Pubblicare

In questi giorni mi sono resa conto di una faccenda curiosa che riguarda la parola “pubblicare”.

Che cosa significa “pubblicare”? Significa “rendere pubblico” vale a dire mettere un oggetto (come una foto o una notizia) a disposizione di chiunque sia interessato ad essa. Per questo motivo, si dice che Wikileaks pubblica documenti riservati.

A luglio, quando sentii parlare di Wikileaks per la prima volta e andai a vedere il sito, rimasi malissimo nell’accorgermi della struttura. Adesso ho capito come mai: è un problema lessicale. Per me la parola “pubblicare” è legata al giornalismo e all’editoria, al dare le notizie in maniera che possano arrivare a tutti ed essere utilizzabili da tutti. Un quotidiano o un libro riportano notizie e informazioni che qualcuno ha raccolto ed elaborato e che mette a disposizione in una forma utilizzabile senza attrezzature o conoscenze particolari. Ne consegue che per me, e ripeto che si tratta di una questione lessicale, riguardante il contenuto di esperienza di una parola, per me, insomma, Wikileaks non pubblica.

Wikileaks mette a disposizione dei grossi file compressi oppure torrent che uno può scaricare sul proprio pc e aprire con i software appositi. Non è possibile sapere che cosa esattamente è inserito nei file prima di averli scaricati: c’è solo una pagina di presentazione. Questo rientra nel pubblicare in quanto “mettere a disposizione” ma, come dicevo, nella mia capoccetta coriacea pubblicare indica un’altra esperienza. Ecco l’origine della mia delusione. A me la struttura di Wikileaks non piace perché è non trasparente (letteralmente: non si può vedere che cosa c’è nella scatola).

In breve, chiunque scarica materiale da Wikileaks in realtà

sta acquistando a scatola chiusa!

Potrei anche dire che sta facendo un atto di fede. In questo non c’è nulla di male, noi viviamo di atti di fede, per esempio quando compriamo il pane o l’acqua o il caffè al bar; e anche quando compriamo un giornale. A chiunque va fatto credito di una fiducia minima, quando non abbiamo motivi per dubitare della sua buonafede ma è anche vero che, se ci sono motivi per dubitare, bisognerebbe andarci cauti. (Generalizzando, potrei dire che se un giornale inizia le pubblicazioni, compro la prima copia e vedo il tono dei discorsi: se non mi piace, non lo compro più.)

Lo trovo ben curioso, che tanta gente creda a Wikileaks – al fatto cioè che offra materiale di chissà quale importanza – che senza averne il minimo motivo. In realtà a me sembra che la fiducia di tanti nasca dalla pubblicità di pochi. Penso ai giornali che acquistano i pacchetti di Wikileaks: se prendono una fregatura, ti pare che lo vadano a dire in giro? E se quello che c’è ne pacco comunque serve a far vendere copie del giornale, perché lamentarsene?

Ora, io vorrei ben saperlo, che cosa c’è nel pacco. Perché non è solo la scatola poco trasparente: ho scaricato quattro torrent in quattro giorni diversi e nessuno di essi funziona…

Sarò imbranata io?

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P.S: Per questo ho ideato l’espressione trasparenza selettiva.

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