Lavoro e parole

Le parole danno forma al pensiero, e usare male le parole significa pensare in maniera sbagliata: perlomeno inefficiente, spesso ingiusta. Tempo fa scrissi un post su un ossimoro che va molto di moda, l’apprendista con esperienza. Questa richiesta è un esempio di pensiero ingiusto che crea una prassi ingiusta.

Nell’ambito del lavoro ce ne sono altri: uno è il “diritto al lavoro” divenuto pretesa di avere un’entrata fissa e garantita dallo Stato; un altro è il disconoscimento della vera natura del lavoro e del motivo per cui si chiama così (perché c’è un motivo, e bello, anche); un altro è la distinzione nella vulgata odierna tra imprenditore e precario.

Un imprenditore è precario per definizione: nessuno gli garantisce che domani avrà clienti e pane, per non parlare delle ferie pagate e della pensione.

Capisco che c’è molta confusione riguardo alla parola “imprenditore” e all’esperienza che essa indica. Per i più, l’imprenditore-tipo è un qualcuno come Agnelli o Ford. Se siete tra i più, provate a chiedervi come mai il vostro imprenditore-tipo è un produttore di automobili e che legame questo può avere con la vostra idea di imprenditore. Sarà interessante.

Anch’io, però, sono una imprenditrice, anche se giuridicamente i liberi professionisti in Italia non sono ritenuti imprenditori. Io mi considero una imprenditrice (me lo chiedevo poco più di un anno fa e ne frattempo ho studiato un po’ la questione e ho deciso). Sono anche precaria, ovviamente, perché non so se domani mi arriverà un altro lavoro o se quello che ho consegnato ieri sarà l’ultimo. Mio padre era un agricoltore e se c’è qualcosa di maledettamente precario per definizione – visto che dipende dalla natura – è il lavoro autonomo agricolo di ogni genere. Questo ci ferma? Manco per sogno. Ma certo, quando ci sentiamo dire che dovremo organizzarci per farci la pensione integrativa (pur continuando a pagare l’Inps, s’intende), comincio a pensare seriamente che sia meglio far la donna delle pulizie. In nero.

Uno dei momenti più gratificanti degli ultimi mesi è stato quando un docente che avevo contattato come potenziale cliente si è congratulato con me perché avevo un’attività imprenditoriale in corso. Questo post mi è venuto in mente a causa sua. Se lo dico io, che gli imprenditori sono precari per definizione e che sarebbe ora di prendere in seria considerazione la faccenda, non conta nulla. Se lo dice lui, mi pare che abbia un altro peso. Perciò gli sono grata.

Paolo Preti, Una soluzione per i precari, editoriale su IlSussidiario di martedì 11 gennaio 2011.

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1 commento

  1. Luca said

    Un libero professionista semplicemente non è alle dipendenze di nessuno. Il suo reddito non è garantito come non è garantita la sua salute. E’ una persona autonoma.

    Un dipendente dovrebbe per definizione avere un contratto. Si è sdoganato un termine atto a descrivere una situazione temporanea per legittimare una situazione che priva il lavoratore di ogni affidamento sul suo reddito.
    Lui sì che aveva un’aspettativa, perché sull’altro piatto metteva il proprio tempo, confezionato in vincoli precisi e prestabiliti.
    Ora, una parte del sinallagma è stata conservata, l’altra siccome non si è più in grado di garantirla ce la si è ripresa, coniando questi vergognosi termini.
    Non vi annoia il posto fisso? Da oggi c’è il mercato mondiale. La cina sforna 100000 ingegneri ogni anno, che da oggi saranno vostri concorrenti. Evviva. Cornuti e mazziati,

    Sul diritto al lavoro ex art. 4 Cost. mi risulta che ci sia stato dibattito e si sia giunti a un punto fermo. Non si sancisce il dirtto ad avere un lavoro, ma ad avere pari accesso al mondo del lavoro.

    Personalmente poi mi riempie di tristezza vedere quotidianamente gente che protesta per avere il diritto di chiudersi in fabbrica ore al giorno e farsi scippare la vita. Perché a questo stiamo. Non è che il progresso ha ridotto l’orario di lavoro.
    Sono d’accordo che il lavoro è importante e permette l’autodeterminazione, l’espressione, la crescita di una persona. Ma il lavoro in quanto tale non credo dia senso alla vita. Non capisco perché quando ammazzano qualcuno dicono: “Che tragedia, era un gran lavoratore”. Ah ecco, un gran lavoratore. Ma picchiava la moglie? Era un padre assente? Uccideva gli animali? Boh, l’importante è lavorare e non farsi domande.

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