Credere, voler credere

San Tommaso d’Aquino definisce la fede in Dio come un atto dell’intelletto spinto dalla volontà mossa dalla Grazia. In altre parole, io scelgo di credere in Dio che mi si propone in maniera misteriosa ma concreta e incontrovertibile. Però sono io che scelgo.

La prima parte della definizione (tolta la Grazia) è valida per il credere in qualunque cosa. Noi sempre scegliamo che cosa o a chi credere. Le espressioni “dar credito” e “dare fiducia” a qualcuno o qualcosa nascono da qui: la fiducia, il credito – parole che hanno le stesse radici di credere, fidarsi, fede – è qualcosa che diamo noi, non è qualcosa che ci viene strappato dalle mani. Nemmeno l’Onnipotente si permette di farlo.

In base a che cosa scegliamo? I motivi sono variabili, anche se può capitare che siano gli stessi da un individuo ad un altro. Ciò che non varia mai è questo atto dell’intelletto mosso dalla volontà. Funziona sempre così, anche quando non ce ne rendiamo conto.

Per me, come convertita dall’ateismo, questo è evidente come il pane e marmellata con cui faccio merenda, ma sarebbe evidente a chiunque si prendesse la briga di osservare se stesso in azione di fronte alle cose. A volte ci vuole una spinta per cominciare ad osservare e osservarsi: la mia, per esempio, fu un mio direttore, quando lavoravo per un’organizzazione in cui era necessario dar molto credito alle persone per farle lavorare meglio; qualcosa che per natura io non sono tanto disposta a fare.

Oggi, e anche ieri sera, la scelta dell’intelletto spinto dalla volontà è particolarmente ben visibile in una notizia che a me ha fatto venire una crisi di costernazione: il ventilato attacco degli Stati Uniti contro la Siria.

Se c’è una cosa di cui possiamo esser certi, a patto di osservare attentamente la realtà, è che non sappiamo veramente chi abbia scatenato l’attacco con i gas, e quindi con chi ce la prendiamo?

Sappiamo dalle fotografie che una gran massa di persone è morta per cause, diciamo, non esplosive. Potrebbero esser morti di colera o di veleno, come nelle guerre di una volta, oppure di gas. Potrebbero addirittura essere foto di persone morte per cause naturali, la foto in sé non dice niente della causa, ma ci sono testimoni a dire che sia stato un attacco con i gas. (E già qui entra in gioco la volontà, perché si deve decidere se credere o no ai testimoni; si crede, se non ci sono buoni motivi per non credere, ma è comunque una scelta.)

Però i testimoni possono testimoniare che si è trattato di un attacco improvviso – e quindi di gas, i pozzi avvelenati uccidono più lentamente – ma non possono dire chi sia stato ad attaccare. Chi si metterebbe lì a dire “sono io che lo sto facendo?”.

Pensare che sia stato il governo, a usare le armi chimiche, anziché i ribelli, è la prima cosa che viene in mente non a causa dell’evidenza ma per una scelta operata in questo modo: la soluzione più semplice è quella vera. È noto che il governo siriano possedeva armi chimiche; il possesso di armi costose è più probabile da parte di un governo che da parte di un pugno di ribelli; quindi, guardando l’alternativa governo/ribelli, la soluzione più semplice è “governo”.

Purtroppo questo tipo di logica laggiù non funziona. Perché, se invece mi chiedo a chi giova, chi guadagna di più da un attacco con armi chimiche, la risposta è esattamente l’altra: i ribelli ci guadagnano di più.

I ribelli ci guadagnano di più perché l’Occidente, per motivi storici e culturali, è sempre dalla parte dei “ribelli”, a prescindere dalle loro ragioni e dai loro torti. Una persona di intelligenza media lo comprende e si può muovere di conseguenza per avere l’appoggio dell’Occidente, tanto più se della popolazione non gliene frega niente: e questa è una buona descrizione di certi ribelli siriani, come tanti altri testimoni raccontano da mesi. Solo che questi altri testimoni si è scelto di non ascoltarli. La vita è piena di scelte, davvero.

Ma in definitiva la conclusione è soltanto una: non sappiamo. C’è chi pensa di sapere, ma in realtà sta formulando solo delle ragionevoli ipotesi. Il fatto è che non sappiamo chi è stato.

Ne consegue che qualunque atto di guerra contro la Siria si baserà su un assunto falso, una scelta dettata dal comodo di qualcuno: io, Obama, scelgo di credere che tu, Assad, hai attaccato il tuo stesso popolo con armi chimiche. Così, ti punisco.

Esistono guerre giuste, basta guardare Sette anni in Tibet per capirlo. Ma questa non lo sarebbe.


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