Pubblicare a pagamento

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L’espressione “casa editrice”, in genere, fa pensare a grandi case come Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli. In ambiti produttivi specifici, si conosceranno la FrancoAngeli, la Edagricole, la Wolters Kluwer e così via.

Ci sono però anche altre case editrici, e penso le conosca soltanto chi, a qualche punto della vita, ha pensato di pubblicare un libro – oppure chi ha letto Il pendolo di Foucault. Sono le case editrici a pagamento.

Nell’ambito accademico, pubblicare a pagamento è frequente. Le pubblicazioni sono necessarie per la carriera universitaria e spesso sono l’esito di un progetto di ricerca o rappresentano le conclusioni di un gruppo di lavoro, magari sono interessantissime ma avranno una diffusione limitata e dunque uno scarso ritorno economico. In questi casi, un importo per la pubblicazione, con acquisto di copie, è previsto nel progetto iniziale, e proviene dall’università o da uno sponsor o magari da entrambi; per esempio, le fondazioni bancarie spesso contribuiscono a questo tipo di pubblicazione.

Questa prassi non solo è normale ma anche conveniente: per evitarla, un ateneo dovrebbe avere una casa editrice propria o perlomeno un centro stampa, che costerebbero di più. Non tutti i testi provenienti dall’università sono pubblicati a pagamento, ma molti lo sono e nessuno se ne scandalizza.

Dove ci può essere da scandalizzarsi, invece, è fuori dall’ambito accademico.

Sento dire da trent’anni che il 95% degli abitanti d’Italia sogna di diventare scrittore e ha un libro nel cassetto. Questo è drammatico, perché il 90% degli italiani non sa scrivere in maniera chiara e/o non conosce l’ortografia e/o si illude che l’ortografia coincida con il saper scrivere bene e/o non sa usare un vocabolario e non riconosce un’incongruenza nemmeno se gliela infilano nella tazzina del caffè.

In simili condizioni si può vivere e perfino essere felici, non sono le condizioni in sé ad essere drammatiche. Ma, date le condizioni, che cosa succede? Succede che queste persone non avranno la possibilità di pubblicare un libro con un editore tradizionale, anche se avessero da raccontare la storia più bella del mondo o fossero luminari nel loro settore.

Il desiderio di pubblicare un libro nasce da uno dei bisogni più potenti della vita, che è il bisogno di riconoscimento. Mi riferisco soprattutto a quelli che hanno il romanzo o il libro di poesie nel cassetto. Oppure scrivono un blog sperando che un giorno passi l’editore, o chi per lui, e “li scopra”. Non mi piace sentir tacciare queste persone di narcisismo o di vanità, come fa qualcuno: alcune saranno anche narcisiste, non dico di no, ma narcisismo e vanità sono l’esasperazione di questo bisogno che abbiamo tutti nel cuore. Ciò non toglie che, in un dilettante, narcisismo e vanità siano irritanti; ma questo è un altro discorso.

Il bisogno di riconoscimento è trasversale a tutti i gradini della piramide di Maslow; tuttavia possiamo considerare che, per la maggior parte delle persone esso si concentri sul quarto gradino, l’autostima. Ed è su quel gradino che si siedono gli editori a pagamento, e aspettano, con in mano il cartello “Tu mi paghi e io ti permetto di soddisfare il tuo (bi)sogno”.

Detto così, una casa editrice a pagamento non parrebbe diversa da molti tipi di azienda di servizi, come agenzie di viaggi (Vuoi dimenticare l’ufficio per due settimane? Ti portiamo alle Maldive!), centri estetici (Vuoi essere radiosa? Pulizia del viso a NNN euro), alberghi romantici (Tre notti e tre colazioni nel Castello della Bella Addormentata). Molte aziende di servizi hanno in mano un cartello simile: si chiama pubblicità.

Allora come mai quasi tutti gli scrittori professionali e, in genere, chi conosce l’editoria raccomandano di non servirsi di case editrici a pagamento? Io faccio parte di vari gruppi su LinkedIn, americani o internazionali più uno italiano, che riguardano la scrittura e l’editoria: la domanda sulle case editrici a pagamento viene posta spesso e le risposte sono sempre più o meno le stesse. L’ultima discussione è iniziata l’altroieri ed è in corso tuttora, per quello ho pensato di scrivere il post. Molti non si lasciano convincere dall’esperienza, forse perché gli viene proposta in maniera troppo direttiva; e dunque proviamo con la logica.

Leggendo bene, le tre linee pubblicitarie che ho scritto promettono qualcosa che possono mantenere: se vai due settimane alle Maldive, i primi due-tre giorni magari continui a roderti il fegato per via dell’ufficio ma poi ti rilassi (e quando torni, lo racconti ai colleghi, e che il fegato se lo rodano loro, adesso!); se ti fai una pulizia del viso, veramente per un po’ sembri radiosa, nel senso di luminosa; e se l’albergo-castello ti promette di dormire e far colazione in una stanza principesca, purché sia il tipo giusto di castello con il giusto tipo di stanza, non si può dire che ti stia menando per il naso.

È possibile che anche una casa editrice a pagamento non prometta più di quanto potrà mantenere. Per questo bisogna capire bene ciò che una casa offre: se il pagamento include servizi come editing e correzione di bozze, impaginazione, distribuzione e pubblicità, è un conto; se non li include, è un altro conto. Ed è moralmente una truffa. Ho detto moralmente, non legalmente. Le truffe funzionano o perché si basano sull’avidità di chi è truffato o perché fanno leva su bisogni molto profondi.

Ciò che rende antipatica l’attività di molte case editrici a pagamento, rispetto ad altre aziende di servizi, è proprio questo: si rivolgono a un bisogno radicato che non intendono soddisfare. Ovvio che poi tutta la categoria ne sia messa in cattiva luce!

In breve, una casa editrice a pagamento è malvista perché punta su bisogni e immagini di cui non è all’altezza. E poi, ovviamente, è malvista perché non fa ciò che i veri editori devono fare, e cioè discriminare  i buoni libri da quelli non buoni… qualunque sia il criterio dietro al termine “buono”. Se tu paghi per pubblicare, l’editore a pagamento non ti dirà di lasciar perdere.

Allora queste case bisogna evitarle come la peste? Praticamente tutti quelli che lavorano nell’ambito editoria, in qualunque ruolo, dicono di sì. E ti dicono anche il perché, ma te lo dicono dopo. Sono, cioè, piuttosto direttivi.

Io preferisco dire: guardatevi dentro, riconoscete il vostro bisogno reale e poi decidete voi. D’accordo, non è facile, ma preferite farvi turlupinare? Studiate bene le varie possibilità che esistono e studiate bene il sito di ogni casa editrice che prendete in considerazione. Studiate e approfondite ciò che viene offerto e proposto, poi decidete.

Se volete fare sfoggio delle vostre capacità con gli amici; se avete scritto un solo romanzo in trent’anni e vi ha prosciugato la vena creativa ma volete vederlo pubblicato; se scrivere per voi non è come respirare ma è semplicemente una soddisfazione, come lo sarebbe andare alle Maldive e poi raccontarlo in ufficio; allora potete anche servirvi di una casa editrice a pagamento – purché sia seria (cioè offra quei servizi che dicevo) e purché siate voi a servirvene e non il contrario. Se avete denari da spendere e vi sta bene spenderli in quel modo lì, i soldi sono vostri, fateci quel che vi pare. Se però la casa non vi dà almeno quei servizi… be’, che cosa vi dà, allora? Oggigiorno esistono altre soluzioni, come l’auto­pubblicazione (self-publishing). Oppure aprite un blog e mandate il link agli amici per email! Siete di vecchio stampo? Potete creare una mailing list e inviare un brano a settimana. I modi sono tanti, però è responsabilità di ciascuno cercarli e scegliere il migliore. Se il tutto vi sembra troppo faticoso, siete sempre liberi di usare i vostri soldi a occhi chiusi, si capisce.

Se invece volete crescere e diventare scrittori veri, lasciate perdere queste scorciatoie. Se proprio avete denari da spendere, investiteli per inviare copie cartacee del vostro manoscritto a case editrici tradizionali e per partecipare ad alcuni concorsi letterari. Potete anche farvi la faccia di bronzo e spedire una bella copia al vostro scrittore prediletto. Io non lo farei, perché ho molto rispetto per il tempo altrui, ma c’è chi lo fa – o almeno, lo faceva, una volta; oggi che si pretende di standardizzare tutto, magari questa pratica è in disuso… con sollievo degli scrittori, ci giurerei.

Se uno vuol crescere come scrittore bisogna che si confronti, che prenda rifiuti e critiche, che sia tanto umile da mettersi in gioco con chi ne sa più di lui. Tutte queste robe non le troverà in una casa editrice a pagamento, e nemmeno nel self-publishing. Non c’è altro modo per crescere, se scrivete narrativa o poesia.

Secondo un editore che stimo, partecipare ai concorsi letterari serve non tanto per il premio ma per confrontarsi con gli altri, per mettersi alla prova e imparare (e divertirsi): allora, se uno ha qualche centinaio di euro da spendere, e vuol fare lo scrittore sul serio, meglio spenderli nei concorsi. Prima però, meglio cercare quelli gratuiti. E poi, studiarseli bene per capire se sono seri.

Anche inviare il proprio manoscritto alle case editrici normali offre la possibilità di confrontarsi e prendere critiche. C’è da imparare qualcosa perfino quando vi rispondono rifiutando di pubblicare ciò che avete scritto. E c’è da imparare la pazienza, giacché le risposte arrivano dopo mesi, come racconta qualcuno del mestiere.

Obiezione assai frequente. Le case editrici ricevono talmente tanti manoscritti che li buttano senza leggerli, quindi è una presa in giro raccomandare agli autori esordienti di inviare alle case editrici tradizionali.

Risposta. Non credo sia vero che li buttano tutti senza leggerli. Dire che vengono pubblicati solo gli amici degli amici perché tanto siamo in Italia, è la scusa di chi non sa misurarsi con le circostanze. Ma certo, se è vero che alle case editrici arrivano tanti manoscritti, e considerando che gli editor sembrano diventati figure commerciali anziché editor (questo l’ho compreso stando appunto nel gruppo Editoria Italiana), alcuni manoscritti nel cestino ci finiranno senz’altro. Prima di tutto, quelli difficili da leggere per formattazione o punteggiatura indecenti, quelli pieni di refusi e di pessima grammatica. Tutti questi sono segnali di disprezzo per chi sta dall’altra parte, cioè il lettore – di cui editori e revisori sono i rappresentanti prima della pubblicazione.

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Approfondite!

Imperativo; sì, vi sto proprio dando un ordine. Mai detto di non essere direttiva, io. Qui metto solo pochi link perché da lì potete allargarvi e approfondire a modo vostro oppure seguire il metodo che altri vi propongono, come nel Rifugio. A voi la scelta – e ricordo che, da un certo punto in avanti, farvi turlupinare è del pari una scelta vostra.

Il Rifugio degli Esordienti sull’editoria a pagamento

Wikipedia, Editoria a pagamento

Filippo Maria Caggiani sul self-publishing

Il sito di Sandrone Dazieri  – qui si possono trovare tante informazioni… se si ha voglia di cercarle, e pazienza, perché purtroppo non c’è la funzione di ricerca

Concorsi letterari – calendario di concorsi gratuiti e a pagamento, ovviamente ognuno va approfondito (bisogna sempre approfondire, chi è che si mette a fare il lavoro al posto vostro?)

Licia Troisi sull’editoria a pagamento  – ho trovato questo post dopo avere scritto il mio, mentre cercavo qualche esperienza, visto che il decalogo di Sandrone Dazieri non è più raggiungibile; la pensiamo allo stesso modo, usiamo pure le stesse parole (il che mi dispiace un po’, lo ammetto… perché io sono vanitosa per davvero! ), però Licia Troisi è un’autrice affermata e il racconto di un’esperienza dovrebbe comunque valere più della logica – anzi, nel caso in oggetto la sua esperienza conferma la mia logica, e che vuoi di più dalla vita? Eppure c’è di più, perché questo post offre anche una divertente analisi dei messaggi di case editrici truffaldine

La nuova frontiera delle promesse – ovvero la reperibilità nei bookstore online.

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