Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
—L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

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Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

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Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

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Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

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Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

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Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

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Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

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Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

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Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

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La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

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[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

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La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

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La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

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I risparmi (o qualunque altra cosa) degli italiani

Qualcuno di recente mi ha fatto notare che i politici italiani si riferiscono sempre a “gli italiani” come se loro non lo fossero. In effetto ormai abbiamo le orecchie piene dei “risparmi degli italiani”, per esempio, o degli “italiani che hanno scelto il cambiamento”.

Ora qui non m’interessa la sostanza ma la forma. Com’è che tanta brava gente parla del proprio popolo in terza persona? Perché non lo fanno solo i politici, è la prima replica che ho fatto a quell’osservazione; per la verità, moltissimi italiani parlano così, me inclusa. Ma il motivo qual è?

La prima risposta che m’è venuta in mente era cattiva, lo riconosco. Era che la nostra cultura generale è stata ammorbata dagli intellettuali di sinistra, negli ultimi cinquant’anni e costoro sono curiosamente sprezzanti verso la gente comune, perlomeno dai giorni in cui il ministro De Sanctis diceva che bisognava trasformare la plebe in popolo. In tempi più recenti – roba di settimane – un paio di commentatori hanno pure provato a ritirare fuori l’aforisma, per farne fregio alla sinistra, ma pare che la fantasia sia morta praticamente sul nascere. Gli UFO sono più credibili, ormai.

Cattiveria o no, però, questo è effettivamente un motivo possibile. Personalmente non credo che sia il primo e principe. Nemmeno il secondo. È solo il primo che mi è venuto in mente, per la concomitanza con la menzogna stellare di cui sopra.

Dopodiché ho cominciato a rimuginarci su, a tempo perso, e in una seconda occasione mi sono accorta che c’è un altro motivo per non usare il noi: il fatto che non ci si considera parte del “noi” di cui si parla.

Niente di metafisico o psicologico, parlo di un fenomeno naturale.

Se io – io nel senso di me, non è un io retorico – se io Umberta dico che “gli italiani non conoscono l’economia”, sto semplicemente  affermando un fatto che vedo e di cui non faccio parte. Io conosco l’economia, almeno nei suoi elementi di base filosofici e matematici. Non potrei dire nemmeno per sbaglio che “noi italiani non conosciamo l’economia”, sarebbe una falsità. (Oppure una dimostrazione di senso civico fuori dall’ordinario, ma io non sono a un tale livello.)

Allo stesso modo, se parlo dei “risparmi degli italiani”, affermo qualcosa che vedo da fuori. Io non possiedo risparmi.

Semplice, no? Semplice. Sfortunatamente, non esistono soltanto casi di questo tipo.

Quando si parla del “voto degli italiani”, per esempio, non ci si dovrebbe sentire fuori dal “noi”: votiamo tutti, a meno che decidiamo di non farlo. Questo rientra in un senso civico ordinario. Ovviamente chi non vota mai, per scelta o pigrizia, potrà usare il “noi” e ricadere nella categoria precedente, ma io ho sempre votato, anche quando mi pareva che fosse perfettamente inutile e forse addirittura controproducente. E non credo proprio che i vari politici che parlano del “voto degli italiani” siano astensionisti accaniti. Molti di loro, sinistri, destri o centrali che siano, non ricadono nemmeno nella prima fattispecie.

Allora perché diamine parliamo così? Io amo il mio paese e anche il mio popolo, non sono un’intellettuale di sinistra (nemmeno un’intellettuale purchessia) e ho sempre votato in trent’anni da che sono diventata maggiorenne. E allora perché parlo così?

Bisogna pensarci, non basta rimuginare.

A che mi serve aver fatto il liceo classico se poi non so pensare a queste cose? A che mi serve saper leggere cinque o sei lingue se poi non sono in grado di cercare una risposta a una domanda del genere?

Accipuffolina, qui ne va della mia identità!

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G.K. Chesterton, Il Natale e l’arte di vendere (1935)

Chesterton online (in italiano)

Il Natale e l’arte di vendere

(Christmas and Salesmanship)

Illustrated London News, 28 dicembre 1935

 

Provo un cupo e malinconico piacere nel ricordare agli scribacchini e sgobboni  prezzolati che mi sono compagni nel terribile mestiere del giornalismo che il Natale appena finito dovrebbe continuare per il resto dei dodici giorni. Dovrebbe terminare nella Dodicesima Notte, in occasione della quale Shakespeare in persona ci ha assicurato che dovremmo star lì a fare Quel che ci Pare.[1]

Invece una delle cose più bizzarre riguardo al nostro tempo scombinato è che tutti abbiamo sentito tanto parlare del Natale appena prima che arrivasse e, dopo che è arrivato, all’improvviso non ne sentiamo più dir niente. Il mio mestiere, la tragica gilda che ho già menzionato, è ammaestrato a cominciare a profetizzare il Natale in un qualche momento verso l’inizio dell’autunno; e le profezie in proposito sono come profezie sull’Età dell’Oro e il Giorno del Giudizio combinati insieme. Chiunque scrive di che glorioso Natale avremo. Nessuno, o pressoché nessuno, scrive mai a proposito del Natale che abbiamo appena avuto.

Intendo fare di me stesso un’esasperante eccezione in proposito. Ho intenzione di invocare un più lungo periodo nel quale scoprire che cosa realmente s’intendesse con il Natale; e una più piena riflessione su ciò che abbiamo realmente trovato. C’è un numero infinito di leggende, perfino leggende moderne, su ciò che accade prima di Natale; si tratti della preparazione dell’albero di Natale, che si dice risalga solo ai tempi del marito tedesco della regina Vittoria, o della vasta popolazione di Babbi Natale che oramai affollano i negozi quasi allo stesso ritmo dei clienti. Ma non c’è nessuna leggenda moderna su ciò che avviene subito dopo Natale; a parte una tetra battuta circa l’indigestione e l’arrivo del dottore. E tanto più, allora, sono spinto a inviare a tutti un saluto post-natalizio o, se fossi abbastanza operoso, un biglietto post-natalizio; e in verità c’è una folla pusillanime che se la cava ripiegando sui biglietti per l’Anno Nuovo. Ma vorrei esaminare questo problema degli usi e festeggiamenti del dopo-Natale un po’ più attentamente.

È di certo un segno distintivo di una comunità commerciale che essa faccia pubblicità in tal modo durante l’Avvento. Tutto l’obiettivo di un simile sistema è di consegnare merci. Una volta che siano state consegnate, c’è un silenzio di tomba; quantomeno come assenza di qualunque esplosione di gioia per la creazione di cose nuove; un relativo silenzio circa le stelle del mattino che cantano insieme o le grida dei figli di Dio.[2] In altre parole, una volta consegnati i beni, non è del tutto certo che qualcuno li abbia esaminati e abbia visto che sono buoni.[3] E l’immensa importanza dell’annuncio diffuso ovunque diminuisce la corrispondente importanza dell’apprezzamento. So che nel caso del commercio ci sono a volte delle prove di apprezzamento. So che nobildonne e attrici (spero che questo sia l’ordine corretto di precedenza) scrivono testimonianze del loro piacere nel consumare un qualche tipo di sapone; e che intellettuali di primo piano sono pescati a dichiarare che praticamente sarebbero stati dei mezzi scemi se non fosse stato per qualche particolare allenamento della mente. Ma prendendo i moderni annunci e avvisi pubblicitari e attestazioni nell’insieme, non c’è paragone tra il volume delle promesse e il volume degli apprezzamenti. Tutti conoscono gli annunci, ma pochi potrebbero citare gli apprezzamenti. Questo è tanto più ovvio nel caso del Natale, perché il Natale è tuttora giustamente considerato una festa per i bambini. È forse naturale che dire a un ragazzino che a breve avrà delle caramelle sia più esplicito ed esplicativo del ragazzino stesso quando sta effettivamente mangiando le caramelle; quando è rimpinzato e incollato alla sedia dalle caramelle; e non è dell’umore adatto per simboleggiare la gratitudine altro che con l’ingordigia. Non gli chiederemmo neanche un lirico grido che possa diventare un inno di ringraziamento; tanto meno un brano di prosa perfetta in cui analizzi le sue impressioni. I bambini andrebbero visti e non sentiti.  In altre parole, vengono per comprare caramelle, non per elogiarle. Purché non si producano rumori eccessivi nella masticazione dei dolciumi, dispenseremo la gioventù da qualunque lungo esercizio retorico in forma di rendimento di grazie. E una certa quota di questa sproporzione naturale tra eccitazione dell’attesa e ringraziamento bisogna consentirla a tutti i giovani. La triste agonia che tanti ragazzini devono stare attraversando in questo momento, allo scopo di scrivere tre righe di ringraziamento alla nonna che gli ha dato le caramelle, di per sé non è una riflessione sulle caramelle. La gratitudine, essendo quasi il più grande dei doveri umani, è anche quasi il più difficile. E se persone adulte non pensano praticamente mai ad essere grate per il sole e la luna e i loro stessi corpi e anime, è facile scusare una persona immatura se trova difficile dirti grazie per un sacchetto di dolci. Soltanto, dicevo, una volta fatte tutte queste concessioni, c’è ancora una sproporzione tra le promesse di qualunque festa simbolica tanto grande e lo strano adempimento della promessa. E ciò è connesso con una certa consuetudine commerciale di certe persone che promettono tutto o di tutto, così che le altre persone sviluppano una tendenza a non ringraziarle per niente. C’è una specie di silenzio circa l’assorbimento di molte cose moderne, in confronto alle alte grida che ne hanno annunciato l’arrivo.

Non so fare a meno di sospettare che ci sia, in questo, un problemino riguardo a ciò che è chiamato entusiasticamente l’Arte delle Vendite. Non dico che vendere non possa essere un’arte; non dico neanche che sia diventata troppo artefatta. Tuttavia non sono i suoi nemici ma i suoi amici ad alludere di continuo che essa non significa far comprare alle persone ciò che non vogliono. Una transazione di tal genere spiegherebbe in pieno i gioiosi schiamazzi dei negoziati d’apertura in confronto al silenzio successivo. È un trionfo per il venditore quando fa comprendere al cliente di aver avuto bisogno da tempo di uno spazzolino elettrico o di una matita automatica, dei quali mai prima aveva sentito parlare. Ma non è sempre un trionfo per il cliente quando questi in seguito si mette ad esaminare giustamente e seriamente quelle cose. E a me pare che la nostra civiltà sia in qualche misura andata fuori posto, proprio nel punto esatto di questa congiunzione tra un’offerta accanita e zelante e una domanda piuttosto debole e tentennante. C’è una tale carica di elogio e raccomandazione, da un lato, e una tale mancanza di reazione, sia di elogio sia di protesta, dall’altro, che dubito che il consumatore stia fornendo allo Stato una critica abbastanza costruttiva.

Dopotutto, il fondamento originale di ogni commercio è stato che le idee provenivano dal consumatore; e che questi era ben certo di ciò che voleva consumare. I sogni e le visioni del consumatore erano poi concretizzati e, per così dire, incarnati, nelle arti e nei mestieri che li soddisfacevano. Naturalmente, artisti e artigiani facevano nel dettaglio cose che il consumatore non poteva fare da sé; ma il consumatore faceva qualcosa non nel dettaglio ma nel disegno. In un certo senso, lui era l’architetto e loro i costruttori. Se però l’architetto deve ritrovarsi al riparo di tutt’altro tipo di edificio e sentirsi dire che quello è ciò che veramente voleva senza saperlo, allora non gli si sta dando un alloggio ma un sepolcro.

Il mio unico punto al momento è che, in fin dei conti, egli è ora piuttosto silenzioso nella sua tomba. So che c’è una gran difficoltà a organizzare qualsivoglia espressione da parte di coloro che hanno veramente avuto ciò che gli piaceva; principalmente perché ciò implicherebbe l’allarmante alternativa che si esprimano su ciò che non gli è piaciuto. Suppongo che non ci sia mai stato un annuncio pubblicitario veramente convincente per il sapone Smith o una testimonianza davvero convincente per il tè Tomkinson. Perché l’unica affermazione veramente entusiasmante riguardo al sapone Smith sarebbe che è molto meglio del sapone Brown; e il solo encomio totalmente convincente  del tè Tomkinson sarebbe una testimonianza che dicesse “Che sollievo è stato dopo il sapore assolutamente schifoso del tè Wilkinson”. E questo è vietato da ogni usanza commerciale; e immagino che lo sia perfino dalle leggi vigenti. Non dico neanche per un momento che sarebbe facile ottenere un vero resoconto del ricevimento di cose buone, specialmente quando sono buone davvero; e se il mondo moderno fosse di quell’umore, immagino che ci sarebbe un più lungo periodo di apprezzamento, e forse perfino qualche festività finale di ringraziamento dopo la festività del Natale. I Puritani in America inventarono il Giorno del Ringraziamento per evitare il Giorno di Natale.[4] Sarebbe una vera riconciliazione anglo-americana combinarli insieme; e avere un Giorno del Ringraziamento per il tacchino che abbiamo mangiato a Natale.

… … …  

[1] Il titolo intero della commedia di Shakespeare “la dodicesima notte” è The Twelfth Night, or What You Will, cioè “La Dodicesima Notte, o Quel che Volete Voi”, intendendo che nella storia ciascuno può vedere ciò che gli pare.

[2] Una citazione del libro di Giobbe, capitolo 38, verso 7.

[3] In inglese “buono” si dice good, al singolare e al plurale; “merci” si dice goods, cioè “beni” (che noi usiamo come termine economico o legale o in espressioni particolari come “beni di prima necessità”, ma in genere non usiamo come termine colloquiale).

[4] I Puritani storici, come i Padri Pellegrini che nel 1620 arrivarono in America con la Mayflower, non celebravano il Natale. In Inghilterra lo abolirono come festa nazionale, attraverso il Parlamento, dal 1645 al 1660, ma nel New England, oltre a non celebrarlo, lo misero proprio fuorilegge, dal 1659 fino agli anni Ottanta dello stesso secolo. Anche quando il Natale smise di essere fuorilegge, comunque, i puritani d’America continuarono a non celebrarlo. Per ulteriori informazioni, “When Americans banned Christmas”, The Week, December 20, 2011.

… … … 

Questa traduzione appartiene
alla Società Chestertoniana Italiana 

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Popolo e nazione, populismo e populisti

Niente filosofia, solo un articolo interessante:

LETTURE/ Il lungo viaggio del “popolo”, dai latini ai populisti russi, di Moreno Morani, Il Sussidiario 15 ottobre 2018

In un momento in cui il termine “populista” viene usato con un valore fortemente spregiativo, ecco una utile ricognizione sul valore originario di “popolo”. MORENO MORANI 

.

Il professor Morani (copio la biografia nel sito, con un po’ di formattazione in più) è

professore ordinario di glottologia e direttore del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, del Medioevo e geografico-ambientali (DISAM) dell’Università degli Sudi di Genova.

Nato a Milano, si è laureato in lettere all’Università Cattolica di Milano. È stato ricercatore nella medesima università. Ha insegnato glottologia nelle Università di Trento e Catania, dove ha tenuto anche il corso di Linguistica generale. Dal 1990 è professore ordinario all’Università degli Studi di Genova.

Ha prodotto pubblicazioni in vari ambiti della linguistica indeuropea (tra cui i manuali: Introduzione alla linguistica greca, Alessandria 1999; Introduzione alla linguistica latina, München 2000; Lineamenti di linguistica indeuropea, Roma 2007), e ha curato per la Collezione Teubner la nuova edizione critica del De natura hominis di Nemesio di Emesa, 1987. Ha prodotto numerosi testi di interesse più generale (Cultura classica e ricerca del divino, 2002, in collaborazione con Giulia Regoliosi) e traduzioni da varie lingue (in particolare dal greco le Tragedie di Eschilo, Torino 1987, e dal sanscrito la S’akuntala riconosciuta di Kâlidâsa, Milano 1982).

 

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Un paese di colonizzati (volontari)?

Ti viene il sospetto di vivere in una colonia americana (volontaria) quando, nella finestra delle informazioni del televisore, quella che dà le informazioni sul programma in onda, trovi Corn Laws tradotto con “Leggi sul MAIS”.

Poi ti guardi l’episodio in questione (Victoria II ep. 8) e fai pace con il tuo popolo perché nei dialoghi c’è la traduzione esatta: “Leggi sul GRANO”. Va be’ che nessuno è obbligato a conoscere la storia della Gran Bretagna e del Libero Commercio, ma come si fa a pensare che un popolo europeo faccia leggi sul granturco da dover poi discutere in Parlamento? Nell’Ottocento? Proprio figli del supermercato, eh.

Dopodiché ti ricordi la più esilarante delle schermate info mai vista finora e capisci che è tutta colpa del Google Traduttore.

No, scherzavo: è colpa di chi lo usa male.

 

 

 

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Sinistri misteri (Cattivi Argomenti)

Il “modello Riace” di accoglienza dei migranti è meraviglioso e prezioso. Adesso. Chissà come mai tre governi PD non lo hanno mai incoraggiato e diffuso negli anni passati? (No, non è a causa delle barricate nei paesini, quelle al massimo sono una conseguenza.)

Il PD propone una legge di bilancio alternativa che sistemerebbe una marea di cose. Oggi. Chissà come mai non l’hanno proposta negli anni passati quando proporla toccava a dei governi PD? (La legge di bilancio si fa tutti gli anni.)

Poi si chiedono come mai la gente non li vota.

Un vero mistero.

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Perfetto, perfettissimo

Si può dire che qualcosa è perfettissimo?

Ah, ci risiamo, la solita domanda sbagliata. Ovvio che lo puoi dire e scrivere se nessuno t’ha messo bavaglio o manette. Quel che dovremmo chiederci, casomai, è se è corretto. Se ha senso.

L’aggettivo “perfetto” in origine significa “compiuto, completo” e se una cosa è compiuta c completa vuol dire che più in là proprio non può andare. Lo Zingarelli non riporta alcun superlativo, per esempio.

Il vocabolario Treccani online, invece, fa questa considerazione:

◆ Sebbene per il suo stesso sign. perfetto indichi condizione o qualità che non si possono ulteriormente accrescere, è usato il comparativo più p., meno p., per indicare un grado maggiore o minore di perfezione, e anche il superl. perfettissimo (da cui si ha anche l’avv. perfettissimamente).

A me non verrebbe mai in mente di dire “più perfetto”, in effetti, ma “perfettissimo ” e “perfettissimamente” invece sì.

Perché?

Perché sono utilizzabili in maniera ironica o sarcastica (in realtà anche “più perfetto” lo sarebbe, però ha un suono terribilmente sbagliato).

Esempio: come tradurre “paragon of animals” nel discorso che Amleto pronuncia nella seconda scena del secondo atto? (che poi è il motivo per cui mi sono accorta di questo particolare uso del termine)

What a piece of work is man,
How noble in reason, how infinite in faculty,
In form and moving how express and admirable,
In action how like an Angel,
In apprehension how like a god,
The beauty of the world,
The paragon of animals.
And yet to me, what is this quintessence of dust?
Man delights not me; no, nor Woman either; though by your smiling you seem to say so.
(W. Shakespeare, Amleto, Atto II, Scena II, fonte Wikipedia)

Il termine paragon in inglese significa “modello, esemplare”, sostantivi, ma mantiene l’idea di confronto, di paragone, perché il modello è sempre qualcosa con cui confrontare sé stessi o qualcos’altro – confrontare qualcun altro è villania. In inglese esiste l’espressione paragon of virtue che equivale alla nostra “modello di virtù”.

Solo che, in senso proprio, l’uomo non è un modello per gli animali. Nessuno di noi si aspetta realmente che una tigre sia civica quanto un consigliere comunale o che un cane sia pulito quanto un impiegato. Altrimenti non vedremmo tante cacche di cane sui marciapiedi. Anzi, era uso – lo è ancora, con limitazioni – paragonare gli uomini ad animali quando scendevano al di sotto delle loro possibilità e dei loro doveri: “Certi consiglieri comunali sono civici quanto una tigre”.

In passato, è vero, c’era l’abitudine letteraria di paragonare certi comportamenti animali “nobili” a quelli umani, ma nessuno ha mai pensato che un animale debba guardare un essere umano per capire come comportarsi. I cani lo fanno, sotto certi aspetti, ma lo fanno da sé, perché sono animali super-antropizzati, non perché li esortiamo a farlo.

Le parole di Amleto però sono sarcastiche; non sono una descrizione scientifica della realtà, sono una descrizione ironica, cioè dicono l’opposto di ciò che egli pensa. Così, “perfettissimo tra gli animali” mi è sembrata una traduzione più che adeguata, quando ho incontrato quell’espressione in un brano di Chesterton.

(GKC a volte infila un pezzettino di Shakespeare o di Bibbia da qualche parte. Meno male che c’è internet, perché non è difficile riconoscerli ma per me sarebbe quasi impossibile sapere da dove provengono. Per la gente dei suoi tempi erano espressioni colloquiali, ma cent’anni dopo e in un’altra lingua il gioco si fa duro.)

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G.K. Chesterton, L’elettore e le due voci (1912)

Chesterton online (in italiano)

I grassetti sono miei, così come la traduzione. 

 

L’elettore e le due voci

(The Voter and the Two Voices)

A Miscellany of Men, 1912

 

Il vero male del nostro sistema partitico è di solito espresso nella maniera sbagliata. Fu espresso nella maniera sbagliata da lord Rosebery quando disse che esso impediva agli uomini migliori di dedicarsi alla politica e che incoraggiava uno scontro fanatico. Dubito che gli uomini migliori si dedicherebbero mai alla politica. Gli uomini migliori si dedicano a maiali e bambini e cose del genere. E quanto allo scontro fanatico nella politica dei partiti, vorrei tanto che ce ne fosse di più. Il vero pericolo dei due partiti con le loro due politiche è che essi limitano indebitamente la prospettiva del cittadino comune. Lo rendono sterile anziché creativo, perché non gli è mai consentito di far niente altro che scegliere tra l’una e l’altra di due politiche già esistenti. Non abbiamo vera democrazia quando la decisione dipende dal popolo. Avremo vera democrazia quando il problema dipenderà dal popolo. L’uomo comune deciderà non soltanto come votare, ma anche su che cosa votare.

È questo che comporta una certa debolezza in molte attuali aspirazioni ad estendere il suffragio; voglio dire che, a parte ogni questione di giustizia astratta, non è la piccolezza o l’ampiezza del suffragio ad essere oggi la difficoltà della democrazia. Non è la quantità di elettori, ma la qualità di ciò su cui votano. Una certa alternativa viene messa loro davanti dai potenti casati e dalla classe politica superiore. Due strade si aprono per loro; ma devono imboccare o l’una o l’altra. Non possono avere quello che preferiscono, ma solo scegliere tra quello che c’è.

Per seguire il processo nella pratica, possiamo porlo come segue. Se è permesso giudicare in base alla frequenza con cui suonano alla sua porta, le Suffragette vogliono far qualcosa al signor Asquith.[1] Non ho idea di che cosa. Diciamo, per la nostra discussione, che vogliano pitturarlo di verde. Supporremo che sia per quel semplice motivo che esse cercano continuamente d’incontrarlo in privato; sembra adeguato quanto qualunque altro scopo che io possa immaginare per un simile incontro. Ora, è possibile che il governo del momento possa dedicarsi a una concreta politica di tinteggiatura in verde del signor Asquith; che possa dare a tale riforma un posto di rilievo nel programma di governo. Allora il partito d’opposizione adotterebbe un’altra politica: non una che lasci in pace il signor Asquith (questo sarebbe considerato pericolosamente rivoluzionario) ma una linea d’azione alternativa, come per esempio tinteggiarlo di rosso. Dopodiché entrambe le parti si fionderebbero sulla gente, entrambe griderebbero di appellarsi ora al Cesare della Democrazia. Un’aria cupa e drammatica di conflitto e di vera crisi spirerebbe da ambo le parti; volerebbero frecce di satira e balenerebbero spade d’eloquenza. I Verdi direbbero che Socialisti e liberi-amatori vorrebbero per forza dipingere il signor Asquith di rosso; vorrebbero dipingerci tutto il paese, di rosso. I Socialisti replicherebbero indignati che il socialismo è il contrario del disordine e che essi vogliono dipingere il signor Asquith di rosso solo perché così ricorderebbe le rosse cassette postali tanto emblematiche del controllo statale. I Verdi negherebbero con passione l’accusa che tanto spesso è rivolta loro dai Rossi; negherebbero di desiderare che il signor Asquith sia verde per rendersi invisibile sulle panche verdi della Camera dei Comuni, al modo che certi animali prendono il colore dell’ambiente circostante quando sono spaventati. Ci sarebbero scaramucce per strada, forse, e abbondanza di nastri, bandiere e spillette, per entrambi i colori. Una folla canterebbe “Keep the Red Flag Flying” e l’altra “The Wearing of the Green”.[2] Ma una volta fatto l’ultimo sforzo e giunto il momento finale, quando le due folle stessero aspettando nell’oscurità fuori dall’edificio pubblico per sentir proclamare l’esito del voto, allora entrambe le parti allo stesso modo direbbero che adesso è a favore della democrazia fare esattamente ciò che si è scelto di fare. Che l’Inghilterra stessa, alzando la testa in tremenda solitudine e libertà, deve parlare e pronunciare il giudizio.

Eppure questo potrebbe non essere perfettamente vero. L’Inghilterra stessa, alzando la testa in tremenda solitudine e libertà, potrebbe in realtà desiderare che il signor Asquith fosse tinto di celeste. La democrazia d’Inghilterra in astratto, se le fosse stato consentito di costruirsi una linea di condotta politica, avrebbe potuto desiderare che fosse nero a pallini rosa. Avrebbe addirittura potuto apprezzarlo così com’è. Ma un poderoso apparato di ricchezza, potere e roba stampata ha reso loro impossibile nella pratica avanzare queste altre proposte, anche se le avessero preferite davvero. Nessun candidato si presenterà nell’interesse dei pallini; perché i candidati comunemente devono tirar fuori il denaro o dalle proprie tasche o da quelle del partito; e in simili circoli i pallini non si portano. Nessun uomo nella posizione sociale di un ministro del governo, forse, si dedicherà alla teoria del signor Asquith celeste; pertanto essa non può essere una misura del governo, pertanto non può passare. Quasi tutti i grandi quotidiani, insieme pomposi e frivoli, dogmaticamente dichiareranno giorno dopo giorno, finché uno quasi ci crederà, che il rosso e il verde sono i soli due colori della tavolozza. L’Observer dirà:  “Nessuno che conosca la solida struttura della politica o gli enfatici principii primi di un popolo imperiale può supporre per un momento che possa esistere un qualsivoglia compromesso raggiungibile in questa questione; o compiamo il nostro palese destino razziale e coroniamo l’edificio dei secoli con l’augusta figura di un Premier Verde o abbandoniamo il nostro retaggio, infrangiamo la nostra promessa all’Impero, ci gettiamo nell’anarchia estrema e lasciamo che la fiammante demoniaca immagine di un Premier Rosso si libri sul nostro disfacimento e sul nostro destino”. Il Daily Mail direbbe: “Non c’è via di mezzo in questa faccenda: o rosso o verde. Desideriamo vedere ogni inglese onesto con un colore o con l’altro”. Allora qualche burlone della stampa popolare metterebbe in evidenza l’affermazione con un gioco di parole e direbbe che al Daily Mail piace che i suoi lettori siano verdi e che il giornale sia letto.[3] Ma nessuno oserebbe neanche sussurrare che esiste qualcosa come il giallo.

Per gli scopi di pura logica è più comprensibile discutere servendosi di esempi sciocchi che di esempi sensati: questo perché gli esempi sciocchi sono semplici. Ma potrei offrire molti casi seri e concreti del genere di cosa a cui mi riferisco. Durante l’ultimo periodo della guerra boera,[4] entrambi i partiti insistevano costantemente in ogni discorso e opuscolo che l’annessione era inevitabile e che era solo questione di vedere se l’avrebbero fatta i Liberali o i Conservatori. Non era per niente inevitabile; sarebbe stato facilissimo far la pace con i Boeri come le nazioni cristiane fanno comunemente la pace con i nemici che hanno sottomesso. Personalmente ritengo che per noi sarebbe stato meglio nel senso più egoistico, meglio per le nostre tasche e per il nostro prestigio, se non avessimo effettuato l’annessione; ma è questione di opinioni. Quel che è chiaro è che non era inevitabile; non era, come si disse, l’unica strada possibile; c’era una quantità di altre strade; c’era una quantità di altri colori sulla tavolozza. Ancora, nella discussione riguardo al socialismo, viene pian piano fatta entrare nell’opinione pubblica l’idea che dobbiamo scegliere tra il socialismo e una qualche cosa orribile che essi chiamano individualismo. Non so che significhi, ma sembra significare che chiunque tiri fuori una prugna dal budino debba adottare la filosofia morale del giovane Horner [5] e dire quant’è un bravo ragazzo per essersi servito.

Viene tranquillamente dato per certo che i soli due tipi di società possibili sono un tipo di società collettivista e la società attuale che esiste in questo momento e che è piuttosto simile a un vivace mucchio di letame. È del tutto superfluo dire che io preferirei il socialismo all’attuale stato di cose. Che preferirei l’anarchia all’attuale stato di cose. Ma semplicemente non è un dato di fatto che il collettivismo sia il solo altro modello possibile per un ordine più equo. Un collettivista ha tutto il diritto di ritenerlo l’unico modello sano; ma non è l’unico modello plausibile o possibile. Potremmo avere la proprietà contadina; potremmo avere il compromesso di Henry George; potremmo avere un gran numero di piccolissimi comuni; potremmo avere la cooperazione; potremmo avere il comunismo anarchico; potremmo avere cento cose. Non sto dicendo che qualcuna tra queste sia giusta, anche se non riesco a immaginare come una qualunque possa essere peggiore dell’attuale manicomio sociale, coi suoi ricchi straricchi e i suoi poveri torturati; ma dico che è una prova dell’alternativa ristretta e inamidata offerta alla coscienza civica il fatto che la coscienza civica non è, generalmente, consapevole di queste altre possibilità. La coscienza civica non è libera o vigile abbastanza per sentire di avere il mondo intero davanti a sé. Ci sono almeno dieci soluzioni al problema dell’educazione, e nessuno sa che cosa gli inglesi vogliano davvero. Perché agli inglesi è consentito soltanto votare sulle due che al momento sono offerte dal capo del governo e dal capo dell’opposizione. Ci sono dieci soluzioni al problema dell’alcolismo; e nessuno sa quale la democrazia voglia; perché alla democrazia è consentito solo litigare su un Licensing Bill[6] alla volta.

Così la situazione è a questo punto: la democrazia ha il diritto di rispondere alle domande, ma non ha il diritto di farne. È ancora l’aristocrazia politica a fare le domande. E non saremo irragionevolmente cinici se supponiamo che l’aristocrazia politica starà sempre ben attenta a quali domande fare. E se il pericoloso confortevole autoincensamento dell’Inghilterra moderna continuerà ancora un po’, ci sarà meno valore democratico in un’elezione inglese che nei saturnali degli schiavi dell’antica Roma. Perché la classe al potere sceglierà due linee di azione, entrambe prive di pericoli per sé, e poi darà alla democrazia la soddisfazione di scegliere una linea o l’altra. Il signore prenderà due cose talmente simili che sarebbe indifferente scegliere l’una o l’altra; e poi come grande burla consentirà agli schiavi di scegliere.

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[1] Herbert Henry Asquith, liberale, Primo Ministro dal 1908 al 1916 e un oppositore del suffragio femminile per quasi tutta la sua carriera politica.

[2] Rispettivamente, l’inno del partito laburista e  una ballata sulla repressione della ribellione irlandese del 1798, molto famosa in tutto il diciannovesimo secolo. Il primo avrei potuto tradurlo con “Bandiera Rossa” (anche se non è la stessa canzone che conosciamo noi) ma per la seconda non avevo in mente niente, così ho preferito lasciarli come sono.

[3] Il gioco di parole è (solo in inglese) tra red, rosso, e read, participio passato del verbo to read, leggere, che si pronunciano allo stesso modo.

[4] La seconda guerra boera (1899-1902), alla quale Chesterton si oppose insieme a pochi altri giornalisti e intellettuali.

[5] Protagonista di una canzoncina per bambini: Little Jack Horner / Sat in the corner, / Eating a Christmas pie; / He put in his thumb, / And pulled out a plum, / And said “What a good boy am I”! (Il piccolo Jack Horner / sedeva in un cantuccio / mangiando una tortina di Natale; / c’infilò un pollice / e pescò una prugna / e disse: “Che bravo ragazzo che sono!”).

[6] Un’allusione al progetto di legge sulle licenze per la vendita di alcolici (Licensing Bill) che proprio H.H. Asquith aveva presentato al parlamento nel 1908. Il progetto di legge fu respinto dalla Camera dei Lord.

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Questa traduzione appartiene
alla Società Chestertoniana Italiana 

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