«L’immaginazione è qualcosa di splendido» – Incontro con la romanziera cattolica Amanda Jones

29 ottobre 2013, http://catholicfiction.net/the-imagination-is-a-magnificent-thing-an-interview-with-catholic-novelist-amanda-jones/

Ultimo libro pubblicato: Lost Abbey.

Istruzione: laurea triennale, Università del New Mexico; laurea magistrale, Virginia Tech; dottorato di ricerca, Università della Virginia.

Impiego attuale: Mio marito e io conduciamo una piccola azienda agricola e scriviamo quando le colture ce lo permettono. Le piante possono richiedere un bel po’ di attenzioni, specie se sono tante.

Profilo: Essere sposati è una parte rilevante di quelli che siamo. Clint e io di solito stiamo insieme, mentre lavoriamo nella fattoria o ai nostri scritti oppure ci riposiamo. Tuttavia, quando si tratta di presenza dell’autore in pubblico, lui è un tipo molto più da retroscena di me, e questo è uno dei motivi per cui stai intervistando me da sola, benché il suo contributo a Lost Abbey sia inscindibile dal racconto. Io sono umile e naturale – una buona cristiana. Non m’importa se la gente pensa che sono forte, interessante o un po’ stravagante. Queste sono caratteristiche accoppiate con l’essere brillanti e la gente in genere pensa che io sia brillante. Naturalmente, voglio che le persone adorino i miei capelli. Dio se ne portò via la maggior parte quando ho avuto il cancro al seno, ma me ne ha restituiti parecchi di più, perfino dei riccioli!

Citazione preferita: Qualunque cosa facciate a uno di questi miei fratelli più piccoli, la fate a me (Matteo 25,40).[1]

Poema preferito: “Mercoledì delle ceneri”, di T.S. Eliot.

Il tuo più recente successo non letterario: Sono sopravvissuta a un tumore al seno.

CatholicFiction.net: Perché scrivi?

Amanda Jones: All’Università del New Mexico, quando mi stavo iscrivendo al corso di laurea in Lingua e letteratura inglese, il direttore del Dipartimento mi chiese: «Perché vuole laurearsi in Lingua inglese?». Risposi: «Ci sono nata, laureata in Lingua inglese». Io ho bisogno di scrivere.

CF: Che cosa inizialmente ti ha ispirato a diventare una scrittrice?

AJ: Le due torri, di J.R.R. Tolkien. [N.d.T. Il secondo volume de Il Signore degli Anelli] A metà lettura di quella lunga e intricata trilogia, all’età di dieci anni, all’improvviso mi sono chiesta: «Come fa uno a fare una cosa simile?». Mi chiedevo se avesse intrecciato l’intera trama dal principio alla fine e poi cominciato ascrivere oppure se avesse ideato i personaggi e poi li avesse lasciato andare e li avesse seguiti là dove andavano. In un certo senso, la domanda rimane senza risposta. Quando mio marito e io scriviamo insieme, lui sviluppa mille trame, io creo i personaggi e li faccio scorrazzare in giro.

CF: Se tu fossi un critico e dovessi recensire i vostri libri, quali individueresti come tratti caratteristici del vostro stile di scrittura?

AJ: Il nostro stile è letterario. Questo romanzo è pensato per essere letto a vari livelli di profondità. Lost Abbey è una storia drammatica centrata sui personaggi, ma anche un’allegoria, e questo non è frequente al giorno d’oggi. A chi ama l’allegoria, esso offre un piacevole gioco di enigmi. Il lettore può soffermarsi a cercar di capire in che modo una data scena, attraverso i personaggi, rappresenti la storia della Chiesa. Tuttavia, il lettore potrebbe non aver voglia di fermarsi troppo a lungo, perché le trame di Clint fanno venire la curiosità di andare avanti. I lettori possono anche cercare simboli. In che modo un dato simbolo si presenta nel corso della narrazione?

CF: Hai un posto preferito per scrivere?

AJ: Scrivo dovunque posso farlo. Un tempo ce ne andavamo lungo la ferrovia a sud di Albuquerque con un taccuino e una matita. Oggi preferisco un pc fisso e il nostro si trova nella stanza sopra il garage. Ma davvero, il posto non conta più di tanto, tranne che non ci dev’essere chiacchiericcio.

CF: Qual è la tua cura per il blocco dello scrittore?

AJ: Il blocco dello scrittore, ah! il flagello di tutti noi. Leggere è una buona cura. Ma attenzione. Leggere robe buone da paura, tipo Tolstoj, può avere l’effetto opposto e demoralizzarti fino a peggiorare il blocco! In questi giorni, mi piace leggere il Catechismo della Chiesa cattolica o un buon libro di storia.

CF: Qual è la tua cura contro l’abitudine di rinviare?

AJ: Essere in bolletta è un’ottima cura per l’abitudine di rinviare. Gesù dice un bel po’ di cose circa la povertà, nei Vangeli, e molte non le comprendo ma una la so: niente soldi = al lavoro!

CF: Descrivi con parole tue che cos’è l’immaginazione cattolica o, in alternativa, che cosa vuol dire essere uno “scrittore cattolico”.

AJ: L’immaginazione cattolica dev’essere qualcosa di molto speciale per due motivi. Primo, l’immaginazione è una cosa splendida, un dono di Dio di cui ognuno gode. Secondo, quando ci aggiungi lo Spirito Santo e la Presenza Reale[2] che ci nutre attraverso la santa Eucaristia, allora l’immaginazione diventa come un jet con un motore veramente potente. Fatevi da parte!

CF: Quali tre scrittori – viventi o defunti – inviteresti a cena? Perché?

AJ: Innanzitutto, l’apostolo Giovanni, che oltre al suo Vangelo scrisse anche l’Apocalisse.[3] E perché no? Chi non vorrebbe trovarsi davanti all’amore che questo grande uomo ebbe per Cristo? Per secondo, Dante Alighieri. Vorrei che mi aiutasse a comporre un Inferno del XXI secolo nello stile di Hunter S. Thomson. E terzo, Shakespeare. Gli voglio chiedere se davvero era cattolico.

CF: Che cosa gli offriresti? Antipasto, portata, dessert e da bere? Perché?

AJ: Non sono un granché come ospite. Uno dei miei haiku preferiti recita più o meno così:
L’unico pregio
della mia ospitalità:
zanzare nane.
[4]

Ma, visto che me lo chiedi, penso che prenderemmo il furgone per andare in campagna a fare un picnic, con il fuoco, tirando giù la sponda posteriore del furgone e preparando burritos. I burritos sono difficili da manipolare, e questo romperebbe il ghiaccio. Anche delle grandi menti, se offri loro troppo cibo, non avranno il tempo di parlare. Ricordi quella scena del Paradiso perduto di Milton, quando Eva prepara il desinare per l’arcangelo Raffaele? Gli offre la miglior frutta fresca, ma solo frutta. E Raffaele parla un bel po’.

CF: Qual è l’aspetto migliore dell’essere uno scrittore? E che cosa ti piace di più?

AJ: L’aspetto migliore è scrivere con mio marito. Dio mi ha dato un grande stimolo a scrivere ma solo un po’ di talento. Clint supplisce al mio piccolo talento e io traduco in parole le sue meravigliose idee. È molto divertente. Ci godiamo terribilmente i nostri personaggi e le nostre storie mentre li creiamo.

CF: Di che tratta il vostro ultimo libro?

AJ: Di una ragazza cattolica che raggiunge la maggiore età nell’Inghilterra del 1610, quando essere cattolici era letteralmente illegale.

CF: Che cosa ti ha spinto in primo luogo a scrivere questa storia?

AJ: Me l’ha ispirata la storia della Riforma,[5] che ho studiato in profondità per il dottorato di ricerca. Il conflitto che pervase le vite della gente comune quando la Cristianità si spaccò in due fu così profondo, e sottopose le famiglie a una tale pressione, che non ho potuto resistere a tentare di rappresentarlo in un dramma. Una volta che ebbi delineato l’ambientazione storica, lo sviluppo narrativo venne dall’immaginazione di mio marito.

CF: Avete rimuginato sull’idea molto tempo, prima di darle forma, oppure si è delineata di botto?

AJ: Abbiamo cominciato subito a dar forma all’idea. Era molto che non scrivevo narrativa ma, con l’incoraggiamento di Clint, mi sono lanciata e ho cominciato a seguire la storia man mano che cresceva. Mi svegliavo la mattina con la scena seguente che già mi girava per la testa. Abbiamo fatto parecchie passeggiate e sviscerato le complessità dei personaggi, e da questo nascevano altre ramificazioni della trama e perfino nuovi personaggi.

CF: Tutta la narrativa proviene da un insieme di influenze e impressioni del passato – cose che abbiamo vissuto, visto, immaginato o letto. Puoi parlarci di qualcuno degli elementi che si sono incontrati per dar forma a questo specifico racconto?

AJ: Io sono l’unica cristiana nella mia famiglia di origine. Scrivere Lost Abbey ha avuto un ruolo nella mia conversione, ma anche le differenze religiose in famiglia hanno avuto un ruolo nella redazione di Lost Abbey. Amare le persone come accade in famiglia, ma non condividere la stessa fede religiosa crea una dinamica feconda, che in Lost Abbey è espressa dalle due sorelle avversarie riguardo alla Bibbia.

CF: Che cosa hai imparato di te stessa scrivendo questo libro?

AJ: Ho scoperto di essere cattolica. Né mio marito né io praticavamo praticato alcuna religione da molto tempo, ma verso la fine della stesura di Lost Abbey, un giorno ho guardato fuori dalla finestra e ho detto nel cuore «Gesù, io voglio lavorare per te». In poche settimane Gesù mi ha condotto nella Chiesa cattolica, dove ho iniziato il RICA.[6] Ho ricevuto i Sacramenti nell’agosto 2012.

CF: Dal lato della ricerca, che hai dovuto fare per preparare il libro?

AJ: Lo sfondo storico è venuto fuori dal mio dottorato di ricerca in Letteratura inglese della prima età moderna. Gli scrittori della Riforma prendevano la religione molto sul serio, perciò leggere un poeta come Edmund Spenser cercando di comprenderne interamente la portata significa prendere sul serio la religione. Cominciai a capire la spaccatura nella Chiesa da dentro le menti delle persone che l’avevano vissuta, e per le quali era importante, be’, più che la vita stessa.

CF: In che modo questo libro è diverso da altri libri che ha scritto in precedenza oppure da altri lavori di scrittura che hai eseguito?

AJ: Questo per adesso è il nostro unico romanzo per giovani adulti. Entrambi avevamo pubblicato saggi.

CF: Qual è stata la sfida maggiore nello scrivere il libro?

AJ: Spostarsi dal linguaggio accademico a una buona prosa narrativa, soprattutto dialoghi credibili è stato il compito più arduo. La gente prende in giro l’astrusità del linguaggio accademico e noi c’eravamo dentro fino agli occhi quando abbiamo cominciato Lost Abbey. Ci sono volute molte, molte revisioni per perdere il tono da lezione di storia e permettere che Susannah, Mary e gli altri parlassero ciascuno con la sua propria specifica voce.

CF: Quali personaggi nel libro ti hanno messo a più dura prova e com’è stato affrontarli? C’è qualche personaggio che ti sia riuscito con facilità?

AJ: Mary è stata il personaggio più difficile per me. Doveva essere la perfetta sorella maggiore e tuttavia creare problemi a Susannah, la persona che ama di più. Lo fa diventando protestante, così io tendevo a reagire in maniera esagerata in accordo con Susanna, la sua sorellina. Quando ero sleale verso Mary, Clint, che è protestante ed è anche l’esperto di trame, badava a mantenermi in carreggiata.

CF: Creare un’opera di narrativa è sempre un viaggio dello spirito. Puoi parlarci di quel che è accaduto nel tuo spirito – intuizioni, dubbi, crisi ecc. – durante la stesura di questa opera?

AJ: A un certo punto durante le mie ricerche, Gesù nell’Eucaristia mi è divenuto reale. Ho compreso lentamente. Abbiamo iniziato Lost Abbey con una prospettiva assai mondana. I Gesuiti erano eroi in un mondo relativista, Susannah e Mary erano due sorelle in contrasto. Ma poiché sono stata condotta inavvertitamente a comprendere che cosa la Chiesa cattolica stesse cercando di conservare durante la Riforma – la Presenza Reale – allora il libro è cambiato. Poi, Lost Abbey ha preso posizione e si è impegnato con Cristo.

CF: Una buona abitudine che hai, come scrittrice, e che vorresti continuare a coltivare.

AJ: Scrivere senza mollare.

CF: Una cattiva abitudine che hai, come scrittrice, e che vorresti perdere.

AJ: Scrivo troppo di me stessa.

CF: Una buona abitudine che vorresti avere, come scrittrice, e che al momento non possiedi.

AJ: Leggere più libri del genere a cui mi dedico nella scrittura.

CF: Quale libro di un altro autore vorresti avere scritto?

AJ: l’Inferno di Dante.

CF: Quale libro di un altro autore sei lieta di non avere scritto?

AJ: l’Inferno di Dante.

CF: Qual è l’aspetto più scoraggiante dell’essere una scrittrice?

AJ: Scrivere è soffrire.

CF: Qual è il tuo sogno ad occhi aperti come scrittrice, il tuo lavoro più grande?

AJ: Semplicemente il nostro prossimo libro.

CF: Se non potessi più lavorare con le parole, quale mezzo artistico sceglieresti?

AJ: Il dipinto a pastello.


[1] Così la cita e così la traduco – l’ho sentita spesso citare così, del resto – ma in realtà la frase è diversa: «[…] ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me». Per questo motivo non l’ho messa tra virgolette o in corsivo.

[2] Il fatto che Cristo è presente realmente (e non simbolicamente) nell’ostia consacrata.

[3] Curiosità: in inglese il libro dell’Apocalisse è detto Revelation. Spesso in certi telefilm – come Supernatural o altri del genere – si sente parlare di un “libro delle Rivelazioni” nella Bibbia, ma si tratta del libro dell’Apocalisse. Immagino che si tratti di una traduzione imposta dalla necessità di sincronizzare il più possibile parole e labbra.

[4] La versione è mia, perché non so a quale haiku si riferisca.

[5] In inglese, quello che noi definiamo scisma anglicano si chiama English Reformation. Ho deciso di lasciare il termine “riforma” perché ha senso nella cultura americana e anglosassone in genere. La traduzione non è corretta da un punto di vista formale, per questo la segnalo. I due nomi differenti derivano dai due diversi modi di vivere l’esperienza, naturalmente. Gli anglicani erano convinti di stare riformando la Chiesa, per questo parlano di riforma. Per tutti i protestanti è così, e parlano di riforma (la loro azione) e di controriforma (che sarebbe la reazione cattolica). Per i cattolici, invece, anglicani e protestanti hanno lasciato la Chiesa; per questo parlano di scisma, e il termine “riforma” lo riferiscono alla propria azione susseguente allo scisma.

[6] Il RICA, Rito dell’iniziazione cristiana per gli adulti (in inglese è RCIA, Rite of Christian Initiation of Adults), è il percorso di preparazione che deve compiere un adulto per poter entrare a far parte della Chiesa cattolica. Tipicamente l’adulto riceve il Battesimo e la Confermazione (la Cresima) e poi l’Eucaristia per la prima volta (la Prima Comunione).

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