Abbassare i costi

Anni fa, parlavo con mia sorella degli edifici danneggiati e non danneggiati dal terremoto del 1997 (a Perugia, il Palazzo dei Priori rimase indenne ma uno dei nuovi edifici vicino alla stazione fu assai colpito) e le raccontavo quello che hanno insegnato a me quando studiavo per l’esame di Costruzioni rurali: gli edifici non li costruisci in previsione di un evento eccezionale, altrimenti ti costerebbero troppo. Per noi il problema non erano tanto i terremoti quanto invece le nevicate: l’esempio era appunto che non si costruisce il tetto per reggere alla nevicata del ’56 ma per le nevicate che rientrano nella media del luogo. Va da sé che la nevicata del ’56 il tetto te lo sfonda: è un rischio calcolato.

Mia sorella non era d’accordo: secondo lei, gli edifici devono essere costruiti per resistere anche agli eventi eccezionali. Mia sorella non affronta le questioni dal punto di vista economico ma da quello filosofico: dopotutto, ha frequentato l’Istituto d’Arte e si è laureata in Filosofia.

Adesso, dopo anni in cui ho studiato più economia e più storia, oltre ad essere cresciuta per altri versi, mi rendo conto che l’approccio “abbassare i costi” è fallimentare. Dal punto di vista umano, intendo. È vero e sacrosanto che abbassare i costi – e dunque i prezzi – dei beni ha migliorato le condizioni di vita di molti, questo ve lo dirà qualunque liberale. (Ma è altrettanto vero che non dare un prezzo a certi beni ne aumenta lo spreco: anche questo, qualunque liberale dovrebbe poterlo dire.) Ci sono occasioni, tuttavia, in cui abbassare il costo è proprio distruttivo.

Mi ha aiutato molto, a capirlo, il ripensare alla mia esperienza nell’assistenza clienti, insieme alle discussioni che seguo su LinkedIn, dove si confrontano professionisti del Customer Service di vari paesi. Spesso l’obbligo di abbassare i costi (che è uno dei parametri su cui si imposta, per esempio, l’attività di un call center: limitare il più possibile il tempo impiegato per ogni cliente, così da rispondere a più clienti) viene vissuto come un elemento di contrasto con la necessità di avere attenzione per il singolo cliente, che è ciò che permette all’azienda di vivere. Per me, che provengo dal nonprofit, questo non è mai stato un dubbio: se l’azienda aveva un problema, ci impiegavamo tutto il tempo necessario. Potevamo ottimizzare su altri aspetti ma non sul tempo da dedicare a risolvere i problemi. Era uno dei miei migliori talenti, trovare modi per razionalizzare ciò che si poteva razionalizzare, in modo da avere più tempo per gestire i casi eccezionali. La cosa divertente era che, razionalizzando, riuscivo anche a diminuire i casi eccezionali (che da noi erano i contenziosi derivanti da pratiche sbagliate) e i costi connessi. Ma partivo sempre dal fatto che le persone vengono prima dei bilanci.

Se pensiamo agli edifici, la distruttività è chiara. Mio padre, ieri sera, notava che i capannoni emiliani non sarebbero crollati se avessero avuto i tiranti tra un pilastro e l’altro. Questo non vuol dire che quei capannoni siano stati costruiti male, in maniera fraudolenta o senza rispettare le norme: sono stati costruiti con il minor costo possibile (che è un elemento decisionale normale) in relazione alle tabelle di rischio sismico della zona, che avevano valori bassi; e la maggior parte, mi sento di dire, era costruiti a norma. Nessuno però metterà sotto accusa lo Stato che fa norme inadeguate, vero? La colpa dev’essere dei costruttori o degli imprenditori.

Un approccio umanistico come quello della mia sorellina avrebbe ignorato le tabelle, considerato che l’Italia è tutta un’area sismica, visto che si trova sulla linea d’incontro di due placche tettoniche, e costruito il capannone per durare nel tempo, anche di fronte all’evento eccezionale. E l’approccio umanistico, come dicevo, non significa necessariamente  spendere di più: nel mio lavoro, ha significato invece risparmiare denari che prima se ne andavano in pagamenti assicurativi. I capannoni crollati e le case distrutte, invece, quanti danni stanno procurando all’economia?

Ci sarà sempre l’evento “più” eccezionale che ti fa comunque crollare l’edificio, ma questo fa parte della vita, come la tegola che ti uccide perché il vento la fa cadere dal tetto. Il rischio fa parte della vita; cercare di limitarlo (senza pretendere o illudersi di eliminarlo) fa parte della cultura della vita, dell’attenzione per le persone e per i loro bisogni reali. Per questo crollano, i capannoni: perché le norme che regolano le costruzioni non hanno come criterio le persone ma idee astratte su ciò che è meglio per le persone.

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3 commenti

  1. Pietro Pizzarella said

    Sono proprio daccordo. Del resto cosa c’è di più attento all’economia della domanda di Gesù: “A che vale guadagnare il mondo intero se poi perdi te stesso? O, che darà l’uomo in cambio di sé?”

    • noradlf said

      Ciao, Pietro. Io di solito penso a “Fai agli altri come vorresti che fosse fatto a te” ma questo può ancora essere equivoco, in un certo senso.
      Sì, per partire dalle persone, occorre partire da sé stessi, è il solo modo del tutto umano (e perciò funzionante).

      • Pietro Pizzarella said

        E si parte da se stessi solo quando si ha la fortuna di incontrare un volto capace di cogliere il proprio valore. Come direbbe don Giussani: “l’io rinasce da un incontro”. Solo chi ha avuto la grazia di un incontro così può fare compagnia vera agli altri. Auguri ancora per tutto.

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