Iniziare un discorso con…

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Rileggendo i post, mi rendo conto che “iniziare una frase” può essere ambiguo. Iniziare quale frase?

C’è infatti un inizio particolare a cui pensare, che è l’ingresso, l’attacco, la prima parola che dico quando inizio a scrivere o parlare.

Mai sentito dire che non bisogna attaccare un discorso con “dunque”? Ecco, questo è il genere di cosa in cui anch’io sono direttiva: non si comincia il proprio intervento (detto o scritto) con “dunque” e anche con altre parole.

Perché, allora, hai scritto per mesi che “iniziare con…” non è necessariamente sbagliato? A che serve offrire un metodo se poi non va bene per tutto?

Non ho mai detto che un unico metodo va bene per tutto. Il metodo è dettato dall’oggetto. (*)

I discorsi detti o scritti sono pieni di frasi che iniziano. Per esempio, il periodo “Rileggendo i post, mi rendo conto che…” è costituito di due frasi, separate dalla virgola. I miei post riguardano le frasi e i periodi in genere e la maggior parte delle considerazioni va bene anche per l’attacco del discorso. L’attacco, però, è un oggetto diverso dalle altre frasi, anche se spesso segue le stesse regole.

Esordire con “dunque” o “allora” non ha senso (= è sbagliato) perché “dunque” è un termine che indica “ho già detto questo e quest’altro e ora ti espongo le conseguenze di quello che ho detto”. Se ancora non ho detto nulla, che conseguenze espongo? Iniziare con questo genere di parole mi farebbe apparire un sempliciotto incapace di articolare i pensieri e tradurli in parole. Iniziare con “dunque”, in effetti, è diffuso tra chi non è abituato a parlare o non sa bene che dire o magari vorrebbe essere a mille miglia da lì (a pescare anziché a scuola, per esempio).

Lo stesso si può dire per “infatti”. Siccome “infatti” è esplicativo di qualcosa detto in precedenza, se in precedenza non è stato detto nulla e io attacco con “infatti”, sembro uno che si fa i discorsi in testa. Non è il modo migliore per accattivarsi un pubblico.

Naturalmente ci sono delle eccezioni.

Non è sbagliato attaccare con “dunque” o “allora” se faccio una domanda a chi ha parlato prima di me. E’ comunque un po’ rozzo e indisponente, perché sembra polemico e a volte lo è. Il dialogo può morire rapidamente se gli interlocutori iniziano le domande sempre e soltanto con questo genere di termini.

Non è sbagliato esordire con “infatti” se sto affermando che sono d’accordo col discorso di un altro. Per la verità, in queste occasioni, la mia intera frase potrebbe essere “Infatti”. Certo, non sarà una gran conversazione.

Lo stesso ragionamento si può applicare ad altre parole, non molte, comunque. L’importante è capire come funziona. In questo può essere utile il libro di Aldo Gabrielli Il museo degli errori. Da cercare in biblioteca perché non è più in commercio.

Continua

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(*) Questa non è mia, anche se vorrei tanto che lo fosse.

«Il realismo esige che, per osservare un oggetto in modo tale da conoscerlo, il metodo non sia immaginato, pensato, organizzato o creato dal soggetto, ma imposto dall’oggetto. Se io mi trovassi seduto a parlare davanti a una sala piena di gente e avessi un notes sul tavolo, che parlando intravvedo con la coda dell’occhio, e io mi domandassi che cosa sia quel biancore che colpisce la mia vista, potrei pensare le cose più disparate: gelato sparso, un brandello di camicia ecc… Ma il metodo per sapere di che cosa veramente si tratti mi è imposto dalla cosa stessa. […] se volessi veramente conoscere l’oggetto biancheggiante, dovrei necessariamente rassegnarmi a chinare la testa e a prenderne visione fissando gli occhi su di esso.
Vale a dire, il metodo per conoscere un oggetto mi è dettato dall’oggetto stesso […]».
(L. Giussani, Il senso religioso, cap. I par. 2)

Qui si parla di ricerca, di indagine per conoscere qualcosa, non di grammatica… ma funziona anche per la grammatica.

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