Si può “vincere” in democrazia?

Io ho 43 anni, sono nata il 4 luglio del 1969. Questo fa di me molte cose, tra cui la cittadina di un Paese democratico.

Democrazia è un concetto sfuggente, come illustra Giovanni Sartori nel libro Elementi di teoria politica (Il Mulino, 1995). Ogni buon dittatore si dirà democratico, per esempio; ma noi riconosceremo che è un dittatore per l’assenza di un elemento caratteristico di ciò che oggi intendiamo per democrazia.[1]

Questa caratteristica è la rappresentanza.

Nella nostra democrazia – quella in cui io sono nata  e cresciuta e che devo prendere sul serio più di altri, visto che sono monarchica (sì, funziona proprio così, non al contrario) – le persone hanno il diritto di vedere rappresentate le loro istanze in parlamento. Per questo il concetto di “voto utile” non è democratico.

Alla rappresentanza si accompagna dunque questo altro aspetto: un sistema democratico che si esprime attraverso le elezioni non è una gara di Formula Uno. In un simile sistema democratico non si corre per vincere.

Si corre per vincere, invece, in un sistema oligarchico, in cui la gente, tutta – non solo quelli che vanno in Parlamento o i politici di professione che stanno altrove ma soprattutto chi ce li manda, cioè gli elettori – è convinta che quel che conta non sia la rappresentanza ma il potere di fare questo e quello. E passi se un Paese ha una forte componente policentrica, che impedisce autoritarismi almeno a livello locale: ma non è il caso dell’Italia.

Non è questione di avere i numeri per fare le leggi: ovvio che ci vogliono i numeri, visto che decide la maggioranza. Alcune ottime leggi sono state votate con una maggioranza trasversale, grazie al lavoro di spiegazione e persuasione fatto da parlamentari verso altri parlamentari. Allora sì che devi cercare i numeri, dopo che sei entrato. Ma prima? È vero che, se vuoi costruire qualcosa, il potere ti fa ovviamente comodo; ed è anche vero che si combatte più tranquilli e sicuri quando si hanno migliori numeri; ma, come diceva Chesterton, non è possibile combattere sapendo di avere già la vittoria in tasca, poiché si combatte proprio per decidere chi vincerà.[2]

Come il “voto utile”, il concetto di “vincere”, quando è riferito alle elezioni di un Paese democratico, non è più soltanto l’insopportabile gergo dei giornalisti, ma è segno che non si comprende l’essenza della democrazia. È un brutto segno e indica un problema culturale, che poi fa nascere problemi normativi e così via. Il Porcellum, per fare un esempio, nasce da questa concezione qui.

Non so chi ha inventato l’espressione “voto utile” e che cosa avesse in animo; ma già il secondo che l’ha usata non amava la democrazia. Lo stesso vale per il “vincere”.

Io voterò per chi considero rappresentativo delle mie istanze in una democrazia effettiva, non solo conclamata: che in questo momento è Oscar Giannino e il partito Fare per Fermare il Declino. Magari non le rappresenta tutte, magari ci sono aspetti migliorabili o altri proprio non considerati, ma è un buon punto da cui partire. Non lo considero minimamente inutile. L’idea che “da soli non si vince” è una pastoia intrecciata dai soliti tirannelli e a me le pastoie sono sempre parse un’ingiustizia anche per i cavalli, figurarsi per le persone.


[1] Che non è quel che si intendeva in Atene ai tempi di Pericle (Sartori, op. cit., pag. 41).

[2] What’s wrong with the world, part 1, ch. II: «There is no such thing as fighting on the winning side; one fights to find out which is the winning side». Nello stesso capitolo, poche righe sopra, afferma che, quando le cose vanno male, non ci vuole un uomo pratico – quel che noi chiameremmo un “esperto” – ma un uomo non-pratico – vale a dire, un idealista, anche se lui lo chiama theorist. Più sotto infatti prosegue: «A man who thinks much about success must be the drowsiest sentimentalist; for he must be always looking back. If he only likes victory he must always come late for the battle [dopo che è stata vinta, cioè]. For the man of action there is nothing but idealism». Noi italiani abbiamo un po’ la convinzione che gli idealisti siano tutti dei poveri ignoranti, ma è un’altra convinzione sbagliata e anche piuttosto meschina.

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