Cocomeri e lavoro

Dicono che il presidente Lincoln quando era molto molto molto adirato scrivesse lunghe lettere di rimprovero a chi l’aveva fatto arrabbiare. Poi le chiudeva in un cassetto e le lasciava lì, dove furono trovate dopo la sua morte. Faceva così perchè il 99% dell’irritazione è lavato via dall’atto di scrivere sentimenti e ragioni, non dall’atto di farlo sapere all’altro.

Così ho deciso di adottare il metodo Lincoln per una cosa che mi ha irritato molto, qualche giorno fa. Ho deciso poi di pubblicarla qui perché riguarda comunque il mio lavoro, vale a dire la comunicazione.

Cocomeri e lavoro

Qualche giorno fa ho sentito al telegiornale una piccola notizia che mi ha disturbato molto. Era un breve servizio sui cocomerai di Milano, rimasti in quattro in tutta la città.  Mostrava un chiosco, il proprietario che spaccava un cocomero in grosse fette (diciamo 8 fette da un cocomero) e le vendeva ai clienti, divenuti sempre più rari negli anni, non si capisce bene perché. Un mestiere che va scomparendo, insomma. E ognuno dovrebbe poter fare il mestiere che vuole, io faccio il ghostwriter, figuriamoci se non condivido. Che c’è da rimanere disturbati?

A un certo punto, l’intervistatore chiede al gestore del chiosco il prezzo della fetta: 3 e 50. Sono quasi svenuta. Un mestiere che va scomparendo? Ma quando mai. Un mestiere così deve scomparire. Se una fetta di cocomero costa 3,50 euro e da un cocomero ne traggo otto, vuol dire che l’intero frutto costa 28 euro. E non è così. Non ditemi che c’è il servizio: che servizio è spaccare un cocomero in otto parti? Ci sono i trasporti, i costi di gestione, l’affitto del posto, le tasse, la giusta retribuzione per chi lavora? D’accordo. Però la retribuzione credo vada commisurata al lavoro. E quando i costi sono alti e l’attività è fuori mercato, la si cambia. Chiudono le aziende e vogliamo piangete sui chioschi dei cocomerai?

In realtà, non è questo che mi infastidisce. Se un consumatore è così stordito da pagare 3,50 euro una fetta di cocomero, non è un problema mio. Chiaramente i milanesi hanno ben capito che, a parità di costo, è meglio comprare tutto il cocomero (che costa 3-4 euro tutto intero), mangiarsene una o due fette (che si possono anche portare in ufficio, in una borsa frigo) e regalare le altre ai vicini di casa. A irritarmi tanto da pensarci ancora dopo tre giorni sono stati altri due fatti.

Innanzitutto, che un servizio simile sia stato trasmesso da un notiziario nazionale in prima serata e con un tono neutro, come se davvero la scomparsa di cocomerai che vendono le fette a 3,50 euro fosse un argomento cui pensare seriamente. Il taglio non era ironico: ho dei testimoni.

Il telegiornale delle 20,00 lo vedono tutti e questo mi pare che implichi una qualche responsabilità. Non si può parlare delle cose come se avessero tutte lo stesso peso. Esistono mestieri veri e preziosi che scompaiono (tipo la ricamatrice) e le richieste di certi artigiani vanno deserte a migliaia, mentre si aprono decine di nuove partite IVA che forse scompariranno appena finiti i tre anni di regime minimo. Che esista un problema lavoro non lo nega nessuno ma cerchiamo di non fare di ogni erba un fascio.

È lo stesso con le parole. Oggi è “strage” la morte di un numero di persone superiore a due: da tre a tremila, per accidente o terrorismo, è sempre “strage”. Solo che una strage è l’uccisione violenta di un gran numero di persone o animali insieme (Zingarelli 2008), non è la morte di quattro persone in un incidente stradale per aver bevuto troppo. Il dolore e la perdita di chi resta saranno forse uguali ma la parola deve essere diversa altrimenti tutto si appiattisce. Le parole, diceva don Giussani, sono il nome di esperienze oppure sono suoni. E Orwell aveva già notato che se decade il linguaggio decadono anche il pensiero e la società. Infatti oggi sono tutti eroi, la standing ovation va fatta per quasi chiunque entri in uno studio televisivo, i laici sono i non-cattolici o i non credenti – incluso, per logica, il Dalai Lama – e così via.

Il secondo fatto è che sembra davvero difficile dare il giusto valore economico alle cose, incluso il lavoro. E alla fine tutti finiscono col pretendere che il giusto valore sia basso per qualunque cosa. Il servizio sui cocomeri mi ha fatto pensare al libro di Richard Sennet L’uomo artigiano e a quello che ne diceva Luca Doninelli sul Sussidiario di qualche giorno fa. Nelle ultime settimane mi sono scontrata più di una volta con il problema di dare un giusto prezzo al mio lavoro: sia esso il pizzo all’uncinetto che faccio per la mostra della Caritas o la bozza che correggo o il libro che scrivo. Spesso mi sono tornate in mente le considerazioni di Doninelli e oggi ho finalmente comprato il libro di Sennet, magari m’aiuta. Fortunatamente io posso “darmi” il prezzo che voglio ma prima o poi dovrò forse .

Che cosa fa il giusto prezzo? Quello che voglio? Quello che mi aspetto? Quello che si aspettano gli altri? Non lo so. Non mi sembra, però, che possa essere il comodo di qualcuno. Cocomeraio o altro.

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