Parole e realtà

Possiamo chiamare indistintamente «cosa» la scrivania, un secchio e il soprabito, ma è più efficace e soddisfacente dare a ognuno il proprio nome. E se non distinguiamo bene tra passione, attrazione, interesse o dedizione e chiamiamo tutto amore, caschiamo in gravi infortuni (pag. 1)

“Malati” di certezze? di Pigi Colognesi, Il Sussidiario, lunedì 27 settembre 2010

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1 commento

  1. “se non distinguiamo bene tra passione, attrazione, interesse o dedizione e chiamiamo tutto amore, caschiamo in gravi infortuni”
    Vero.
    Secondo me, però, esiste anche il rischio opposto, e cioè un eccesso di frammentazione che ci rende incapaci di ricondurre i diversi fenomeni, “passione, attrazione, interesse e dedizione”, alla loro radice comune, che è, appunto, l’amore inteso nel suo senso più vasto. Quindi, per me, ciascun sentimento deve sì conservare il proprio unicum e il proprio nome ben definito, ma in una sorta di scala che riconduce al “nome dei nomi”. Unità e molteplicità. Diversità e gerarchia. Impossibile?

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