Libertà e obbedienza

Oggi è la Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.

Mentre ascoltavo il Vangelo – Luca 2, 41-52,Gesù dodicenne nel Tempio – pensavo che Gesù non era un ragazzino appiccicato alle gonne della madre, visto che la carovana fece un intera giornata di cammino prima che i suoi genitori si accorgessero che lui mancava (presumibilmente all’ora di cena). Parimenti, i suoi genitori non pretendevano che se ne stesse sempre appiccicato a loro ma lo facevano crescere come qualunque altro ragazzino, del suo tempo e anche di tempi più recenti: fino a non moltissimi anni fa, ogni adulto in un paese o quartiere di città era vigile sui figli degli altri come sui propri. In certe regioni, come la Sardegna, era normale e beneducato che i piccoli chiamassero “zio” e “zia” le persone più anziane che facevano parte delle loro relazioni sociali, come i vicini di casa: mia mamma era molto sconcertata dal fatto che mio padre chiamasse tutti “zio” e “zia” ma chiamasse per nome mia nonna (che era la sua matrigna e, per sangue, sua zia vera, in quanto sorella di sua madre; quando la madre di mio padre morì, infatti, il nonno si sposò con la cognata perché aveva tre figli e non poteva tirarli su da solo – e per me la nonna è lei, ovviamente).

In altri Paesi, come il Giappone e la Corea, questo è ancora vero: i più giovani hanno appellativi di rispetto per le persone più adulte, che coprono tutta la famiglia; solo “padre” e “madre” sono riservati ai veri genitori, gli adulti vanno da “fratello maggiore” e “sorella maggiore” a “zio” e zia” fino a “nonno” e “nonna”; e in Corea, ancora gli adulti si sentono in qualche modo responsabili dell’educazione dei più giovani, perfino quando non li conoscono.

Anche in Russia gli anziani vengono chiamati “nonno” e “nonna”, sia come appellativo che correntemente (per esempio, nelle iniziative di sostegno agli anziani che si trovano nelle case di riposo). Dei Paesi musulmani e dell’India non so nulla e non mi pare di ricordare niente del genere, ma sono realtà che conosco meno, non avendo mai studiato le loro lingue.

Ok, fine della parentesi sugli usi e costumi.

Gesù era un ragazzino che viveva e cresceva come gli altri, con libertà ma obbediente e anche sottomesso, il che tra l’altro significa – se capisco qualcosa di parole – che “sottomesso” non vuol dire quel che pensiamo noi (come del resto spiega Costanza Miriano meglio di me, benché su un altro argomento).

Tornata a casa, ho pensato di dare un’occhiata a quello che ne dice il Papa nel suo ultimo libro, L’infanzia di Gesù. Sono arrivata solo a pagina 48 e quell’episodio, invece, è l’ultimo capitolo, quindi si potrebbe dire che sono andata a sbirciare le ultime pagine del libro, che non è mai una bella cosa da fare a un libro… a mia discolpa posso solo dire che la storia la conosco già:

«Nel viaggio di ritorno avviene una cosa inaspettata. Gesù non parte con gli altri, ma rimane a Gerusalemme. I suoi genitori s’accorgono di questo soltanto alla fine del primo giorno di ritorno del pellegrinaggio. Per loro, evidentemente, era del tutto normale supporre che egli si trovasse da qualche parte nella grande comitiva. […] In base alla nostra immagine, forse troppo gretta, della Santa Famiglia, questo fatto stupisce. Ci mostra, però, in modo molto bello, che nella Santa Famiglia libertà e obbedienza erano ben conciliate l’una con l’altra. Il dodicenne era lasciato libero di decidere se mettersi insieme con coetanei ed amici e rimanere durante il cammino in loro compagnia. Alla sera, però, lo attendevano i genitori».

Questo genere di relazioni e di libertà è qualcosa che la nostra illuminata e progredita cultura ha gettato a mare negli ultimi 40-50 anni, insieme a molte altre – alcune delle quali, per la verità, andavano buttate a mare e non è stato troppo presto; ma i toscani hanno un detto per chi getta il buono e il cattivo insieme: “buttare il bambino con l’acqua sporca”.

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