niente a nessuno? Fossero almeno romanzi! Ma io per i romanzi sono anche più negata che per la poesia.

In questi momenti (si fa per dire), non mi sembra di poter continuare a scrivere solo come gesto di carità, anche se lo faccio da dieci anni, perché in fin dei conti non ho neanche il minimo riscontro che qualcuno mi legga. Vedo le visite alle mie pagine, questo sì: ma non ho idea se quelle centinaia di persone abbiano poi letto davvero o siano solo entrate nella pagina; tantomeno ho idea se abbiano imparato qualcosa da far poi sapere anche ad altri. Scrivere in queste condizioni, mi dico, è solo una scusa per perdere tempo aspettando chissà che.

Così, mi abbatto ogni dieci minuti. Ultimamente sto passando le giornate pancia a terra.

 

Poi arriva un articolo che mi consola:

“Finte recensioni, i retroscena di un inganno. Quanto costano e come riconoscerle”,
di Marco Morello, Panorama (web), 10 giugno 2019

 

Non parla di libri, ma delle recensioni di tipo turistico. Che ce ne siano di finte non mi scandalizza, anche perché non è una notizia nuova e il 12% di recensioni farlocche non è molto, checché ne pensi l’autore dell’articolo: il 12% di farlocco vuol dire anche un 88% di buono. Il problema casomai sarà come imparare a riconoscerle; e per me non è nemmeno un problema, visto che il mio cervello sulle parole scritte funziona proprio come il software statunitense, salvo che quello è più veloce. (A proposito di “riconoscere”: l’articolo non spiega come possano riconoscerle i comuni lettori, ma dice quali sono le tattiche impiegate da chi ha il dovere di riconoscerle.)

Non è per questo che lo trovo consolante.

Quel che mi consola è che prima o poi veramente i nodi vengono al pettine.

Il mondo oggi è zeppo di gente che crede di saper scrivere perché ha superato le scuole dell’obbligo. Ma poi che se ne fa, di questo “sapere”? Lo usa per scrivere balle su internet, dove altri “saputi”, passati indenni anche loro per la scuola dell’obbligo, abboccano come il più stupido dei pesci.

Sarò cattiva, forse; andrò all’inferno, forse: ma io l’ironia cosmica la trovo esilarante.

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Palilalia politica

Ho appena scoperto che ripetere sempre le stesse frasi o le stesse parole può essere un sintomo di danni al cervello e, quando è così, ha un nome: palilalia.

Peccato che sia una parola così brutta, altrimenti ci si potrebbe sbizzarrire. Se c’è una cosa di cui soffrono attualmente i nostri politici, infatti, mi pare che quella sia proprio la palilalia.

 

Se uno mi si mette sul palco a ripetere fuori i negri e dentro le puttane, io capisco, non il sentimento o la proposta ma l’uso (anche fino all’abuso) di quel diritto civile che si chiama libertà di parola; poi, starà a me controbattere demolendo la proposta e il ragionamento che ci sta dietro.

Se uno facesse come Catone e dicesse alla fine di ogni discorso, che so, coeterum censeo Salvini delendum esse, io capirei se non il sentimento almeno l’atteggiamento. Voglio dire, questa è una cosa che dici dopo aver parlato d’altro.

Ma io da un anno non sento davvero altro che ripetere le solite cose e non sono proposte ma, appunto, solo… cose.

 

All’ex-cavaliere Berlusconi che ripete: “questo è un governo di scappati di casa e di gente che non ha mai lavorato in vita sua”, che accidenti gli vuoi dire? Non dovrebbe esserci arrivato ormai da solo a capire che così fa infumire due terzi di disoccupati che tutto faranno tranne che votarlo?

Non sarebbe più interessante e produttivo, dire qualcosa del genere “insisterò perché ci sia una franchigia di (poniamo) 12.000 euro esentasse per tutti”? Oddio, poi c’è da decidere se fidarsi, però intanto sarebbe una proposta più che ragionevole e molto attraente. Per questo, suppongo, tutti si guardano dal farla. Devo riconoscere che lui fu il solo, l’anno scorso a farla: ma gliela sentii solo il venerdì sera prima del voto, quindi non era serio.

Comunque sia, io non mi metto a discutere contro un argomento simile; a far notare, per esempio, che anche un tal Benjamin Disraeli fu più o meno uno scappato di casa e uno che non aveva mai lavorato in vita sua prima di fare il politico; in compenso, però, aveva già perso alquanti denari in speculazioni. Non mi ci metto, un po’ perché non mi pare che ci siano dei Disraeli in giro ma soprattutto perché perderei tempo e basta. Si sa che  l’ex-cavaliere non ascolta.

 

Al segretario Zingaretti o a chiunque altro che ripete: “se vincono i nazionalismi, l’Italia sarà isolata”, che diamine gli vuoi dire? Son dieci mesi che, secondo costoro, a ogni fiato di (Di Maio un po’ meno),  l’Italia “è sempre più isolata”! Ma se si deve isolare domani dopo le elezioni, vuol dire che finora non è successo: e allora che accidenti di profeta sei? Perché perdere tempo ad ascoltare profezie fasulle? Non c’è neanche da argomentare, non le azzeccano e basta. E poi si aspettano di superare il 20%?

 

E a tutti quelli che ripetono “Salvini punta sulle paure della gente” (Di Maio un po’ meno), come si fa a far capire che lo stanno facendo anche loro, quando ripetono “se vincono i populisti/nazionalisti/le destre succede un disastro”? Se fossero in grado di capirlo, a naso direi che non avrebbero ripetuto dieci mesi la stessa cosa; perché anche questa la sento ripetere da circa dieci mesi. C’è da dire che, se il PD così facendo supera il 20%, avrà consacrato il metodo come uno di quelli che funzionano.

 

Non s’è sentita una parola, una!, sui programmi di tanta brava gente che chiede di essere eletta al Parlamento europeo. Se voglio sapere che cosa propongono Forza Italia, PD eccetera, devo andarmi a cercare i programmi. Lo faccio, sì, ma intanto questi bellimbusti occupano ore di tv per dire le medesime cose che dicevano dieci mesi fa o sette mesi fa o quattro mesi fa… e questo non va bene.

Non va bene per niente.

Questo è veramente un quadro che richiede a gran voce un neurologo.

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Un danno delle quote rosa

Quest’anno a Perugia ci sono le elezioni comunali.

Io ho, come criterio elettorale, quello di votare le persone, non i partiti. Solo se il partito a cui appartengono mi pare molto ma molto nocivo, evito di votare una persona che pure stimo. Succede anche il contrario: se il partito in genere mi piace, ma candida persone indegne, io non le voto.

Stavolta non mi si presentano questi dilemmi. Ho due amici, persone che conosco bene e so essere oneste e disposte a far le cose come si deve; del resto sono entrambi consiglieri uscenti e hanno operato bene in passato.

Disgraziatamente sono entrambi maschi.

E io non li posso votare entrambi.

Posso esprimere due preferenze, cioè posso votare due persone, se però le due persone sono nella stessa lista devono essere di sesso diverso. E i miei amici si trovano, casualmente, nella stessa lista.

Ora, esclusa l’ipotesi peregrina che uno dei miei amici sia disposto a cambiare sesso – non sono dediti al bene comune fino a quel punto – io sono costretta a scegliere solo uno dei due.

Non conosco nessuna delle donne che si presentano con loro, così di base non ne posso votare nessuna. È ovvio che potrei chiedere a ognuno dei mie due amici un consiglio su quale signora votare, ma il punto non è questo. Il punto è che sarei costretta a rinunciare a una persona che conosco, votandone casomai una che non conosco, perché qualcuno ha deciso che sarebbe una buona cosa avere più donne di qua o di là… anche a rischio di metterci delle incompetenti o perfino delle perfette oche, purché abbiano una vagina (e non m’è ancora chiaro se valgano solo quelle congenite o pure quelle comprate; ma diciamo che si tratta di un problema minore).

Le ”quote rosa” hanno di positivo che spingono, almeno in teoria, a scegliere persone migliori da mettere nelle liste.

Purtroppo questa è veramente solo teoria, perché non è affatto detto che la donna migliore sia disposta a rompersi le tasche in Consiglio comunale o in posti analoghi. Magari preferisce fare altro. Hai visto mai che accada per le donne quel che diceva Chesterton degli uomini (ai tempi suoi in politica c’erano solo maschi)?

 

Il vero male del nostro sistema partitico è di solito espresso nella maniera sbagliata. Fu espresso nella maniera sbagliata da lord Rosebery quando disse che esso impediva agli uomini migliori di dedicarsi alla politica e che incoraggiava uno scontro fanatico. Dubito che gli uomini migliori si dedicherebbero mai alla politica. Gli uomini migliori si dedicano a maiali e bimbi e cose del genere.
G.K. Chesterton, L’elettore e le due voci, 1912 (traduzione mia)

 

Si tratta di un dubbio legittimo. Poi, comunque, ci sono anche le eccezioni, come questa (anche se qui si tratta di elezioni europee).

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Buchi di vocabolario

Ho appena scoperto con un certo sconcerto (mi fa venire pure le rime, figurarsi) che nei vocabolari normalmente non si trova “scalandrino”.

Dove si trova, ti dicono che è la scala a trespolo, cioè quella a tre piedi, e non la scala a libretto, cioè quella degli imbianchini. A questa invece danno il nome di “scaleo”, che per me suona un tantino esagerato, per via dell’assonanza con scalea, oppure la chiamano appunto “scala a libretto”, che può essere un pochino legnoso se devi usarlo in un romanzo.

Ora, visto che i medesimi vocabolari non riportano neanche “falaschio”, nome che noi diamo a un certo tipo di erba (da non confondere con “falasco”, nome toscano di tutt’altra erba), ma la chiamano “paleo”, che è il nome che alla stessa erba vien dato nel Nordest, mi sorge luminosa nella mente un’idea: troppo pochi scrittori umbri in giro per la storia, ecco qual è il problema!

Non dirò che sono troppi i toscani, non dirò che sono troppi i veneti, non dirò che sono troppi i lombardi. Dico invece:

ma gli umbri dove !@!!# sono?!

Dopodiché, in quanto umbra mi trovo addosso un altro problema:

che fo,
traduco step-ladder con scalandrino
oppure no?

Sono grave, la rima continua. Ma è quasi più facile inventare una parola, purché sia immediatamente chiara. che decidere una cosa del genere. Metti che un valdostano o un siciliano non capiscono che cos’è uno scalandrino? Dove lo vanno a cercare? Si sentirebbero discriminati?

Mmm…

Pensandoci, se hanno pubblicato Gadda e Camilleri, forse mi sto facendo problemi per niente.

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