Un esorcismo

documento
[vc. dotta, lat. documentu(m) ‘ogni cosa che serva per insegnare (docere)’; sec. XIII]
s. m.
1 (dir.) Ogni rappresentazione, comunque formata, di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti: […]
2 Testimonianza di interesse storico: […] | (est.) Avvenimento che comprova qlco. o riassume le caratteristiche di un determinato fenomeno: […]
3 Qualsiasi cosa che costituisce materiale d’informazione o che può essere utile a documentare qlco.: […]

Oggi devo fare un esorcismo.

Mi sono imbattuta in una vicenda così grottesca che non sono riuscita a ridere e questo è grave. Da qui l’esorcismo: devo cacciare il demone della spocchia (la mia).

Poco tempo fa il filosofo francese Bernard-Henri Lévy ha pubblicato un libro, De la guerre en philosophie, in cui, a un certo punto, cita l’opera di un altro filosofo francese, Jean-Baptiste Botul, a sostegno di un suo argomento. E’ una citazione breve breve, quasi di striscio.

Naturalmente questo fa parte del mestiere di filosofo e non c’è niente di male. I filosofi citano le opere degli altri filosofi, non sono mica monadi egotiste e visionarie. E’ ben vero che l’opera in questione si intitola La vita sessuale di Immanuel Kant e non sembra un titolo così filosofico ma i titoli, si sa, li danno le case editrici e servono a vendere.

Eh, già.

Peccato che Jean-Baptiste Botul non sia mai esistito e che La vita sessuale di Immanuel Kant sia uno scritto parodistico, come tutta la vicenda-Botul. Il filosofo Botul è stato inventato da un umorista francese nel 1995, insieme a molte altre amenità collegate.

In Francia si stanno ancora rotolando in terra per le risate. Lévy ha ammesso pubblicamente e graziosamente il suo errore e per questo mi sta pure simpatico: altri si sarebbero forse arrampicati sugli specchi per dimostrare che anche un’opera finta può essere un documento.

C’è un motivo preciso per cui la vicenda personalmente non mi ha divertito tanto ed è appunto questo: le opere di finzione hanno una presa talmente forte sulle persone che spesso vengono considerate sventatamente come documenti. Molti pregiudizi circolanti – alcuni perfino insegnati a scuola! – nascono dalla lettura di certe opere di finzione o dalla lettura poco attenta di altre. Esempi:

– i medievali erano convinti che la terra fosse piatta (lettura non attenta della Divina Commedia – Inferno, canto XXXIV, per citarne solo uno);

– i Romani buttavano gli schiavi in pasto alle murene (come dice Paoli, l’episodio è stato ricordato per l’aberrazione: è iniquo generalizzare – in questo caso, la prima fonte è uno scritto di Seneca, nemmeno un’opera di finzione);

– Sweeney Todd, il barbiere pazzo di Fleet Street, è un personaggio storico (è un personaggio teatrale, inventato prima che Jack lo Squartatore girasse per le vie di Londra; non ci sono alibi);

– Il terzo occhio è il racconto vero di un lama tibetano (è una storia inventata, alla Mondadori forse pensano che sia disdicevole scriverlo);

– lo jus primae noctis come il signore del castello che sostituiva lo sposo nella prima notte di nozze (film vari e non so che altro ma ci ho in testa gli Enciclopedisti; un pregiudizio, probabilmente);

– il “caso Galileo” (Brecht);

– l’idea che Pio XII abbia abbandonato gli ebrei al loro destino (Hochhuth).

Il fatto è che formarsi dei pregiudizi è normale per il nostro cervello, fa parte del suo funzionamento; direi quasi che è sano. Mantenerli invece no, non è sano quando la realtà mostra altro.

Disgraziatamente, la realtà non è che si muova di suo a dire “no, guarda, le cose stanno così e non cosà”. Per questo occorrono la curiosità, la lealtà, l’onestà, il discernimento dell’uomo. Ed è faticoso. Perciò Lévy mi sta simpatico: ha fatto una sciocchezza e lo ha ammesso.

Le opere filosofiche finte non documentano niente. Le opere di narrativa possono essere documento, nel significato n. 3 dello Zingarelli, di un modo di pensare e di sentire e di fare ma questo vale, quando pure succede, solo per le opere scritte da contemporanei: la Divina Commedia può essere un documento perché Dante viveva nel mondo di cui parla; I promessi sposi non lo è, perché Manzoni non viveva ai tempi di Renzo e Lucia.

Le opere di narrativa scritte da autori non contemporanei possono educare, offrire un’ipotesi sulla vita, ispirare, far venire un’idea per un lavoro, ricostruire un’epoca in maniera storicamente corretta ma più attraente di un saggio, quel che si vuole; ma, per quanto possano essere perfettamente documentate, non sono documenti.

Naturalmente, nessuno legge un romanzo o la Divina Commedia per documentarsi. Un po’ di lealtà, però, nel discernere la fantasia dai fatti!

Linkografia

L’articolo da cui ho appreso la faccenda: Henri-Lévy e il Socrate inventato, di Giorgio Israel, Tempi

L’articolo in cui ho trovato le scuse di BHL: Bernard-Henri Lévy s’inchina al vero Botul, che però qui lo fa a pezzi, di Marina Valensise, Il Foglio quotidiano

La pagina di Wikipedia su Botul, in francese (c’è anche in tedesco; in inglese, invece, c’è solo la pagina relativa al creatore del personaggio).

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Aggiornamento. Ci ho pensato meglio. Non è spocchia, è che proprio non c’è di che ridere. La vicenda è grottesca, non divertente.

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