Salire DOVE?!

Io non ho mai amato le figure retoriche come oggetti. Voglio dire, per me è impossibile ricordarmi la definizione esatta di “metafora”, anche se magari ne scrivo ogni giorno. Però le figure retoriche danno un certo non so che allo scritto, a patto di sapere che cosa sono e come si costruiscono. Così, alla fine, mi ci sono affezionata.

Questo implica che l’espressione “salire in politica” mi ha fatto venir voglia di piangere. E quando ho sentito che l’Osservatore Romano approva, mi è venuto da pensare “Che Dio ci aiuti”: perché se neanche un organo di stampa cattolico riesce più a considerare le parole per quello che sono, siamo veramente messi male.

Forse è utile chiarire un paio di elementi riguardo alla costruzione di una figura retorica “di immagine”, come la metafora, la metonimia e la similitudine.

Le figure retoriche “di immagine” (sono io, che le chiamo così) sono frasi che devono suscitare nel cervello un’immagine, appunto: è il caso di piangere come una vite tagliata, che è una similitudine e, da piccola, mi metteva particolarmente in crisi, perché non avevo mai visto una pianta di vite; conoscevo solo le viti da bullone, perché mio zio era fabbro e la mia immagine era quella di una vite con filettatura grossa che piangeva. Disneyana, non è vero? E questo è il secondo ingrediente di una figura retorica d’immagine: se ne vuoi creare una nuova, devi parlare di qualcosa che appartiene all’esperienza quotidiana, almeno potenzialmente.

Che immagine evoca l’espressione “salire in politica”? A occhio e croce, dovrebbe farvi venire in mente una scala per arrivare in un posto che sta in alto; come se la politica fosse un luogo che sta in alto sopra le nostre teste. Le parole rivelano il pensiero anche quando noi non lo vogliamo e la scelta di questo verbo la dice molto ma molto lunga sul pensiero che ci sta dietro, in barba a tutte le razionalizzazioni.  (E io pavento una dittatura da almeno due anni, a me la dice anche più lunga che ad altri… ma spero sempre che sia solo paranoia!)

Disgraziatamente la politica non è un luogo, è un’azione e nessuno può entrare o salire o scendere in un’azione; è vero che si dice “entrare in azione” ma questa non è una figura retorica, è una collocazione. Provate a sostituire “pulizie” o “bucato” a “politica”: è chiaro che non significa niente, “salire in pulizie” o “scendere in bucato”.

Si può salire in cattedra, come la nostra allegra brigata di Professori & C. degli ultimi 13 mesi; si può entrare in campo, come quando si gioca a calcio; o scendere in campo, come ai tempi dei tornei (si diceva anche entrare o scendere in lizza, ma ora è in disuso);  ma qualunque di queste figure retoriche di immagine parte da un’immagine vera, dall’immagine di un’azione che è espressa dal verbo e dal luogo.

Il fatto di poter “entrare” in politica, come se fosse un luogo pari a un altro, è disastroso perché non è corretto secondo l’esperienza: infatti, per poter entrare in politica, bisogna prima che la politica diventi un luogo e non sia più un’azione. Così, diventando un luogo, non è più affare di tutti, ma solo di alcuni che stanno in quel luogo.

Per essere fastidiosamente precisi, la politica è un’azione di servizio. In politica, così come in qualunque servizio, non ci si sale o scende e non ci si dovrebbe entrare: ci si dovrebbe chinare sulla politica. Ma non dall’alto in basso: chinarsi come quando si fa il bucato  o si pulisce per terra.

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