Punteggiatura, perché?

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Tempo fa ho riportato qualche aneddoto sulla punteggiatura (qui).

La punteggiatura, o interpunzione, serve a farsi capire con la maggior chiarezza possibile: ha una funzione che è di tipo logico e un’altra che è di tipo espressivo. A volte le due funzioni non vanno d’accordo ma non è un buon motivo per non impararle entrambe, come sembra credere qualcuno.

La punteggiatura è la traduzione grafica, visiva, non solo dei collegamenti logici tra le parti del discorso ma anche delle pause e delle sfumature di tono che usiamo o abbiamo usato o che useremmo parlando. Secondo la mia grammatica di greco antico (*), la punteggiatura e gli spazi tra le parole furono inventati, per quella lingua, insieme alla scrittura minuscola, quando dal papiro si passò ad utilizzare la pergamena, che era molto più costosa. Fino ad allora si era scritto in maiuscole e senza spazi né segni d’interpunzione.

(So che non sembra del tutto logico: se ho problemi di spazio
che faccio, aggiungo spazi? Parrebbe meglio di no.
Invece, a farlo, si scopre che funziona.)

Secondo me, quelli che cominciarono a usare spazi e punteggiatura erano soprattutto stufi di leggersi Platone in testo maiuscolo continuo. Questa è una mia idea, priva di evidenze scientifiche.  Però…

Anticamente non esistevano tutti i segni che oggi conosciamo. All’inizio, anzi, non ne esisteva nessuno, non c’erano spazi tra le parole e i testi erano scritti coi segni che noi chiamiamo “maiuscole”. Per avere un’idea di quel che vuol dire, ecco qua un assaggio di scriptio continua:

NEITEMPIANTICHILALETTURAERASOPRATTUTTOFATTAADALTAVOCEDISOLITOABEN
EFICIODIQUALCUNALTROILCHERENDEVANECESSARIOSAPERCAPIREERIPRODURRELA
GIUSTAESPRESSIONEEQUESTONONETANTOFACILESENONSIUSANODEISEGNICHEAIUTI
NOESEANCHEPERALCUNIFOSSESTATOFACILEDISICURORIMANEVAFATICOSO

Nei tempi antichi la lettura era soprattutto fatta ad alta voce, di solito a beneficio di qualcun altro, il che rendeva necessario saper capire e riprodurre la giusta espressione. E questo non è tanto facile se non si usano dei segni che aiutino; e se anche per alcuni fosse stato facile, di sicuro rimaneva faticoso.

Provate a immaginare la prosa di Platone al posto della mia e avrete un’idea, ancora vaga, di quel che dovevano patire i poveri lettori dell’antichità.

Pian piano, dunque – è sempre la mia ipotesi – gli scrittori e i grammatici inventarono dei segni che aiutassero ad esprimersi. All’inizio erano pochi. I primissimi segni di interpunzione furono punti: alti, intermedi, bassi o anche a gruppetti di tre. È per questo che l’insieme di questi segni lo chiamiamo punteggiatura o anche interpunzione: il punto è il capostipite.

Ecco i comuni segni di interpunzione della lingua italiana:

.           punto (o punto fermo)
?          punto interrogativo
!           punto esclamativo
,           virgola
;           punto e virgola
:           due punti
’           apostrofo
“ ”      virgolette alte doppie (o inglesi)
( )        parentesi tonde
–           trattino

Altri segni sono meno comuni, spesso perché sono limitati a un certo tipo di testo o perché li abbiamo importati da altre lingue, per esempio:

« »       virgolette a caporale
‘’         virgolette semplici
…        puntini di sospensione
[ ]        parentesi quadre
[. . .]  o […]     omissione di testo da una citazione
–          lineetta
*          asterisco
***      tre asterischi
/           barra

.

 

Curiosi riguardo alla punteggiatura nella storia dei libri?

Barbier, F. (2004), Storia del libro: dall’antichità al XX secolo, Edizioni Dedalo, Bari.

.

.

(*) Marucco, D. e Ricci, E. (1976), Grammata, vol. I. Grammatica greca, Edizioni Cremonese

 

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