Qualcuno che sa dirlo meglio di me

Qualche volta mi lagno del fatto che le parole vengono usate come suoni o che il loro significato è snaturato.

Ce ne sono molte di queste parole, per esempio responsabilità, amore, odio, laico, educazione, emergenza (ho letto che secondo qualcuno l’emergenza educativa fa parte della struttura stessa della scuola… ma se questo fosse vero, allora non sarebbe un’emergenza).

Avevo anche pensato di fare una serie di post su queste parole misconosciute, iniziando da responsabilità. Non ho ancora deciso se farlo davvero o no ma ho scoperto qualcuno che ha la mia stessa preoccupazione e la esprime meglio di quanto potrei farlo io.

Pigi Colognesi, FACEBOOK/ Ti odio, IlSussidiario.net, lunedì 17 maggio 2010

Se avete una connessione lenta, vi prego di avere pazienza: ci vuole un po’ per il caricamento ma le pubblicità sono necessarie, Il Sussidiario è gratuito.

P.S. Invito i frettolosi a considerare che il titolo non è Facebook, ti odio ma è FACEBOOK [argomento dell’articolo] / Ti odio [titolo dell’articolo].

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Ho chiesto (e ottenuto; grazie) il permesso di copiare l’articolo qui per chi ha una connessione non veloce. I colori sono miei.

FACEBOOK/ Ti odio

Pigi Colognesi

Lunedì 17 maggio 2010

Il fenomeno non è quantitativamente molto rilevante e, forse, ha anche già esaurito la sua effimera fase di notorietà. Sta di fatto che per qualche giorno ha trovato spazio sui giornali e negli articoli dei commentatori dell’italico costume.

Sto parlando della pagina di Facebook sulla quale chiunque può pubblicare una specie di manifesto di protesta contro qualcuno o qualcosa che lo infastidisce pesantemente. Il sistema è semplice: la base fissa del manifesto è un riquadro nero, in fondo al quale campeggia la grande scritta: TI ODIO, tutto in maiuscolo; all’utente il compito di completare il proclama, inserendo l’oggetto della propria avversione.

Non credo che sia né interessante né significativo cercare di fare un’analisi di persone e cose detestate che sono comparse dal 27 gennaio fino a oggi. Prima di tutto perché il campione è decisamente ridotto e poi perché francamente gli oggetti di odio sono esattamente quelli che ci si poteva aspettare: Trenitalia (che vanta di essere stato il primo in ordine di apparizione), la compagna secchiona, l’autista disattento, il compagno d’autobus col fiato puzzolente e via di seguito.

E non alza certo la media che tra gli oggetti d’odio ci siano, come c’era da aspettarsi, i ciellini e perfino Dio (che però è ricordato solo come ventiseiesimo, preceduto da Gigi Marzullo). Insomma, mi sembra una stupidaggine che ha solo goduto di un brevissimo lampo di fortuna e su cui non conviene soffermarsi più di tanto.

Ritengo più interessante, invece, considerare la banalizzazione della lingua (e quindi del ragionamento) che un episodio come questo dimostra. Intendo dire che è preoccupante osservare che parole pesanti, come il verbo odiare, vengono svilite a modi di dire del tutto superficiali, insignificanti, dietro i quali non c’è nessuna realtà proporzionata al peso della parola.

Si parla in fondo a vanvera, cioè come un fanfarone che non sa bene quello che dice, che la deve sparare grossa per farsi ascoltare dagli altri avventori del bar globale. È preoccupante che dilaghi questo modo superficiale e irresponsabile di parlare. Ma come si fa a dire che si odia lo spigolo della camera contro cui si inciampa al mattino o la cassiera scortese o la trota (tutte cose esecrate nella pagina di Facebook)?

Vuol dire che non si sa di cosa si sta parlando e non ci si accorge neppure di non saperlo. Vuol dire che la res, la cosa di cui la parola dovrebbe essere espressione, non è neanche lontanamente presente alla coscienza.

Odiare è una cosa seria, molto seria. Odio è quello di Caino per il fratello Abele, che segna tragicamente il principio della convivenza umana. Odio – per stare nel campo della letteratura – è quello di Jago che spinge Otello a uccidere la donna prima amata; odio è quello di Stavrogin, il “demone” in cui Dostoevskij ha sintetizzato la figura del nichilista contemporaneo.

Quando costoro dicevano “Ti odio” sapevano di cosa parlavano. E non era certo lo sfogo un po’ adolescenziale, un po’ epidermico e tanto stupido dei piccoli odiatori di Facebook.

Il triste sospetto è che costoro siano altrettanto irresponsabili anche quando dicono “Ti amo”.

© Riproduzione riservata.

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2 commenti

  1. Ho letto anche un articolo di Stefano Zecchi su quella pagina di Facebook. Più che sullo scadimento della lingua, lui si concentra sullo scadimento del sentimento in sé, ma la conclusione è la stessa: “non sapere neppure più cosa significa odiare.”

    http://www.ilgiornale.it/interni/su_facebook_lamore_lodio/06-05-2010/articolo-id=443139-page=0-comments=1

    Mi sembra molto interessante anche l’intero concetto finale: “Più energico e pericoloso il piccolo eroe della vita quotidiana che subisce i soprusi e tira avanti, essendo perfettamente consapevole che la protesta o costruisce una possibile alternativa o è sterile come il «no» di un bambino cocciuto, molto simile alla regressione infantile di un popolo che con i suoi banali mugugni su Facebook mostra di non sapere neppure più cosa significa odiare.”

    • noradlf said

      Grazie della segnalazione. Credo che la conclusione sia la stessa perché dopotutto le parole sono i nomi di esperienze. Penso che davvero noi non sappiamo che cosa sia odiare, così come non sappiamo che cosa sia la guerra o un sacco di altre cose… ma non è positivo, è solo una perdita.
      La chiusura di Zecchi mi ha anche fatto pensare ai peones de I magnifici sette e a quando Bernardo (Charles Bronson) sculaccia il ragazzino che ha parlato male del padre.

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