Gergo

Ogni settore ha il suo linguaggio tecnico, detto “gergo”, usando per estensione una parola che nell’ambito linguistico non è neutra: dice infatti lo Zingarelli

gergo o (lett.) gergone

[etim. discussa: fr. jargon, orig. ‘cinguettio degli uccelli’, quindi ‘linguaggio incomprensibile’ (?); av. 1400]
s. m. (pl. -ghi)

1 (ling.) Lingua criptica, spec. lessico, utilizzata da una comunità generalmente marginale che, in determinate condizioni, avverte il bisogno di non essere capita dai non iniziati o di distinguersi dagli altri: gergo della malavita.
2 (est.) Particolare linguaggio comune a una determinata categoria di persone: gergo studentesco, militare.
3 (est.) Linguaggio oscuro e allusivo: parlare in gergo.

Nel mio settore di specializzazione – economia e politica del settore agricolo – mi è capitato di sentir definire “linguaggio tecnico” errori palesi come lo scambio bisogno/fabbisogno. Capita anche che ci siano termini e locuzioni effettivamente tecnici, vale a dire usati estensivamente nel settore, che però sono sbagliati dal punto di vista logico.

Un esempio di questo è l’uso del termine circuito al posto di filiera: si parla e si scrive di circuiti brevi e circuiti lunghi per indicare, rispettivamente, il passaggio diretto produttore-consumatore e il passaggio multistadio produttore-agroindustria-distribuzione-consumatore (descrizione grossolana, non sono solo quattro).

Che c’è di sbagliato dal punto di vista logico?

circùito (1), (evit.) circuìto
[vc. dotta, lat. circuitu(m), da circuire ‘circuire’; av. 1292]
s. m.
1 (mat.) Curva chiusa | In un grafo, arco che ritorna al punto di partenza.
2 Correntemente, tracciato o percorso che delimita uno spazio e nel quale il punto di partenza e il punto di arrivo coincidono: circuito di gara | In circuito, tutt’attorno, in giro | Circuito di prova, circuito stradale con tratti di diverse caratteristiche che si fa percorrere agli autoveicoli per collaudi, per dimostrazione | (est.) Gara che si svolge su tale tipo di percorso ripetuto più volte.
3 (raro, lett.) Spazio compreso in un perimetro limitato.

(Sempre lo Zingarelli, il quale riporta altri quattro significati che qui non servono.)

C’è, di sbagliato, che non sono circuiti, sono linee rette.

Sarebbero circuiti se considerassimo il produttore agricolo anche come consumatore, il che è vero ma non è assoluto: tutti i produttori agricoli sono consumatori ma non tutti i consumatori sono produttori agricoli. La teoria tende all’assoluto, però, o almeno alla migliore organizzazione possibile dell’esistente.

Se dunque parlo di passaggi “dal produttore al consumatore”, intendendo il consumatore generico, usare la parola circuito è logicamente sbagliato. La parola filiera è invece corretta e anche evocativa, perché fa pensare a un filo che unisce tutti i soggetti (anche detti attori).

Orwell direbbe che l’uso di circuito in questo contesto è una gamba di legno verbale: suona bene e mi risparmia la fatica di trovare un’altra soluzione (qui, pag. 4). L’avrei messa tra le metafore spompate ma non credo sia mai stata una metafora, visto che il percorso, come dicevo, è rettilineo.

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