Quando il PC rovina un bel testo

PC sta per
Politicamente Corretto,
una delle malattie più contagiose degli ultimi novant’anni.

Ho appena finito di correggere, come prova professionale, un testo che raccontava un progetto didattico per i bambini della scuola elementare e media.

Il progetto era interessante e aveva lo scopo di far conoscere ai bambini italiani come vivono i bambini rom del Kosovo e anche quelli che vivono in Italia. Disgraziatamente, tutto il testo era mortificato dal politicamente corretto.

In tutte le settanta pagine c’era una fioritura di “bambini/e” e “Plementine/a” (il villaggio del Kosovo in cui è stato girato il corto) e persino un “Prishtine/Priština”. Non è eccessivo? Non discrimina nessuno scrivere o dire ‘bambini’, intendendo maschi e femmine, oppure scegliere la traslitterazione di una lingua anziché un’altra.

Riguardo all’argomento, in circa metà del testo l’Autrice dimentica l’obiettivo originario di mostrare ai bambini italiani che i bambini rom sono come loro, anche se vivono nelle case mobili – e “sostiene” (le virgolette qui stanno bene, perché in realtà non sosteneva nulla) la tesi che se i rom rubano è colpa delle condizioni in cui sono costretti a vivere. Non c’entra niente col progetto originario e produce delle incongruenze evidentissime, perché manca la connessione logica tra i due temi.

Da quello che ho capito, il lavoro è nato dall’imbattersi nei bambini rom di Plementina, in Kosovo, scoprendo che sono bambini esattamente come tutti gli altri, nonostante le condizioni in cui sono costretti a vivere. Questo ha portato l’Autrice a incuriosirsi anche dei bambini rom che vivono in Italia e a scoprire, di nuovo, che sono come gli altri e che una casa mobile può essere pulita, ordinata e dotata di playstation esattamente come un appartamento al quinto piano. Da qui, una nuova scoperta: i rom e i sinti – le due comunità più presenti in Italia ma non le uniche del nostro Paese né del popolo romanì – sono perlopiù cittadini italiani, perché vivono in Italia da secoli, e non sono nomadi. A parte i circensi, magari. La famiglia Orfei, per esempio, è sinti: ricordo Liana Orfei che raccontava questo, tanti anni fa, e diceva che un italiano è un ‘gajo’, cioè uno straniero, uno di un altro popolo: non è questione di nazionalità, ma di appartenenza. Personalmente non uso il termine ‘nomadi’ perché mi pare inadeguato.

A questo punto, però, il PC entra in gioco e al filone originale si affianca l’altro: trattato male, perché il testo non era nato per quello e l’Autrice non era in grado di svolgere un tema simile. Apparentemente, non ha avuto modo di riflettere sulla materia e così le parole tradiscono la mancanza di una comprensione reale del problema. Un cozzo impressionante.

Ho fatto quello che ho potuto ma non ho potuto far molto, perché non avevo contatti con l’Autrice e non avevo chiesto alla Casa editrice quanto profondamente dovessi lavorare. Forse è la prassi ma non mi parrebbe serio riscrivere un libro senza aiutare chi l’ha scritto a capire che cosa non va.

Peccato, però. L’idea era bella.

1 commento

  1. Anna said

    Interessante.

    Il guaio è che questa mania del politicamente corretto e del dire tutto quello che passa per la testa non è solo propria delle relazioni per progetti educativi. (ho in mente la recente sentenza del Tar – sulla alimentazione e l’idratazione – mal interpretata perchè chi l’ha compilata ha fatto una premessa ideologica e ha lasciato la sentenza vera e propria alle ultime righe alle quali nessuno ha avuto voglia di arrivare…)

    E’ come se ci si fosse dimenticati che l’importante è il tema che si vuole affrontare, non le sovrastutture ideologiche o i nostri sentimentalismi.

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