stato o Stato?

Checché se ne pensi, Stato si scrive con la maiuscola, così come Paese, quando ci si riferisce ad una nazione.

Chi è critico verso il sistema attuale, soprattutto fiscale, tende a scrivere Stato con la minuscola, immagino per motivi di non-ossequio.

Questi motivi sono però ingiustificati, perché quando parliamo dello Stato non ci riferiamo allo stato solido o liquido, allo stato di disoccupazione, ad uno stato di prostrazione eccetera. Ci riferiamo invece a qualcosa che ha una certa personalità, come una persona, appunto. Personalmente sarei piuttosto seccata se i miei nemici scrivessero il mio nome con l’iniziale minuscola, non perché mi aspetto di essere ossequiata ma perché quello è il mio nome, non un termine generico.

Non è un problema di maggiore o minore libertà, è un problema di convenienza.

Potete credermi: facevo la quarta elementare quando ho deciso che i contributi Inps sono un’aberrazione e non ho ancora trovato un buon motivo per cambiare idea. Non sono esattamente una statalista.

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7 commenti

  1. Sono assolutamente d’accordo con te, in special modo per quanto concerne l’ultimo paragrafo.

    A proposito, non si dovrebbe scrivere INPS invece di Inps?

    ;-)

  2. Rileggendo mi accorgo che la domanda finale può sembrare una provocazione. Invece è davvero una domanda: si può scrivere Inps o si deve sempre scrivere INPS?

    • noradlf said

      Lo puoi scrivere in tutti e due i modi o anche in maiuscoletto (small capitals). Una prassi editoriale frequente è di usare meno maiuscole di rispetto che sia possibile e così, siccome il mio Word 2007 rifiuta di fare il maiuscoletto da tastiera, normalmente uso la forma “abbassata”.

      Esistono alcune regole ma perlopiù non si tratta tanto di dover fare in un modo o nell’altro quanto invece di coerenza interna (nello stesso testo usare sempre la stessa forma) e di opportunità: se devi scrivere una lettera all’Istituto nazionale per la previdenza sociale, meglio usare INPS; se scrivi un libro per la FrancoAngeli, ti verrà suggerito di usare Inps.

  3. Giacomo said

    Cara Umberta,

    la questione non è a mio parere così semplice, soprattutto se andiamo al caso Paese/paese.

    Si tratta pur sempre di una scelta, non esattamente di ortografia. Una scelta a volte — hai ragione — dettata da ‘simpatie-antipatie’, altre volte dettata da linee redazionali, come quella più in voga oggi che vuole le maiuscole per lo più abbassate.
    Cito il “Chicago Manual of Style”: «Chicago’s preference is for sparing use of capitals—what is sometimes referred to as a “down” style.—CMOS 16, 8.1».

    È vero che nel casto di Stato/stato l’ambiguità può essere spesso forte, e tuttavia non troverei assurda una scelta redazionale che lascasse al contesto l’identificazione.

    La frase sul tuo nome proprio scritto minuscolo mette in evidenza il punto chiave. A mio parere ci sono contesti dove «Stato» è nome proprio perché s’intende per brevità uno stato preciso, es. «Stato [italiano]» (penso a documenti ufficiali); casi in cui invece «stato» è un nome comune, il cui significato può essere ambiguo e pertanto si può decidere se sciogliere l’ambiguità redazionalmente (con la maiuscola) oppure laciare al lettore il compito (ovviamente scegliendo quest’ultima strada al redattore è richiesto un surplus di attenzione per individuare i casi dove l’ambiguità può dar luogo a significati molto diversi ed entrambi accettabili — casi in cui, cioè, il contesto è debole, aiuta poco). Penso ai casi in cui si parla dello stato in quanto ente genericamente intesto e non uno Stato preciso: trovo da qualche parte su Internet che si preferisce «colpo di stato» a «colpo di Stato».

    Faccio seguire alcune riflessioni.
    * Il Sabatini-Coletti online non distigue due sostantivi, e si limita a specificare, al significato nr. 8 , che ‘stato’ in quel senso può trovarsi «anche con iniziale maiuscola»: .
    * La consulenza linguistica online dell’Accademia della Crusca ospita un interessante estratto, da cui cito il seguente paragrafo: «Il criterio […] sembra essere quello del ‘nome proprio’. Quando una parola o una sequenza di parole indicano non un concetto, ma un individuo, un ente concreto e unico, devono cominciare con la maiuscola. Il problema è allora decidere se ci troviamo in presenza di una entificazione e, nel caso di sequenza, qual è il punto di passaggio dal concetto all’ente; il che dipende, nello scrivente, dalla sua maggiore o minore disposizione, psicologica e linguistica, a entificare. non è questione di equivoco semantico, sempre ostacolato dal contesto: se, come studioso o docente, scrivo ‘dell’università di Firenze’, a nessuno verrà fatto di intendere che mi riferisco alla cittadinanza fiorentina; e se scrivo ‘dell’accademia’ trattando della Crusca, si capirà facilmente — l’articolo determinativo ne è il segno — che mi riferisco a quella già nominata, non all’accademia in genere, come forma istituzionale. Così facendo, io mi oppongo naturalmente alle entificazioni, alla trasformazione delle sostanze concettuali, in nomi propri; salvo che non mi ci costringa l’isolamento sintattico del cartello epigrafico: ‘Accademia della Crusca’. Per me la Crusca, i Lincei continuano ad appartenere alla vigente categoria delle accademie, come l’università di Pavia a quella delle università, come l’avvocato Tal dei Tali a quella degli avvocati, e l’Italia alla categoria delle nazioni, senza che accademia, università, avvocato, nazione diventino nomi propri, cambiando sostanza e valore, come fanno per istituto i nomi propri; come accade, per fare un esempio famoso, quando si designa (anche da studiosi e critici) con l’iniziale maiuscola quel personaggio che Manzoni si ostina a designare con la minuscola (l’innominato) perché senza nome è e deve restare. Non è infine questione di ortografia; è questione di sentimento della lingua, lecitamente diverso» ().
    (C’è da dire però che poco prima del paragrafo citato si parlava dell’uso di Stato/stato con valenza distintiva.)
    * C’è un topic del forum della consulenza linguistica online della Crusca a proposito di Paese/paese; è interessante seguire il breve dibattito perché mette bene in luce le diverse posizioni, tutte valide: .

    Alla fine è una questione non di regole ma di scelte, certo da inserire in un sistema coerente e ordinato.

    Cari saluti,
    Giacomo

    • noradlf said

      Hai ragione, Giacomo, non si tratta mai di regole ma di opportunità, che presuppone la scelta. Questo per me è vero anche per la grammatica o la punteggiatura ed è anche quello che cerco di far capire quando scrivo. (Non significa che ci riesca ma non è un buon motivo per non provare.)

      In effetti lo ritengo vero anche in questo caso, solo che per Stato o Paese la presenza di “personalità” mi pare più importante che per altri termini, come nazione: nazione è inequivoco, stato e paese possono anche essere altro. Personalmente, anche in “colpo di Stato” uso la maiuscola, benché l’espressione sia inconfondibile: non la usiamo quando si lascia un lavoro da dipendente per fare la libera professione (cioè si passa da uno stato all’altro).

      Nella pratica professionale, ovviamente, se lo scritto esce per una data casa editrice, mi conformo alle loro regole perché la faccia, diciamo così, ce la mettono loro ed è giusto che siano loro a scegliere. A me però interessa sempre anche il lato educativo delle parole. Quelli che scrivono stato con la minuscola riferendosi allo stato nazionale, spesso mi sembra che mostrino disprezzo per esso, anche quando pensino invece di mostrare libertà di pensiero: e umanamente non è possibile dialogare con quelli che disprezziamo.

      Giacomo, grazie, è sempre un piacere fare due chiacchiere con te.

      • noradlf said

        Ora mi viene l’orrendo sospetto di essere (stata) troppo direttiva.

  4. Giacomo said

    Grazie Umberta, anche per me è un piacere.

    A proposito dell’essere troppo direttivi: c’è un bel post che capita a fagiolo sul blog di Carol Saller, «The Subversive Copy Editor»; è il post del 10/13/2010 (ho notato che non mi lascia inserire indirizzi Web estesi, quindi anche prima nel mio post mancano ma erano previsti!). Cito:
    «[…] it’s difficult to find a given rule is that there is no rule. I realize that this concept perverts centuries of American educational practice, but I’m telling you that it’s true: beyond a certain reasonable point, English expression is not legislated. We are free!».

    :-)

    A presto,
    Giacomo

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