Hobbes e il capitalsocialismo

La situazione italiana io la chiamo capitalsocialismo: un sistema che mette insieme l’economia di mercato (capitalismo) con la convinzione che gli uomini siano cattivi e dunque lo Stato debba agire  al posto loro, se no si fanno male di sicuro, e fanno male anche agli altri (socialismo). È notevole che qualcuno sia riuscito a prendere due elementi inconciliabili da due sistemi inconciliabili e a farne un sistema unico. Ci voleva una gente creativa. Noi, insomma.

Di recente, però, studiando le vicende agricole dello Stato “liberale” italiano (quello post-unitario; ed è tra virgolette perché tutto mi pare tranne che liberale), mi sono resa conto che l’idea degli uomini che non sanno far bene da soli c’era da prima, non è nata con i socialisti, così come l’idea che lo Stato possa essere migliore delle persone che lo costituiscono – un’idea del tutto irrazionale, a pensarci bene, qualunque sia l’opera umana a cui la riferiamo, incluso il mercato; ma dirlo oggi è facile e dunque ingeneroso, perciò non lo dico.

Qui torna utile avere una sorella filosofa, perché al liceo io ero renitente quando si arrivava alla storia della filosofia: ricordo solo che il federalismo di Cattaneo mi garbava – ma non sono nemmeno sicura che non fosse, invece, il federalismo di Rosmini.

Lo Stato migliore degli uomini è un’idea di Hobbes, così come l’idea degli uomini cattivi (anche se la descrive con una frase di Plauto, homo homini lupus). Mi è tornato in mente stamattina leggendo un articolo in cui appunto si parla di questa concezione dell’uomo. Da tale idea deriva l’equazione pubblico=statale, e perciò buono per definizione.

Il fatto che Hobbes usi quell’espressione latina rivela che lui non è stato il primo a pensarci; ma bisognerebbe ricordare che tra Plauto (255/250-184 a.C.)  e Hobbes (1588-1679 d.C.)  c’è stato in mezzo qualcosa.

Qualcosa che diede agli uomini la speranza e il vigore necessari per costruire ospedali e mulini ad acqua, per inventare il tipo di aratro che usiamo oggi e per bonificare le paludi.

Qualcosa per cui costruire condizioni di vita migliori diventava un compito di ognuno, nei limiti delle proprie possibilità – perché non è che siamo tutti imprenditori o inventori, ma anche pulire i cessi in un certo modo cambia il mondo.

Qualcosa per cui ogni occupazione con cui l’uomo si guadagni lecitamente da vivere diventa degna dell’uomo libero, inclusi i lavori manuali più umili, che nella cultura latina erano ritenuti degni solo degli schiavi. È per questo che san Benedetto usò laborare e laborum anziché altro: perché ogni lavoro lecito, anche pulire il maggior lordume, è degno e non è un supplizio (che è il significato primitivo di laborum).

Se questo qualcosa lo abbiamo perduto, non sarà una riforma costituzionale a farcelo riavere. Anche le costituzioni sono opere umane, saranno mai migliori degli uomini che le scrivono?

Il lupo e l’agnello, di Luca Antonini. IlSussidiario, giovedì 13 gennaio 2011

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