Forma

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La forma di uno scritto serve a raggiungere lo scopo dello scritto. Scrivere un saggio scientifico come se fosse un romanzo, e viceversa, non mi sembra la migliore idea che si possa avere.

Accanto allo scopo particolare, ogni scritto ne ha uno generale: farsi leggere. Per raggiungere questo scopo, certe robe sono da evitare o perché sono incomprensibili o perché semplicemente sono brutte.

In generale, le regole servono a ricordare qualcosa che è stato ritenuto bello, opportuno, utile alla propria crescita eccetera. Forse è per questo che alcuni s’inventano regole anche dove non ce ne sono. Certo l’intenzione è lodevole; peccato i risultati.

Per esempio, la regola “ma però non si dice” non esiste. Anche Dante diceva “ma però” e anche Manzoni e altri (1). A mio parere “ma però” è inutile come dire ” ed e”: due congiunzioni una di fila all’altra e che dicono esattamente la stessa cosa. E’ anche brutto. Da qui a considerarlo un errore ce ne corre. Personalmente potrei anche ammirare il coraggio di un autore che sia tanto anticonvenzionale: gli farei notare che non è bellissimo, che si espone a fraintendimenti, che può sembrare uno snob – questo è compito mio; ma non lo correggerei – questo è una scelta sua.

Iniziare una frase con e, perché, mentre, infatti, tuttavia è spesso motivo di dubbio o anche ritenuto sbagliato. In realtà occorre capire se la frase che ci crea dubbi è una subordinata anticipata rispetto alla principale, se è una subordinata che pretende di starsene da sola, se è qualcos’altro e soprattutto occorre capire, e ricordare, lo scopo per cui si sta scrivendo.

I motivi per cui iniziare con una data parola può essere inopportuno cambiano con la parola. La bontà dei motivi cambia – l’ho già detto? – con lo scopo.

Se sto scrivendo per esporre una teoria scientifica, avrò lo scopo di condurre il lettore a seguire il mio pensiero e i passi che mi hanno portato a formulare la teoria; se scrivo un  romanzo, lo scopo principale sarà invece quello di affascinare il lettore (di sedurlo, dice qualcuno) e di farlo immedesimare con la vita dei personaggi.

Continua

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(1) Gabrielli (1977), Il museo degli errori, Oscar Mondadori, Milano, p. 118.

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