Disoccupazione: diamo i numeri

Fonte dei dati: Istat, Rilevazione delle Forze di Lavoro, primo trimestre 2013 (consultazione 18-21 giugno).
I dati della rilevazione sono disponibili gratuitamente
(basta registrarsi) su I.Stat.

File di dati

Alcune definizioni sommarie; nel linguaggio tecnico dell’Istat, i termini attivo e inattivo sono riferiti soltanto alla presenza sul mercato del lavoro, non all’attività effettiva né alla disponibilità o alla volontà di lavorare.

Occupati: coloro che hanno un impiego lavorativo e lo svolgono, escluse le casalinghe (è una lunga storia)  e gli studenti.

Disoccupati: coloro che stanno cercando un impiego, senza averne già, o che stanno per cominciarne uno.

Attivi o Forze di Lavoro: l’insieme di Occupati e Disoccupati.

Inattivi: coloro che non hanno un impiego lavorativo e non lo cercano, per vari motivi; ne fanno parte anche studenti, casalinghe e pensionati.

N.B. i tre gruppi Occupati, Disoccupati e Inattivi non si sovrappongono mai: ad esempio, gli studenti sono inattivi, non sono disoccupati.

E ora…

i numeri!

A) Forze di Lavoro per classe di età, migliaia  

Classe di età

15-24 anni

25-34 anni

35-44 anni

45-54 anni

55-64 anni

 Forze di lavoro (FL)

 1.662,673

 5.413,403

 7.732,610

 7.128,161

  3.287,759

***

B) Occupati per classe di età, migliaia

Classe di età

15-24 anni

25-34 anni

35-44 anni

45-54 anni

55-64 anni

 Occupati (o)

  966,328

 4.468,423

6.923,860

6.516,174

3.078,825

***

 C) Disoccupati per classe di età, migliaia

Classe di età

15-24 anni

25-34 anni

35-44 anni

45-54 anni

55-64 anni

 Disoccupati  (d)

  696,345

  944,980

  808,750

  611,987

  208,935

***

I dati derivano tutti da I.Stat, sezione Lavoro, incluse le classi di età, che sono uno standard europeo. I grafici sono una mia elaborazione. Le percentuali presenti in ogni fetta di torta (quel tipo di grafico è detto “torta”) sono le percentuali rispetto al totale della torta, cioè della categoria visualizzata.

E dunque?

Non sarà sfuggito a nessuno che una disoccupazione giovanile del 40% non si vede in alcun dove. La disoccupazione giovanile infatti non è ciò che istintivamente si può pensare che sia.

Superficialmente, quasi chiunque è portato a pensare che una disoccupazione giovanile del 40% significhi che il 40% dei disoccupati è giovane. Questo dipende dal fatto che la percentuale della disoccupazione giovanile è normalmente esposta dopo la percentuale di disoccupazione totale.

Un po’ meno superficialmente si può pensare che il 40% dei giovani sia disoccupato, ed è più corretto, ma… il 40% di quali giovani? tutti? i lavoratori? E, a pensarci bene, chi sono i “giovani”? Io ho lavorato per anni in un ambito in cui i “giovani” imprenditori avevano fino a quarant’anni!

Forse anche il termine giovane, quando è usato nelle definizioni Istat assume un significato differente da quello comunque?

Sì.

La disoccupazione giovanile che l’Istat calcola, e che i media rilanciano malamente, è il rapporto tra i giovani disoccupati della fascia di età 15-24 anni e le forze di lavoro della stessa fascia di età. Come dicevo all’inizio, gli studenti non entrano nel conto.

La formula è questa:

Dg = d(15-24)/FL(15-24)*100;

nel nostro caso, con i dati del primo trimestre 2013, diventa

Dg =   696.345/1.662.673*100 = 41,88%.

Se però, al posto delle FL della classe, mettessimo le FL totali, come si usa nel calcolo del tasso di disoccupazione totale, avremmo

Dg’ =696.345/25.224.606*100 = 2,76%.

Una bella differenza! Se cambia la popolazione di riferimento, cambia il risultato, è una caratteristica fondamentale delle frazioni – e una percentuale è una frazione. Ad esempio, se in Dg’ al posto di FL mettessi l’intera popolazione nazionale tra 15 e 24 anni, che è un po’ più di 6 milioni, otterrei una percentuale di circa l’11%: la maggior parte dei giovani in quella fascia d’età, infatti, studia.[1]

Ovviamente ci sono dei motivi per cui si fa in un modo anziché in un altro e all’Istat conoscono il loro mestiere. I guai cominciano quando i numeri escono dall’Istat e vanno in giro per il mondo.

La forma prediletta con cui se ne vanno a girare il mondo, questi numeri del lavoro, è il bollettino Istat “Occupati e disoccupati”, mensile e trimestrale, nella sezione Lavoro dell’archivio.

I dati che ho usato qui sopra e nelle tabelle sono grezzi, prima di essere trasformati in tassi (quelli che si trovano nel bollettino) subiscono un’elaborazione per eliminare le variazioni legate alla stagionalità e così via; ma lo scostamento non è grande, e comunque io qui non voglio dare le percentuali, voglio proprio dare i numeri.

I numeri delle teste.

A che servono, i numeri?

Le teste “giovani”, poiché non comprendono persone di oltre 24 anni, lasciano fuori gran parte dei laureati magistrali, comunque tutti i laureati magistrali che ancora a due anni dalla laurea non hanno ancora trovato lavoro, i trentenni eccetera eccetera… La fascia 25-34 anni conta 944.980 persone, che sono un bel po’ di più dei “giovani”.

Quello che mi ha spinto a mettere in fila i numeri è che mi sono accorta che loro non ne sono consapevoli.

Quando un ultraventiquattrenne sente parlare di “disoccupazione giovanile”, pensa che stiano parlando di lui – non so fino a che età lo possa pensare ma direi fino a 31-32 anni almeno. Invece non è così, e a me pare scandaloso che debbano ingannarsi (o essere ingannati) in quel modo. E pensare che i più giovani – e i loro genitori – si preoccupino più del dovuto per qualcosa che appare come non è, parimenti non lo sopporto. Ascoltare ogni giorno proclami e sproloqui sulla disoccupazione giovanile sapendo che la si propala in forma menzognera, non lo trovo accettabile. Gli “anziani” sono più agguerriti, lo dimostra l’Associazione Over40, ma nell’ultimo mese li ho sentiti molto amareggiati da questo continuo insistere sulla disoccupazione giovanile; e non sopporto nemmeno questo, perché seguo la loro attività dal 2006 e sono sempre stati combattivi e pieni di speranza, ancora fino a pochi mesi fa. Anche mia sorella è una disoccupata “non giovane” e mi si stringe il cuore a vedere come ci soffre, quando ascoltiamo i telegiornali.

Che ci posso fare, sono una creatura di sentimenti delicati.

Buona parte dei decisori del nostro Paese si sta riempiendo la bocca con qualcosa che è assai rilevante da vari punti di vista, ma non è l’intero problema e nemmeno la fetta principale. A me non piace lavorare a pezzi: nel mio modo di vedere non esiste “la disoccupazione giovanile”, esiste invece che il lavoro è un bisogno per chiunque, a qualunque età, e bisognerebbe muoversi di conseguenza. Ma se proprio avessi da allocare risorse limitate e decidessi di farlo secondo fasce di età, allocherei le risorse dove la necessità è maggiore. Se ho capito qualcosa dei ragazzi di oggi, saranno pochi quelli che a diciotto anni si faranno carico di una famiglia, che sia nuova oppure quella di origine – e non sarebbe neanche tanto giusto aspettarselo. Se proprio proprio dovessi fare uno sforzo straordinario per affrontare la disoccupazione per fasce di età (e ripeto che lo ritengo sbagliato e inefficace), sceglierei età maggiori, dove spesso una testa vale per più di uno. Un disoccupato di quarant’anni con moglie casalinga e due figli alle medie, conta per quattro ma nelle statistiche vale sempre per uno.

Per dirlo in breve, se proprio proprio proprio dovessi scegliere tra dare lavoro a un neodiplomato oppure a un padre di famiglia quarantenne con figli piccoli, sceglierei la seconda.

Ma vorrei ripetere ancora che trovo inadeguato “aggredire” (un termine usato di recente dal ministro Giovannini) i numeri del lavoro per fasce di età. L’uomo lavora perché fa parte della sua natura, non perché lo dice la Costituzione, e lo fa a diciotto anni come a settanta, a meno che non abbia il cuore incenerito. Per questo, il lavoro è un diritto: perché è un bisogno, ma nel senso che uno ha bisogno lavorare per poter essere compiutamente se stesso, non per andare in vacanza alle Maldive. Alcuni di noi addirittura se lo inventano, il lavoro.

Un cristiano direbbe che l’uomo lavora perché è fatto a immagine e somiglianza di Dio, che è colui che opera sempre. Ma anche senza essere cristiani, basterebbe osservare i bambini che si hanno intorno per capire che lavorare li attira; non sarà fatto così solo mio nipote, no? (No, ne ho conosciuti anche altri.) Sarebbe ora di ripartire da quello che gli uomini sono – a sette anni, a venti a ottanta – e di muoversi tenendolo presente.


[1] Il bollettino “Occupati e disoccupati” del primo trimestre 2013 riporta che il tasso di inattività nella fascia 15-24 anni è del 72,4% e che, di questi giovani “inattivi”, oltre otto su dieci sono impegnati nello studio o nella formazione professionale.

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2 commenti

  1. In alcuni documenti (tipo richieste di esenzione ASL) fanno anche la distinzione tra INOCCUPATO (colui che è in cerca di lavoro, ma non ha mai lavorato) e DISOCCUPATO (colui che cerca lavoro, ma ha già lavorato, almeno una volta). In genere le agevolazioni sono previste solo per il DISOCCUPATO, se rientra nella giusta fascia di reddito.
    Chi non ha mai lavorato, invece pare non abbia diritti. :-(

    • Grazie del commento, Giovanni.
      La distinzione disoccupato/inoccupato esiste nella burocrazia, così come quella di “donna in reinserimento lavorativo” e altre.
      L’Istat, però, non usa queste diciture, ma parla di “persone in cerca di occupazione”, che è una migliore descrizione del fatto.
      Quanto ai diritti, veramente ce ne dovrebbero essere anche per gli inoccupati; il problema è capire quali sono e se siano limitati a precise fasce di età.

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