Parola = suono + significato

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Una delle basi del mio lavoro, ma forse dovrei dire del mio rapporto con le lingue e la comunicazione, è la frase che ho scritto per prima nel post permanente sulle parole:

Le parole sono suoni per coloro che non si impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive (L. Giussani).

L’altro ieri guardavo il mio nipotino di quattro anni all’uscita dall’asilo: ha visto arrivare la mamma di Federico ed è tornato sulla soglia dell’aula per chiamare il suo compagno. Lo fa spesso, anche per altri bambini. Mio nipote non articola le parole correttamente e non sa dire “Federico”: normalmente pronuncia solo l’ultima parte della parola e così “Federico” diventa qualcosa tipo “occò”.

Lì mi è venuta in mente la mia frase guida ed è nato il titolo del post. Le parole non sono soltanto suoni ma anche significato. Milo comprende il significato di una parola ma non ne riproduce il suono.

Stamattina leggevo il libro Comunicazione verbale, di Eddo Rigotti e Sara Cigada, e ho trovato un brano che descrive proprio questa caratteristica delle parole. A molti parrebbe scontato ma in realtà è l’uovo di Colombo: facile dopo, impensato prima (anche se ho il sospetto che Colombo l’avesse imparato dalla nonna… chissà perché, mi pare giusto il tipo di cosa che una nonna ti potrebbe insegnare; forse anche un nonno).

I termini “semiosi” e “semiotico” derivano dal greco semêion, segno, e sono termini tecnici; meglio evitarli in una conversazione quotidiana.

2.5 Semiosi

Per accostarsi al mondo della semiosi, è utile pensare ad alcune situazioni molto comuni: Sabrina e Daniele salgono su un autobus affollato e parlano, cercando di distinguere quel che si dicono dal sottofondo di rumori e da quello che dicono le altre persone. A lezione il professore spiega e, nelle ultime file, qualcuno si lamenta del brusìo dicendo: “Non sento!”. Un altro esempio: sulle pareti bianche di un ufficio è appesa la locandina del Il padrino e, accanto a questa, c’è il programma di un convegno di linguistica.

In effetti siamo abituati a distinguere gli eventi semiotici dagli altri eventi, pur senza renderci conto di regola del diverso trattamento che riserviamo a questi due tipi di realtà, che si presentano alla percezione sensibile in modo analogo. I discorsi delle altre persone e il rumore del motore hanno la medesima natura fisica delle parole che si scambiano Sabrina e Daniele: la differenza sta nel fatto che Sabrina ascolta le parole di Daniele non come un evento fisico qualunque, ma come un evento fisico che Daniele produce espressamente per comunicare con lei un significato. Il rumore dell’autobus, invece, è una conseguenza (fisica) delle esplosioni e degli attriti del motore e, se uno è esperto, può addirittura capire – ascoltando quel rumore – di che macchina si tratta e se il motore è in buone condizioni o meno… Tuttavia  questo rumore non viene realizzato apposta per significare qualcosa e nemmeno per farci capire le condizioni del motore22. Anche i discorsi delle altre persone sono solo un “rumore di sottofondo” per chi non prende parte alla conversazione, mentre per gli interlocutori sono eventi semiotici.

E quando il nostro sguardo si rivolge a una parete su cui è appesa la locandina de Il padrino, possiamo facilmente renderci conto del fatto che lo “sguardo” che rivolgiamo alla locandina è diverso rispetto allo sguardo che rivolgiamo al muro: il muro è lì con una precisa funzione (riparare dal freddo, sostenere il soffitto…), ma non ci “dice” nulla (in effetti, per essere più precisi, non lo guardiamo per niente), mentre il poster non serve a tener su il soffitto: il suo compito è tutt’altro, rimanda a un messaggio, ha cioè una funzione semiotica. Anche il foglio con il programma del convegno è un evento semiotico, e tuttavia, in quanto oggetto materiale, è un pezzo di carta, con dei segni tipografici stampati sopra, di cui ci si potrebbe servire per accendere il fuoco nel camino. In questo caso tratteremmo l’evento semiotico soltanto nel suo “lato” fisico, come oggetto che può essere adatto come esca per il fuoco.

Gli eventi semiotici dunque sono reali e sono fisici (le parole che diciamo sono costituite materialmente da movimenti dell’apparato fonatorio, onde sonore, vibrazioni dell’aria che stimolano l’udito…; le parole scritte sono fatte di inchiostro o di onde luminose in uno schermo di PC ecc.). questi eventi fisici non si esauriscono in se stessi: sono stimoli a cui è associato un significato.

Per capire la specificità della modalità semiotica e linguistica di produzione del senso, dobbiamo a questo punto stabilire in maniera abbastanza circostanziata che cosa sia un segno. Un segno è una realtà complessa che unisce inscindibilmente due diverse realtà: c’è qualcosa di fisico, o meglio di “percepibile con i sensi”, che rimanda a qualcosa di non-fisico, il valore linguistico.

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22 Qui è utile una messa a fuoco. Immaginiamo che un automobilista faccia sentire al meccanico il motore della sua macchina o, ancora, che un centauro faccia il giro della città con la sua moto nuova per far sentire e vedere il proprio gioiello agli attoniti concittadini. Si tratta in apparenza di controesempi. Ma notiamo, innanzitutto, che il secondo non rappresenta un evento genuinamente comunicativo: anche se il giro della città è fatto per far vedere e sentore e quindi per far sapere che lui possiede una moto prestigiosa, non c’è fra il centauro e i suoi occasionali spettatori alcuna interazione comunicativa. Per parlare di comunicazione in senso proprio non basta che il mittente intenda far sapere qualcosa al destinatario, bisogna che intenda anche far sapere la sua intenzione.

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Il brano riportato è tratto da Rigotti, E., Cigada, S. (2004), La comunicazione verbale, Apogeo, Milano.

E’ forse difficile trovarlo in libreria ma vi si può ordinare; altrimenti è possibile acquistarlo su Ibs o sul sito della casa editrice Apogeo.

Sul web è possibile leggere alcuni brani del libro, qui: ho acquistato il libro, in effetti, perché l’introduzione mi aveva colpito molto.  Di recente mi sono accorta di quanto un certo tipo di “racconto della comunicazione” si sia sbilanciato verso la comunicazione non verbale.

Poiché non siamo scimmie o pavoni, un simile sbilanciamento mi pare inopportuno; anche se io leggo i segni di cnv meglio d’un cane, mi è chiaro che il significato non è veicolato dai segni involontari ma da quelli volontari.

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2 commenti

  1. melchisedec said

    La produzione del senso può anche non esaurirsi nell’evento fattuale, nel senso che, per continuare con l’esempio della locandina, non sappiamo probabilmente chi l’ha affissa, quali parole abbia pronunciato, magari ha riso o ha fatto una battuta. Anche nel non comunicato espressamente può prodursi il senso.
    Mi chiedo sempre se ci sia corrispondenza tra il senso esplicitato e quello nascosto, che emerge in un momento non sempre facilmente analizzabile.

    Mel

    • noradlf said

      Sei più avanti di me, Mel, io sono ancora ferma al fenomeno “parola” e ai fattori che la costituiscono.
      Per me “produzione di senso” non indica ancora niente di vissuto ma immagino che qui s’intenda il collegamento convenzionale tra un suono e un significato.

      Rispetto a un altro tipo di “senso”, mi verrebbe da pensare che il primo senso della locandina è il fatto stesso che sia lì, segno che qualcuno ce l’ha messa. Il resto posso immaginarlo ma non lo so finché qualcuno non me lo dice o non mi dà gli elementi per arrivarci. (C’è un racconto di Chesterton, “L’onore di Israel Gow”, che parla di questo.)

      Se per “non comunicato espressamente” intendi “non detto”, sono d’accordo con te: per esempio, potrei venire lì e abbracciarti, il che significherebbe “sono contenta di vederti”. Ma è comunque qualcosa di espresso.
      Per quel che riesco a vedere, la comunicazione è sempre espressa e normalmente volontaria.

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