Il voto “utile” è anche democratico?

In questi giorni sentiamo ripetere fino alla nausea l’espressione “voto utile”. Di per sé il significato è abbastanza chiaro ma, mi chiedo, un voto “utile” è anche un voto democratico?

D’accordo, io sono monarchica, penso che l’astensione possa essere uno strumento (anche se non è sempre utilizzabile) e forse dovrei star zitta; ma visto che il primo parlamento moderno ha fatto capolino in una nazione che è tuttora monarchica, e che io ho deciso di votare anche stavolta, mi arrogo il diritto di parlare.

A mio parere, un voto “utile” non è democratico, per un motivo molto semplice: perché ti pone a priori una limitazione in ciò che dovresti votare. Questo implica un tentativo di impoverimento della pluralità di voci e quindi un impoverimento della politica. I numeri ci vogliono per decidere, è ovvio; ma le voci devono potersi sentire tutte.

Il voto “utile” è il sogno dei tirannelli – non dei dittatori, i dittatori mica ti fanno votare – che, anziché discutere con i loro colleghi parlamentari per raggiungere il consenso su questo o quel provvedimento (il che si chiama “maggioranza trasversale”, se la memoria non m’inganna), sognano di avere la maggioranza assoluta e monocolore per fare i provvedimenti che gli garbano. Il colore varia, bianco, rosso, azzurro, viola, ma il mono- resta. Non è un caso che l’espressione “voto utile” sia tipica  di chi ha i numeri maggiori ma non sufficienti.

Insomma, costoro sono come bottegai che puntino sul monopolio del prodotto anziché comportarsi da imprenditori che cercano la soddisfazione del cliente.

Mi rendo conto che paragonare il Parlamento a una bottega può dare fastidio, e giuro che di solito non lo faccio. Di solito lo paragono a un cabaret. Ma qui la bottega mi ci stava meglio.

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