Davvero si capisce solo ciò che si vuol capire?

Mi è capitato qualche volta di sentire questa affermazione: “ognuno capisce solo ciò che vuol capire”. Mi è anche capitato di vederla verificarsi, altrimenti non ci avrei creduto.

Non sarà sempre vero che uno capisce solo ciò che vuol capire, ma certo accade di frequente. Molti cercano nella realtà solo la conferma alle proprie idee, perché ritengono (perlopiù inconsciamente – spero) che la realtà sia ciò che loro pensano che dovrebbe essere; chiamiamola “realtà soggettiva”. Ho appena scoperto che questo è un tratto caratteristico del pensiero moderno e la questione mi intriga. Anche quelli che considerano la realtà come oggettiva, un “dato”, cioè qualcosa di indipendente da loro stessi, possono essere colpiti sporadicamente da un simile atteggiamento. Ogni volta che usiamo espressioni come “Se solo tu fossi un altro…!” oppure “Potresti fare grandi cose se solo…”, per esempio, siamo cascati nella trappola della realtà soggettiva.

Molti si stanno comportando con le parole del Santo Padre Francesco come se fossero adepti della realtà soggettiva: capiscono quello che gli pare. E il brutto è che non lo fanno solo certi impenitenti contafrottole, quello sarebbe normale; non lo fanno solo i titolisti, pure quello sarebbe normale; si comportano così anche molti che si definiscono cattolici ma non hanno le idee molto chiare su quel che insegni la Chiesa cattolica, nella quale il Vescovo di Roma (cioè il Papa) rappresenta l’unità e non un battitore libero. Questa faccenda va avanti già da qualche settimana e mi pare che abbia toccato il fondo con la cosiddetta “apertura” ai divorziati e alle donne che hanno abortito eccetera. Però mi dicono che anche la lettera a Eugenio Scalfari aveva suscitato un certo scompiglio.

Io, sinceramente, non intendevo leggerla, la lettera a chi non crede; non leggo mai la posta degli altri. I commenti di un paio di amici mi avevano fatto venire una certa curiosità ma resistevo con successo. Poi ho ceduto pensando che ci fosse qualcosa da imparare. C’era. Ma non era quello che mi aspettavo.

Ho letto la lettera e sono rimasta sorpresa dall’eleganza di alcuni passaggi.

Il più elegante è l’ultimo punto, che è l’apice del percorso, quando il Santo Padre, dopo aver detto che la verità non è propriamente “assoluta” perché è relazione, prosegue così:

Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta, reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio dire.

Qui il Santo Padre sta invitando Scalfari a guardare la realtà per quel che è, senza cercarvi la conferma alle proprie idee, e ad usare le parole non come gli pare ma onestamente, per quello che sono, cioè il nome di esperienze. Per questo, anziché rispondere direttamente alla questione della verità “assoluta”, la ribalta nella verità “relazionale”. Traduzione: guarda, amico mio, che sul versante dialettico io non ti sono inferiore ma non è questo che salva me e te e il nostro tempo su questa terra.

C’è anche della garbata ironia nei tre puntini di sospensione che il Santo Padre inserisce parlando di «contrapposizione… assoluta».[1]

La mia stima per Papa Francesco è schizzata alle stelle. Scalfari non ignora quel che la Chiesa pensa riguardo all’assolutezza della verità e non gliene importa niente; anzi, è prontissimo a dire la sua in merito, e in maniera convincente. Non serve ragionare e argomentare, allora. L’unico modo per avere una qualche speranza di parlarci da uomini consiste nel cambiargli prospettiva, perché smetta di gloriarsi della sua intelligenza e cominci, forse, a cercare qualche risposta. Infatti il Papa afferma fin da principio di scrivere partendo da un’esperienza, la sua. Come dire: guarda che quel che ti dirò io l’ho vissuto e lo vivo. Uno può discutere all’infinito sui concetti ma l’esperienza la può solo osservare – oppure può non osservarla, si capisce, ma saprà di avere scelto da sé e non potrà prendersela con nessun altro. Questa è spesso una spinta potente verso l’onestà.

Poco sopra il Papa parla di coscienza:

[…] la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male.

Qui mi ci sono volute ventiquattro ore per ricordare chi è Papa Francesco (vale a dire, un figlio di sant’Ignazio) e per apprezzare la finezza dell’espressione. Egli è perfettamente consapevole del fatto che  “coscienza” per quelli come Scalfari ha un significato differente da quello originario; perciò mi sconcertava il verbo “percepito”, si può equivocare e non va bene… Ma egli parla di “ascoltare e obbedire” e di “bene e male”. Non si può davvero obbedire a qualcosa che inventiamo noi, come sono la realtà e la coscienza nel pensiero moderno; infatti quel tipo di coscienza alla fine è costretto a teorizzare che non esistano bene e male. Tutte queste cose Scalfari le sa bene. Quando però uno arriva abbastanza vicino alla fine del viaggio, come lui, è possibile e probabile che cominci a considerare le cose sotto un’altra luce; se non altro perché gli capita di rendersi conto che esistono elementi del reale – per esempio il decadimento fisico – su cui il pensiero non ha potere. Allora magari uno comincia a riflettere che “ascoltare la propria coscienza” potrebbe essere un’espressione un po’ più letterale di quel che non credesse. Bisogna aiutarlo a uscire dall’angolo in cui si è ficcato ed è ciò che il Santo Padre ha tentato di fare. Io, raccontandolo, ci metto del veleno perché la gente intellettualmente sleale non mi piace, ma Papa Francesco invece ha impiegato tutta la dolcezza di cui è capace, ed è tanta.

Penserei che Scalfari non intenda spostarsi di un capello dalle sue posizioni. Il Santo Padre, tuttavia, deve aver visto qualcosa di più. La frase che mi ha colpito maggiormente, oltre ogni eleganza comunicativa o pedagogica, è stata una delle prime:

[…] è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme.

Io non mi trovo mai a mio agio nell’ascoltare questo tipo di domande, perché spesso non sono sincere e io non so che fare. Quando anche siano sincere, però, a me non piace discutere, quindi comunque non so che fare.

Così, alla fine della lettura, ciò che mi rimane più impresso è la carità con cui il Santo Padre si è mosso verso uno che forse non è nemmeno veramente interessato. Non ci ha solo impiegato del tempo a leggere le questioni che Scalfari poneva; ci ha pure messo del tempo a rispondergli! Questa attenzione caritatevole è l’unica cosa, credo, che potrebbe indurre un vecchio sleale a spostarsi dalle sue posizioni; non i ragionamenti. Ed è qualcosa che io non farei. Perciò mi resta addosso quel senso di meraviglia per la carità che il Santo Padre ha mostrato e spero di ricordarmene a lungo. E mi auguro che un pochino di quella meraviglia sia nata anche nell’animo di Eugenio Scalfari.

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Letture

– Due puntualizzazioni di Stefano Fontana dell’Osservatorio Van Thuan

– Il commento di don Carrón .


[1] Il mondo dei non credenti “illuminati” è pieno di assoluti e di verità assolute in senso etimologico, solo che non se ne accorgono. Per capire il concetto di verità “assoluta” in senso etimologico basta figurarsi questo: se io mi reco all’Arco etrusco e comincio a battere la testa contro il muro di pietra, che cosa si rompe, il muro o la mia testa? Nelle condizioni entro cui si svolge la vita sulla Terra, la rottura della testa anziché del muro non dipende da me, è del tutto slegata dalla mia volontà, e assoluto significa proprio “slegato”. Che la mia testa si rompe se la picchio contro le mura etrusche è una verità assoluta per chi non ammetta l’esistenza di Dio. Non sarà vitale saperlo, però è vero ed è assoluto: se infatti Dio non esiste e io sono il principio della realtà, ma la rottura di testa esiste ed è incontestabile e inevitabile, poste le condizioni, detta rottura è indipendente da me e quindi è assoluta. Il mondo dei non credenti è così pieno di assolutezza e di dogmi che non mi capacito di come riescano a viverci. Per chi crede in Dio, invece, la rottura della testa è una verità non assoluta, non indipendente da tutto ma dipendente dalle condizioni che il Creatore ha posto.

 

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