Ma il giornalismo a che serve?

Mi dispiace per la lunghezza, chi ha poca pazienza può saltare spensieratamente agli ultimi due paragrafi. Poi tornerà indietro per leggere il resto.

Il giornalismo, come minimo, è necessario alla diffusione delle notizie.

Una tautologia? Parrebbe di sì, e nell’era di internet parrebbe anche un anacronismo, se non fosse che… be’, internet è uno strumento meraviglioso ma è solo uno strumento, come un cucchiaio o un paio di bretelle. Usare le bretelle per strangolare qualcuno anziché per tener su i calzoni coinvolge la testa, il cuore e le mani di un uomo (nel senso di homo, hominis). Non dipende dalle bretelle.

Lo stesso accade con le notizie. Non molto tempo fa ho trovato un articolo su Zero Geography che parla della copertura del mondo su Wikipedia, vale a dire quanti articoli sono relativi a luoghi o eventi geograficamente localizzati nei diversi Paesi. C’è anche una mappa (cliccare sull’immagine per la versione grande):

Io apprezzo Wikipedia (la versione in inglese) e non sto parlando contro di essa. Quello che accade in Wikipedia, però, credo di poterlo considerare una buona approssimazione di quello che succede nell’uso generale del web – con l’eccezione, credo, della Corea del sud. Uso, insomma, l’articolo di ZG come esempio di qualcosa che accade un po’ in tutto il web, inclusi i social network di ogni altro genere.

Il mondo non ha tutto la stessa copertura. Così come accade in Wikipedia, accade in tutta la rete che le notizie dagli Stati Uniti o dalla Germania o anche dalla Russia sono assai più numerose di quelle provenienti dall’Africa, dall’Argentina, dall’India e dal Perù. Anzi, dice ZG, perfino gli articoli sull’Antartide e la terra di Mezzo sono più numerosi di quelli sull’Africa.

Certo, si dirà, perché in quei Paesi non ci sono le infrastrutture, la gente non ha nemmeno l’acqua in casa, figuriamoci il pc e internet, eccetera. Tutto vero. Solo che per scrivere un articolo sull’Africa è necessario conoscerla, non è necessario stare fisicamente lì. Io vivo in una città universitaria e di studenti africani ce ne sono molti. Dubito invece che i redattori di articoli sull’Antartide o sulla Terra di Mezzo ci vivano davvero, per non dire delle infrastrutture.

In realtà, bisogna innanzitutto scegliere che cosa è notizia: come si veste Michelle Obama, chi va a letto con chi, Chavez che abolisce la proprietà privata? Quanto tempo dedicare all’uno e all’altro fatto? Che rilevanza hanno? Personalmente dei primi due non m’interessa granché ma il terzo mi pare inquietante: penso alla gente che si è ritrovata senza proprietà, dopo che magari aveva sgobbato e pagato mutui per anni (come mio padre qui, del resto) e mi si gela il sangue.

Una volta stabilito, per esempio, che è importante far sapere alla gente se negli altri Paesi i diritti personali sono rispettati o no; se esiste la possibilità di costruire qualcosa di bello e di buono oppure no; una volta deciso quali sono le notizie interessanti, insomma, e stabilito che non c’è nessuno che te le invia tramite Twitter, allora mi pare che qualcuno dovrebbe stare sul posto – o perlomeno nelle vicinanze – a vedere che cosa accade. A vederlo, dico, dal vivo, con gli occhi, sul serio, non dal sito web della Reuters. Abolire la proprietà privata deve aver fatto un certo rumore in Venezuela. Fosse accaduto in Francia, immagino le ore di trasmissione in diretta da Parigi.

Che fa la Rai in questi giorni, dunque? Medita di chiudere le sedi estere che ha in alcune capitali.

Berlino? New York? Londra? Ma no! Nairobi. Il Cairo. Buenos Aires. Nuova Delhi. Beirut. Capitali che si trovano in Paesi celeste chiaro e coprono continenti o subcontinenti. Avrei capito chiudere una sede che si trovasse a Pitcairn ma non ci siamo nemmeno vicini. Il CdA medita inoltre la chiusura di Rai Med, un canale dedicato ai Paesi del Mediterraneo.

La chiusura delle sedi e del canale fa parte del piano di risanamento aziendale. Il motivo sono i costi e la poca utilizzazione.

La Rai così espellerebbe metà del mondo dall’informazione quotidiana. Qui c’è la mappa delle sedi Rai nel mondo (Beirut non c’è, però). Chiudendo quelle sedi si eliminerebbe la copertura di tutta l’Africa, tutta l’America del sud, India e paesi limitrofi e molto Mediterraneo. Una parte del mondo tra le meno democratiche, in cui spesso la dignità della persona è al massimo una parola, dove sono concentrate la maggior parte delle 25 guerre in atto ancora nel 2009.

Tenere aperte le sedi di per sé non vuol dir niente, proprio perché la questione è che cosa “fa notizia”. Si tratta di una questione per tutti i tipi di giornalisti, non solo per la Rai. Però la Rai è televisione pubblica, perciò è affare di ciascun italiano: Mediaset, Repubblica e il Corriere della Sera potranno forse fare quel che vogliono ma la Rai no, non del tutto.

L’Africa, l’India, il Sud America e il Mediterraneo fanno notizia, ci interessa quello che succede ai popoli di laggiù oppure ci limitiamo all’abbigliamento delle first ladies e alle passerelle della Biennale di Venezia? E’ il caso che ci rintaniamo nel nostro angolino dove le guerre sono state eliminate costruendo l’Unione europea o è giusto raccontare che nella maggior parte del mondo ci sono guerre e persecuzioni di cui la maggior parte della gente non sa nulla?

Sul sito di Vita.it
si può firmare una petizione
http://beta.vita.it/news/view/100086
per far sapere alla Rai
se uno pensa che le sedi estere e RaiMed debbano rimanere aperte
in quanto strumento necessario alla democrazia. 

Annunci

2 commenti

  1. Post molto interessante.
    Purtroppo la scelta della RAI è in un certo senso obbligata, il problema è a monte e cioè nel disinteresse collettivo per quei luoghi e quei temi.
    D’altra parte ho realizzato da tempo che il giornalismo non serve tanto all’opinione pubblica, quanto agli editori.

    • noradlf said

      Ohibò, come sei cinico. Io continuo a sperare che ci siano giornalisti interessati a fare i giornalisti e non i leccapiedi.
      Il disinteresse di cui parli è stato pompato dai mezzi di comunicazione e dall’educazione in generale ma questo non è indipendente da chi gestisce i media e l’educazione. Ci sono sempre dei cuori dietro.
      Da quel poco che ho trovato sulla rete, la Rai avrebbe delle possibilità economiche di scelta ma, appunto, la prima decisione è sulla notizia. Ed è vero, metà del mondo non fa notizia, salvo quando sia funzionale agli interessi di qualcuno.
      Ho firmato la petizione perché questo non mi sta bene. Ci ho pensato un po’, prima di farlo, ma sono convinta che quelle sedi, che un certo tipo di giornalismo e di interazione sia buono per la loro e la nostra democrazia – ciascuna a suo modo, devono crescere entrambe.

RSS feed for comments on this post

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: