Tanti anni fa, decisi che non sarei diventata un’archeologa per due motivi principali:

1) troppo greco antico;

2) mi faceva rabbia che i magazzini di Pompei e di altri siti fossero pieni di oggetti che non avevano una particolare rilevanza storica o artistica ma erano ritenuti intoccabili quanto la Venere di Milo.

Per me non aveva senso sentir parlare di debito pubblico e simili e pensare che vendendo alcuni di quegli oggetti si sarebbero ricavati un bel po’ di soldi (perché sono tanti, non perché abbiano un gran valore intrinseco) – ma ero abbastanza sveglia da capire che se avessi detto certe cose da archeologa mi avrebbero messo al rogo.

Parimenti, non ho mai capito l’accanimento di certi Paesi, incluso il nostro, per farsi ridare opere d’arte che furono portate via tanti anni fa. Se siamo d’accordo che appartengono a tutta l’umanità, non ha grande importanza se stanno al Metropolitan Museum, ad Atene o a Canicattì. A me pare un populismo inconcludente, e a volte lo trovo inopportuno anche quando si tratti di opere veramente rubate.

L’argomento normalmente usato contro questo tipo di posizione è che si tratta di motivi economici: avere questa o quell’opera “in casa” attira i turisti.

Non è un cattivo argomento in sé ma in questo caso è fallace. Ora che la Casa dei Gladiatori è crollata, vediamo se qualcuno ci arriva, a capirlo.

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Qui, un pezzo di Sergio Romano, che mostra un possibile contro-argomento.

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