Perché può (anche) convenire servirsi di un copy editor

Colgo una frase da un articolo del sociologo Gian Paolo Prandstraller (PROFESSIONI – “Giornalisti: poteri, doveri e responsabilità, sul blog Generazione Pro Pro di dario Di Vico, 26 maggio 2010):

Il giornalista ha un rapporto privilegiato con i grandi editori. I libri dei giornalisti sono preferiti a quelli dei saggisti, perché le materie trattate (biografie, costume, gossip, ecc.) hanno un mercato incomparabilmente maggiore dei libri accademici, poco leggibili e noiosi e perciò scartati dagli editori. Questo fattore modifica profondamente i contenuti e le scelte dell’editoria.

Il rosso è mio.

Può forse sembrare che io sia un’ingrata che sputa nel piatto in cui mangia, vale a dire i testi accademici, visto che lavoro soprattutto su quelli. In realtà, ci sono due aspetti da considerare:

1) Gian Paolo Prandstraller è un “accademico”, in quanto docente universitario, e se dice quel che dice ne avrà ben cognizione;

2) io finora ho lavorato soprattutto su economia e politica e chi scrive di questo in genere non è noioso. Be’, quasi mai. Ma che dire di altre materie?

Due giorni dopo aver trascritto quella frase, ho letto un brano di Regine Pérnoud, che esemplifica quanto sia difficile far arrivare al pubblico generale le scoperte di certe discipline:

[. . . ] Un esempio che sorprende. Non è molto che una trasmissione televisiva riferiva come storica la famosa frase: “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, pronunciata al tempo del massacro di Béziers, nel 1209. Ora, oltre un secolo fa (esattamente nel 1866), uno studioso dimostrò, senza fatica del resto, che il motto non poteva essere stato pronunciato poiché non lo si trova in alcuna delle fonti storiche di quell’epoca, ma solamente nel Dialogus Miraculorum: il Libro dei miracoli, che già nel titolo dice a sufficienza ciò che si propone di dire, scritto sessant’anni dopo gli avvenimenti dal monaco tedesco Cesario di Heisterbach, un autore provvisto di fervida immaginazione e di scarso rispetto per l’autenticità storica. Inutile dire che dopo il 1866 nessuno storico ha più ripreso il famoso “Uccideteli tutti”, ma invece gli scrittori di storia continuano a utilizzarlo, e ciò basti a dimostrare quanto le acquisizioni scientifiche in questa materia siano lente a diventare di dominio pubblico. [. . .]

R. Pérnoud, Il Medioevo, cap. 1, (Tascabili Bompiani, 2005)

Il libro è del 1977 (prima edizione francese); oggi quanto è cambiato? Come scrissi qualche tempo fa, le persone sono più colpite dalle opere di fantasia che dai saggi eppure il fatto stesso che si lascino colpire, diciamo così, dovrebbe far intuire agli editori e agli autori che la gente è interessata a leggere di storia e simili materie. Bisogna però presentargliele in un certo modo, altrimenti le informazioni sono scostanti. Invece che succede? Che gli autori non hanno tempo o magari occasione di (imparare a) scrivere in un certo modo e gli editori preferiscono prendere il prodotto che è già bell’e pronto per l’uso: questo, tralaltro, costa meno che affiancare un editor a un autore per trasformare un saggio accademico in un saggio divulgativo.

L’autore, d’altra parte, potrebbe non aver piacere che l’editore gli suggerisca di cambiare stile. Questo è qualcosa per cui non potrei davvero biasimare gli editori. Anch’io scrivo e so bene che se uno non è più che certo di dover cambiare, questo tipo di suggerimento è semplicemente intollerabile.

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