Parole quotidiane: il PIL

Ogni tanto esce fuori l’idea di accorpare le festività per aumentare il PIL. Poi magari viene dismessa con la scusa che “tocca sensibilità troppo profonde”. In realtà quest’ultima è una sciocchezza destinata a farsi approvare da tutta la fetta di italiani anticlericali (visto che da noi la maggior parte delle festività è religiosa) e illiberali, così come l’altra idea serve a farsi approvare da tutti quelli che ce l’hanno su con i fannulloni o con i privilegiati o semplicemente con quelli che hanno un lavoro. Questo l’ho capito sentendo o leggendo i commenti di qualcuno, così come ho capito che molti non hanno idea  di che cosa è il PIL e di come si misura. Né di che cosa sia il lavoro in rapporto all’uomo, se è per quello.

Potrebbe servire, allora, raccontare in parole povere che cosa sono il PIL e altri elementi economici di cui si sente parlare in tv: termini come risparmio, lavoro, previdenza, povertà… parole che hanno un loro significato, e lo mantengono, ma vengono usate in maniera distorta o ideologica. In questo periodo non ho molta voglia di scrivere, perché mi manca un certo tipo di tranquillità, ma due parole sul Pil le scrivo volentieri.

Che cos’è il PIL

PIL è una sigla che sta per Prodotto Interno Lordo. Detto in parole assai povere, il PIL è un indicatore statistico che mostra la ricchezza prodotta da un Paese in un certo periodo di tempo.

Prodotto qui indica il valore della produzione di beni e servizi finali, quelli che arrivano all’utente finale, chiunque esso sia e di qualunque tipo siano i beni e servizi, purché non illeciti.

I beni e servizi finali sono quelli acquistati nel periodo considerato e non utilizzati per produrre altri beni o servizi nello stesso periodo. Possono essere quindi beni di solo consumo, come un panino o una console Playstation, ma anche beni strumentali alla produzione che però verranno usati in futuro, in un altro periodo di tempo rispetto a quello considerato nel calcolo.

Non fanno parte del PIL le attività criminali o in nero. E neanche vi rientrano le attività non retribuite, come il lavoro casalingo. Non vi si considerano nemmeno i prodotti che sono presenti in magazzino da periodi precedenti, ma solo la produzione nuova del periodo in esame. Tale periodo di solito è l’anno solare ma può anche essere il trimestre o altro.

Il valore è ripartito in quattro classi – consumi interni privati, investimenti interni privati, acquisti di beni e servizi da parte della P.A. (difesa, giustizia e simili), esportazioni nette. Si usa il valore e non le unità prodotte perché occorre un tipo di grandezza che renda comparabili gli oggetti: usando le unità fisiche, un bicchiere conterebbe quanto un’automobile.

Il valore è dato dal numero di unità prodotte moltiplicato per il prezzo di mercato di ogni unità nel periodo esaminato[1]. Se i prezzi incorporano l’inflazione (prezzi correnti), si ha il PIL nominale o PIL a prezzi correnti; se il prezzo è depurato dall’inflazione, si ha il PIL reale o PIL a prezzi costanti – “costanti” perché il calcolo viene effettuato usando i prezzi di un anno di riferimento, e non i prezzi effettivi dell’anno in esame; questo serve per comparare anni diversi. Normalmente, i dati resi noti sono quelli del PIL reale. Il valore comprende anche IVA e imposte indirette sulle importazioni. Per gli acquisti della P.A., al posto del prezzo di mercato (che non c’è) si usa il costo dei fattori impiegati.

Il prodotto interno è il valore di beni e servizi finali generato entro i confini della nazione nel periodo in esame, considerando i fattori produttivi residenti e non residenti in essa. I fattori produttivi sono essenzialmente due[2]: lavoro e capitale. Il prodotto interno, quindi, considera lavoro e capitali offerti sia dai residenti[3] sia dai non residenti nella nazione che però si trovano a lavorare e produrre in essa. In altre parole, considera la produzione realizzata da italiani e da non italiani che lavorano in Italia; non considera invece la produzione realizzata da italiani all’estero.

Il prodotto interno è lordo quando in esso sono compresi gli ammortamenti, che sono i denari da accantonare per ricostituire il capitale quando sia diventato inutilizzabile – per esempio, i soldi che io metto da parte per ricomprarmi il pc quando quello che ho smetterà di funzionare. (Non li metto veramente da parte ma sarebbe razionale farlo, se potessi. Questo però riguarda il risparmio e non il PIL.)

Riassunto: il prodotto interno lordo è il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti entro i confini di una nazione in un certo periodo di tempo (di solito un anno), comprensivo dell’Iva, delle imposte indirette sulle importazioni e degli ammortamenti.

Come si misura

Il PIL non si misura, in effetti: più correttamente, bisogna dire che il PIL perlopiù si stima. Misurare qualcosa vuol dire avere un elemento da misurare e un altro elemento con cui fare un confronto; stimare vuol dire avere un elemento da misurare e un’idea con cui fare un confronto.

Perché si stima e non si misura? Molti dati che entrano nel calcolo del PIL sono disponibili solo una volta all’anno. Per essere utile, tuttavia, un indicatore deve essere disponibile con una certa frequenza, non solo una volta all’anno. Ne consegue che, per comunicare il PIL una volta ogni tre mesi, bisogna che alcuni dati siano ipotizzati, non se ne può usare il valore reale.

Ci sono tre modi di calcolare il PIL: attraverso il valore aggiunto, i redditi o le spese. Ciascuno deve dare gli stessi risultati degli altri. Qui c’è uno schema dei tre metodi: http://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/pil.htm ma è irrilevante descriverli. Quello che conta sapere, per esaminare le proposte basate sul PIL, è che i dati a volte non sono dati ma ipotesi sui dati.

In Italia, è l’Istat a fare i calcoli e le ipotesi, e pubblica non solo i dati e le stime ma anche le relative note metodologiche.

Problemi

Nella definizione del PIL è rilevabile un problema. Essa parla di beni e servizi “prodotti”, non di beni e servizi “scambiati”. Che vuol dire? Semplice: se produco ma nessuno compra, il PIL cresce ma io faccio la fame. Non proprio un risultato brillante, per un indicatore che voglia misurare il benessere.

Il PIL, come indicatore del benessere, ha vari punti deboli.

*** Uno è il fatto che accennavo prima: il PIL non comprende il valore del lavoro domestico – che tuttavia ha un valore, e non solo morale o psicologico o che so io: chiamando un’infermiera professionista a fare ciò che fanno tante donne per i genitori o i figli o i mariti allettati, ecco che il valore comparirebbe magicamente nel PIL. Ci si potrebbe inserire, naturalmente: ma le istituzioni non hanno mai voluto farlo. Chissà perché, poi. Prepararsi il pranzo in casa e portarlo in ufficio ha una minore incidenza sul PIL rispetto all’acquisto del pranzo in un ristorante; eppure non si può negare che sia produzione, prepararsi il pranzo in casa.

Quando una donna lavora fuori casa il PIL cresce, è vero, ma l’innalzamento è sovrastimato se poi la stessa donna torna a casa e fa il lavoro domestico che c’è da fare e che faceva prima! Se invece, lavorando fuori, la famiglia può assumere una domestica con un contratto regolare, l’innalzamento del PIL non è sovrastimato.

*** Altro punto debole: il PIL calcola solo la produzione nuova del periodo.

Se ho il magazzino pieno e continuo a produrre, il PIL cresce ma il benessere no, e nemmeno la ricchezza, in fin dei conti: se produco beni che nessuno vuol comprare, sto solo sprecando risorse.

Se c’è grande scambio di beni usati, invece, il PIL cresce meno di quanto crescerebbe se la produzione fosse nuova: infatti cresce solo grazie ai servizi implicati nella compravendita di beni usati. È un problema? Personalmente, se non esistessero i mercati dell’usato, non possiederei la maggior parte dei libri che ho, quindi non sarò certo io a lamentarmi. Se però fossi un governo che deve mostrarsi capace di far crescere il PIL, forse mi preoccuperei. Infatti i governi parlano sempre di aumentare la produttività, non gli scambi.

*** A proposito di governi e P.A., ecco un altro punto debole. Per i servizi della pubblica amministrazione non abbiamo prezzi di mercato a cui riferirci, quindi essi vanno calcolati attraverso il costo dei fattori impiegati e non attraverso il valore dei beni e servizi prodotti: ma, proprio perché non c’è mercato e quindi non c’è concorrenza e dunque non c’è stimolo al miglioramento, quei beni e servizi in genere valgono meno di quel che costano. Più precisamente, in molti casi si potrebbero fare meglio e con un costo minore se non fossero a carico dell’amministrazione pubblica. Così, il PIL è nuovamente sovrastimato. (Anzi, dovrei dire che alcuni si fanno meglio e a minor costo quando non sono a carico della p.a., come mostra molta letteratura sul non-profit.)

*** C’è anche da considerare il fatto che si tratta di un indicatore statistico generale, che dice la ricchezza ma non come essa è distribuita. Il PIL pro capite, che è il rapporto tra PIL totale e popolazione, può essere come i polli di Trilussa: tu ne mangi due, io nessuno, ma risulta che ne abbiamo mangiato uno a testa.

A causa di questi e altri punti deboli, oggi sono in molti a contestarne l’uso.  Ma è comodo, perciò si continua ad usarlo. I dati per calcolare il PIL sono già “a sistema”.

Rispetto alla questione che mi ha mosso – la proposta di accorpare le feste – il punto debole  che interessa è appunto lo scambio. Se la fabbrica resta aperta e produce ma nessuno compra, il PIL cresce ma questo non ci porta da nessuna parte; se i negozi restano aperti nel giorno della festa del santo patrono, il PIL cresce se nessuno entra per comprare? o devo comprare per forza? ; e così via. Se i dipendenti pubblici non sanno lavorare in maniera efficiente, non saranno sei ore in più a cambiarli. A meno che non vogliamo sostenere che basta spendere, come che sia, e tutto si sistema.

Questo genere di considerazione permette di distinguere le operazioni cosmetiche dalle buone idee. Ma per fare certe considerazioni bisogna sapere che cosa significano le parole, che esperienza indicano, altrimenti possiamo solo ripetere quello che sentiamo dire.

Proporre di accorpare le festività (e anche farlo) è un’operazione cosmetica – magari compiuta in buona fede, ma rimane cosmetica, superficiale, di facciata. Se io non ho soldi per andare a Roma, non ci vado il 29 giugno così come non ci vado un altro giorno, festa o non festa. Se Tizio non sa lavorare efficientemente, non lo sa fare il giorno di san Costanzo come non lo sa fare il giorno dopo. Spero che la questione sia chiara.

La questione, in Italia, non è solo che produciamo poco. È che non abbiamo denari da spendere. E in parte non li abbiamo perché lasciamo allo Stato il 50% e passa dei nostri redditi, sotto forma di balzelli vari. Si può anche stimare che l’accorpamento debba generare un aumento di PIL dell’1% ma vorrei vedere che assunti hanno questi calcoli. Anzi no, non voglio, ché sono in vacanza.

L’aumento del Pil dovuto a tali accorpamenti nonè dimostrabile, così come non è dimostrabile che esso aumenti a causa della liberalizzazione degli orari dei negozi, che è un provvedimento quasi esattamente opposto. Se l’esito è ignoto, però, quel che è ben visibile è l’attegiamento differente verso la persona. Liberalizzare gli orari vuol dire che se tenere aperto o chiuso lo decido IO: non il consiglio comunale, non il ccnl, non chi vi pare, ma IO. La responsabilità è MIA. Le varie festività dell’anno non sono esattamente come il riposo settimanale, anche se possono sembrare simili. Se voglio far festa per san Lorenzo (che è uno dei nostri compatroni ma la p.a. perugina festeggia invece san Costanzo, 29 gennaio… forse perché il 10 agosto mezzo mondo è in ferie) o per il primo maggio la faccio, altrimenti no. È una scelta MIA. Deve essere una scelta mia. Dovrebbe esserlo, perlomeno. Non dico che avere le festività sia giusto o sbagliato, dico che ognuno dovrebbe poter scegliere per sè. Questa cosa qui si chiama libertà, ed è notoriamente uno dei doni più spaventosi che i cieli abbiano fatto agli uomini.

 

Il PIL in altre lingue

IT – PIL, Prodotto Interno Lordo

EN – GDP, Gross Domestic Product

FR – PIB, Produit Intérieur Brut

ES – PIB, Producto Interior Bruto

DE – BIP, Bruttoinlandsprodukt

RU – ВВП, Валовой Внутренний Продукт

JP – GDP, 国内総生産 [こくないそうせいさん, kokunai souseisan]


[1] In realtà ci sono tre modi per calcolare il PIL, questa è una semplificazione estrema.

[2] Questa è la visione neoclassica, in cui “capitale” include i terreni.

[3] Il termine “residente” indica uno stato giuridico, non la presenza fisica. Allo stesso modo “confini” non è solo un elemento fisico ma include anche tutte le parti giuridiche di nazione sparse per il mondo, come le ambasciate, le basi militari e le navi.

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