Basta lagnarsi, per favore

Io non sopporto la gente che si lamenta, nemmeno quando ha dei buoni motivi (che non siano fisici: al dolore fisico perdono tutto).

Non è che non capisco: capisco i problemi perché li ho avuti e li avrò anch’io e sono anche consapevole di quello che ho in più rispetto ad altri.

Capisco anche che lamentandosi non s’arriva in nessun dove.

Sono grata a Dario Di Vico, che scrive e permette ad altri di scrivere circa i problemi dei liberi professionisti e dei piccoli imprenditori. Nessuno si aspetta risposte dal blog di un giornalista (né lui pretende di darne), sicuramente qualche proposta sul blog c’è, spesso da parte di Acta. Mi dispiace che l’approccio sia piuttosto incline al lamento. O magari a proposte che ricalcano vecchi schemi, come le tariffe minime obbligatorie, ma questo è un altro discorso.

Così, divento petulante e, in risposta a questo post, mi verrebbe da dire tutta una serie di cose in quella maniera. La petulanza è faccenda di forma, non necessariamente di contenuto.

Dopo averlo scritto, ho deciso di non inviare il commento: se fosse pubblicato molti si scandalizzerebbero, se non venisse pubblicato (probabile) avrei fatto perder tempo inutilmente a Di Vico o ai moderatori. A me non piace scandalizzare il prossimo e nemmeno fargli perdere tempo.

Caro Dario Di Vico, buon anno!

Posso esporLe i miei propositi per l’anno nuovo? Se non sono accettabili, dopotutto, il post non si pubblica:

1) innnanzitutto ringrazio Dio perché ho una famiglia, che è il più importante – benché lessicalmente improprio – ammortizzatore sociale; d’altra parte, è stato proprio per sostenere economicamente la mia famiglia (d’origine) che non sono andata a vivere da sola e adesso quel sacrificio mi torna utile;

2) “Quando lavora non può permettersi litigi, scatti d’ira, repentini cambi di umore.” – capisco perfettamente, sono anch’io una bestiola umorale: spero di riuscire a controllarmi anche quando non lavoro e perfino se mi toccasse ricominciare a lavorare da dipendente;

3) “Dal fisco alle pensioni il quadro non migliora.” – in effetti non vedo l’ora che qualcuno proponga di sostituire il prelievo Inps con la previdenza complementare (che a quel punto non sarebbe più complementare, si capisce);

4) «Non è che i miei clienti mi dimenticheranno?» – spero di poter costruire rapporti migliori di questi, del resto sono vanitosa e non riesco nemmeno a concepire che qualcuno possa dimenticare me e il mio lavoro dopo cinque mesi – i miei ex clienti mi cercano ancora dopo tre anni, per la verità;

5) “Il tempo alimenta un’aspettativa di riconoscimento” – Dio mi scampi dall’entrare in questa mentalità, che è esattamente quella di tanti lavoratori dipendenti (scatti di carriera per anzianità);

6) “Per evitare questa pericolosa sindrome una partita Iva avveduta allunga i suoi tempi di programmazione, ragiona non a dodici mesi ma a quattro o cinque anni.” – il mese scorso ho elaborato una proiezione a cinque anni per decidere se comprare una stampante e quale modello scegliere; magari esagero ma ragionare a dodici mesi non mi pare una mentalità imprenditoriale o professionale.

Sono un’eccezione? Sì. Anche una possibilità, però.

“Be the change you want to see in the world” (Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo) – Gandhi

“Ciò che cambia il mondo è ciò che cambia il cuore dell’uomo” – L. Giussani

Penso di cambiare il mondo da sola? Certo che no, sarei un’eccezionale idiota se lo pensassi. Sto solo dicendo che a me tocca fare la mia parte, non a qualcun altro. E comunque, io non sono sola.

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