Una questione di ragionamento

Una madre e il figlio di otto anni vengono ritrovati, morti, in una diga. Il tg annuncia che potrebbe trattarsi di un omicidio-suicidio oppure di un duplice omicidio, ancora non si sa. Non manca qualcosa? Ma forse avranno degli elementi… Invece no. La giornalista afferma che non si sa nulla se non che la donna si era separata dal marito un anno fa.

Manca davvero qualcosa, allora. Che cosa?

Qualche settimana fa passeggiavo lungo il Tevere con il mio nipotino, che ha quattro anni e corre sempre. In un certo punto, l’argine è crollato e il sentiero strapiomba di qualche metro sul fiume. L’orlo dello strapiombo è segnato dai nastri di plastica bianca e rossa, niente altro. Mi sono affacciata e tra me e l’acqua non c’era niente: se fossimo caduti dentro, saremmo morti – perché non sappiamo nuotare – e la corrente ci avrebbe portato sulle chiuse, poco più in là, dove saremmo stati ritrovati.

Sarebbe stato un omicidio-suicidio? Un duplice omicidio? Ovvio che no. Sarebbe stato un incidente.

Due cadaveri in una diga non dovrebbero far pensare subito e solamente a una morte voluta. Potrebbe essere accaduto realmente: questo sarà stabilito dalla polizia, non certo dai giornali.

Il problema è che le parole danno forma al pensiero (potrei averlo già detto) e chi lavora con le parole ha perciò una grande responsabilità.

Usare solo omicidio-suicidio e duplice omicidio e non anche incidente, senza avere alcun elemento in mano per fare questa scelta*, significa aver fatto fuori una possibilità, che cioè le cose accadono anche senza o contro la nostra volontà, perché in fin dei conti non siamo padroni della realtà tutta intera.

Così il pensiero giorno per giorno s’immiserisce un po’.

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* Ascoltando i titoli, pensavo che nel servizio avrebbero detto qualcosa tipo “la donna aveva le tasche piene di sassi” oppure “i corpi erano legati insieme e zavorrati” o almeno “la polizia sospetta che…”, ma la giornalista ha precisato che non si sapeva niente.

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