Portatore di

Poco fa leggevo sul blog di Dario Di Vico un intervento sul welfare sussidiario e l’autore dell’intervento a un certo punto parla di chi, malato o cronicamente disabile o anziano, è «portatore di un limite strutturale».

Mi ha colpito il fraseggio “portatore di”. L’ho sentito milioni di volte, per esempio in “portatore di handicap” o “portatore sano di malaria”. Oggi però mi ha colpito particolarmente, chissà perché.

C’è differenza tra dire che una persona ha un limite strutturale e dire che è portatrice di un limite strutturale?

A prima vista parrebbe di no, sembrano due modi differenti per dire la stessa cosa. L’autore del brano che leggevo non è affatto consapevole della differenza, per lui sono esattamente questo: due modi diversi ma ugualmente validi.

Del resto, se ho qualcosa la posso anche portare, o no?

No.

La differenza sta in questo, a mio modo di vedere: io porto ciò su cui ho o ritengo di avere un potere – di carattere fisico, perché portare è un’azione fisica.

Dire che ho un limite significa riconoscere che quella è una delle condizioni della mia vita, come essere nata in Italia anziché in Malesia. In entrambi i casi, se riconosco la condizione, posso anche abbracciarla e farci i conti senza rancore. Ce l’ho, è mia, c’entra con me e con la mia vita, in maniera scomoda o ingombrante o dolorosa o bellissima.

Dire che porto un limite significa che il limite non c’entra realmente con me, con la persona che io sono: è estraneo. Siccome però ci devo vivere insieme, il rancore pian piano mi soffoca, e insieme ad esso la pretesa che qualcun altro risolva il mio problema (c’è una gran differenza tra desiderio, aspettativa e pretesa) oppure l’idea che la vita è una sfiga.

Si portano gli orologi, non i limiti.

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: