Doppiaggio e lingue straniere

Non sono un’estimatrice della teoria secondo cui si può imparare una lingua straniera guardando i film senza doppiaggio. Più facile che arrivi ad odiarlo, un film, se la prima volta te lo vedi in una lingua che non comprendi… o perlomeno, questo è accaduto a me con Braveheart.

Naturalmente la mia esperienza particolare non può essere un paradigma, e certo non conta nulla di fronte alle leggende secondo cui i tedeschi conoscono benissimo l’inglese perché non doppiano i film americani. Così, mi sono informata. Ho scoperto che i tedeschi doppiano i film (me lo disse un amico che in Germania ci abitava) ma, in compenso, le scuole inviano i ragazzini per tre-quattro settimane ogni anno a studiare lingue all’estero, come parte del curriculum dell’anno scolastico (quando ero a Malta, la scuola in cui mi trovavo si riempì di ragazzini tedeschi in ottobre; uno di loro era in corso con me).

Il mito tedesco è uno dei cavalli di battaglia di chi sostiene la teoria del “doppiaggio dannoso”. Tutta la teoria, quindi, mi sembra poco convincente, visto che sceglie di appoggiarsi a una falsità. Ascoltare i film in lingua potrà essere particolarmente proficuo per alcuni, non lo nego, ma questo è vero per qualunque metodo di studio delle lingue. Io mi dedico alla grammatica comparata, quando studio una lingua nuova, ma non mi sogno di dire che sia un metodo buono per chiunque! (Anzi.) E dipende molto anche dallo scopo che hai: per rimorchiare ci vuole un certo tipo di applicazione, per leggere Cechov ne occorre un altro.

Poi, qualche giorno fa, mi è venuto in mente qualcosa di semplicissimo.

Se davvero bastasse ascoltare una lingua per impararla, gli italiani del 1907 avrebbero dovuto tutti conoscere e parlare il latino: perché nel 1907 gli italiani andavano a messa e le letture della messa erano in lingua latina, e si ripetevano a intervalli regolari, quindi un qualunque italiano sentiva le stesse letture più e più volte nel corso della vita. Di certo, le sentiva più volte di quante noi possiamo sentire un film, a meno che non abbiamo null’altro da fare che star lì davanti allo schermo. I vangeli sinottici hanno testi molto semplici, tra l’altro.

Se imparare una lingua fosse solo questione di esposizione e di assorbimento passivo, come è appunto il guardare film, tutti gli italiani avrebbero dovuto parlare latino come seconda lingua. Questo non succedeva, perché?

Pensateci. La risposta è qui sotto.

(Adoravo i telefilm di Ellery Queen, quelli con Jim Hutton. Purtroppo non posso riassumere gli indizi.)

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Il perché è presto detto: innanzitutto, per quanto io possa guardare film in lingua originale, l’esposizione ad essi sarà sempre limitata, per una persona qualunque. In secondo luogo, si tratta di un’esposizione passiva, che non mi coinvolge per intero. Imparare una lingua, come succede ai bambini piccoli, implica un’esperienza propria: anche se si tratta solo della mamma che dice «prendi i tovaglioli, per favore», è a te, che lo dice, non sei uno spettatore e basta.

Per questo gli italiani del 1907 non parlavano in latino. Per questo, la teoria antidoppiaggio è proprio e solo (e incomprensibilmente) antidoppiaggio. E mi suscita una discreta antipatia, non solo perché è una teoria falsa che si spaccia per vera ma anche perché io ho grande stima dei doppiatori italiani: alcuni di loro usano persecutore al posto di stalker – e potrà sembrare antiquato ma io lo trovo molto apprezzabile, invece. Non è provincialismo amare la propria lingua e saperla utilizzare.

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