Tradurre un mondo in bilico: intervista a Kaye Park Hinckley

Tradurre un mondo in bilico: intervista a Kaye Park Hinckley 

11 ottobre 2013, catholicfiction.net/translating-a-world-on-the-edge-an-interview-with-kaye-hinckley/

Catholic Fiction: In una frase, di che parla il tuo ultimo libro?

Kaye Hinckley: «L’amore non è un simbolo, è un agente irritante; e ti costerà un po’ di pelle» – parole di Sarah Neal Bridgeman in A Hunger in the Heart.

CF: Che cosa ti ha ispirato a scrivere questa storia?

KH: Il ricordo di una conversazione origliata da bambina, tra mia madre, una zia e mia nonna, a proposito della seconda guerra mondiale e degli effetti perduranti su un soldato. Anni dopo la fine della guerra, un veterano del luogo, traumatizzato, fu arrestato dalla polizia per essersi spogliato dei vestiti nel parcheggio accanto alla drogheria Piggly Wiggly, perché credeva che i soldati giapponesi gli avessero dato fuoco. Mio padre e mio zio avevano combattuto nella seconda guerra, perciò la conversazione era imperniata sulla comprensione per il veterano e la sua famiglia. Mio zio non aveva cicatrici “visibili”, ma mio padre aveva avuto il cuore trapassato da una pallottola. Dopo molti mesi in un ospedale della California, era tornato a casa in Alabama a vivere la sua vita. Non parlò mai della guerra fino a qualche mese prima di morire, a 77 anni, e quello che mi raccontò allora, quasi mi straziò.

CF: Hai considerato l’idea molto tempo, prima di darle forma, oppure è stata una folgorazione? Descrivi l’accaduto.

KH: La conversazione che ho menzionato mi era rimasta in mente, ma finché mio padre non si è confidato circa la sua esperienza in guerra, non avevo alcuna intenzione di scrivere in proposito. Quella confidenza avvenne quando stava soffrendo per un collasso cardiaco, in parte dovuto alla sua ferita di tanti anni prima; e la prospettiva di perderlo presto mi agitava dentro molte emozioni e molti ricordi, come pure un profondo rispetto per il coraggio di tutti i veterani che hanno dato la vita per amore della nostra libertà. Ma A Hunger in the Heart non parla di una guerra mondiale. Tratta delle specifiche guerre personali che ciascuno di noi combatte durante la propria vita. Dipendenze, infedeltà, malattia, solitudine e mancanza di speranza sono solo alcune di esse. Strano a dirsi, è in simili combattimenti che noi, come i personaggi del mio romanzo, spesso scopriamo la nostra più grande forza.

CF: Puoi parlarci di qualcuno degli elementi che hanno partecipato nel dar forma a questa particolare narrazione?

KH: Altri aspetti della storia sono spuntati dopo la morte di mio padre. Per quasi vent’anni mi ero goduta una carriera in pubblicità, eppure all’improvviso non aveva più fascino. Volevo scrivere a tempo pieno e cominciai a fare solo quello. Ho cominciato con A Hunger in the Heart. La sua premessa, riassunta nelle parole di Sara Neal, è semplicemente il fatto di vivere in una famiglia molto unita, composta di tre generazioni, dove le vicende di ciascuno – amore, dolore, sofferenze e manchevolezza – erano note e discusse da ciascun altro. Io ascoltavo spesso; in effetti, non avrei potuto esimermi dal sentire perché i miei familiari sono sempre stati “parlatori” e narratori.

CF: Che hai scoperto su te stessa scrivendo questo libro?

KH: L’amore è un argomento principe dappertutto – nei mezzi di comunicazione, nella religione, nella vita stessa. Ho dovuto considerare onestamente che cosa l’amore sia realmente e sono giunta alla rapida conclusione che senz’altro non è “morbidoso”; non è un sentimento caldo e ovattato, né sesso. L’amore è un atto che richiede coraggio, la potenza della propria volontà di arrivare fino in fondo malgrado contrasti diretti o indiretti, e soprattutto FIDARSI di Dio, scritto tutto in maiuscole.

CF: Che ricerche hai dovuto svolgere per questo libro?

KH: Non molte. Riguardo ai luoghi e al periodo, io sono cresciuta in una cittadina nel sud della Bible Belt tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Ho solo dovuto frugare nella memoria. Riguardo all’ideazione dei personaggi che abitano la storia, essi sono una mescolanza di molti vividi abitanti del Sud che ho avuto il piacere di conoscere.

CF: In che modo questo libro è differente da altri tuoi scritti?

KH: Ho quattro romanzi ancora non pubblicati – uno storico, due di ambientazione contemporanea e il seguito di A Hunger in the Heart. Ho anche una raccolta di racconti che si sono accumulati mentre scrivevo i romanzi, quando facevano capolino idee che non avevano posto nella trama o nello sviluppo dei personaggi dei lavori più lunghi.

CF: Più in particolare, a parte le evidenti differenze nella lunghezza, scrivere un romanzo in che cosa è diverso rispetto al racconto?

KH: Per me, il racconto può concentrarsi su un punto specifico meglio di un romanzo, un po’ come ammirare le caratteristiche di un fiore particolare anziché l caratteristiche dell’intero giardino.

CF: Qual è stata la sfida maggiore nello scrivere il libro? Personaggi, trama, ambientazione ecc.

KH: La sfida, che mi ero posta io stessa, era di scrivere A Hunger in the Heart con la mia prospettiva cattolica senza fare propaganda. Doveva essere una storia credibile su persone comuni che si ritrovano in mezzo a una battaglia per – e contro – l’amore di Dio. Volevo che i lettori comprendessero le difficoltà di ogni personaggio, ma senza sentimenti sciropposi, e non volevo nascondere nemmeno una mancanza o una pecca in nessun personaggio. Volevo che fosse difficile per loro riconoscere l’amore autentico e agire di conseguenza, perché nella vita quotidiana è spesso così.

CF: Quali personaggi nel libro ti hanno messo a più dura prova? C’è invece qualche personaggio che ti sia riuscito con facilità?

KH: Probabilmente Clayton, e questo è dovuto verosimilmente all’attuale clima di “politicamente corretto” riguardo alla razza. Clayton, come antagonista, ha un rimasuglio di fede, ma è priva di senso, meschina, tutta volta a quel che Gesù farà per lui e mai il contrario. Clayton usa l’amore di Dio per tornaconto, così come usa la piccola statua di Maria alla stregua di un amuleto portafortuna – aspettandosi la salvezza senza far niente per meritarla; il peccato di presunzione. Fig è il suo contrario, e mi è riuscito facilmente perché l’ho conosciuto nella vita reale, perlomeno qualcuno che gli somiglia molto. Fig ha una comprensione vera della passione dolorosa di Gesù e la sua particolare saggezza viene da lì. Quando scrivevo di Fig, sentivo che stavo scrivendo dello Spirito santo all’opera nel mondo dei Bridgeman. Senz’altro Sarah Neal aveva bisogno di una spintarella da parte dello Spirito. Lei mi ha un po’ messo alla prova per il fatto che non volevo crearla tanto sgradevole e ostinata da non poter cambiare. È una di quelle persone la cui più grande forza e la più grande debolezza nascono in un analogo punto del cuore.

CF: Creare un’opera di narrativa è sempre un viaggio dello spirito. Puoi parlarci del tuo spirito durante la stesura di quest’opera?

KH: Ho cominciato A Hunger in the Heart in un periodo delicato della mia propria vita, dove stavano accadendo molti cambiamenti. Mi sentivo un po’ come Coleman quando circostanze su cui non ha alcun controllo colpiscono gravemente la sua vita. Ovviamente questo può accadere a chiunque. Tranne che io avevo la mia fede cattolica, e precisamente il Santo Spirito di Dio per mezzo dell’Eucaristia, che ha guidato il dipanarsi dei miei pensieri finché il libro è diventato come un amico spirituale con cui riuscivo a parlare. E se non sembra troppo folle, il libro mi rispondeva.

CF: Tu sei, fino a un certo punto, una scrittrice “regionale” – per dirla altrimenti, sembri attratta dall’elemento locale e dal luogo come un aspetto importante della tua narrativa. Perché lo consideri importante? In particolare, che cosa rappresenta il Sud per te come scrittrice?

KH: Essendo nata nel Sud e cresciuta nella Bible Belt, io amo sia la mia fede cattolica sia la mia tradizione di abitante del Sud. Non ho mai abbandonato nessuna delle due, perciò è impossibile ignorarne l’una o l’altra quando scrivo. Una gran cosa riguardo all’essere una scrittrice cattolica del Sud è che qui la maggioranza di chi ci è nato, in massima parte protestanti, conosce la Bibbia, è in grado di citare la Bibbia e cerca di vivere secondo la Bibbia. E i più riconoscono di essere peccatori bisognosi di essere salvati. Non penso si possa trovare altrove qualcosa di simile e a un simile livello; così, per uno scrittore interessato al peccato e alla salvezza, questo ambiente è un terreno ideale per la narrativa.

CF: Non si può fare a meno di confrontare il tuo lavoro con quello dei grandi scrittori del Sud (e cattolici). Che posto hanno nella tua crescita come scrittrice?

KH: Be’, questa è una domanda più che umiliante! Ma, per rispondere, devo dire che forse non scriverei affatto se non fosse per Flannery O’Connor. Amo i suoi scritti, da anni. La penso come uno spirito affine e una sorta di figura materna per il mio scrivere. Mia madre e tre generazioni delle mie nonne cattoliche nacquero in Georgia. Anzi, Flannery O’Connor e mia madre nacquero a pochi mesi di distanza, a Savanna, e per qualche tempo frequentarono la stessa scuola elementare cattolica. Dopo aver letto le lettere della O’Connor in Habit of Being,[1] con i tanti comici accenni al suo rapporto con la madre, Regina, mi sentivo del tutto a mio agio con entrambe. Oltre a questo, i suoi personaggi a me non sembrano strambi, dal momento che ho trascorso tutta la mia vita da cattolica nel profondo Sud. Anche se le storie stimolanti di Flannery O’Connor si possono godere senza conoscere la profondità della sua fede cattolica, quando invece la si approfondisce, è fenomenale. Non c’è nessun altro come lei. Non credo che ci sarà mai.

Altri scrittori del Sud e cattolici di cui ammiro temi, stile e personaggi sono Walker Percy e Tim Gatreaux. A ci sono altri scrittori del Sud, non cattolici, che stimo, come Winston Groom – l’innocenza e nobiltà di Forrest Gump; e Mark Childress – cortesia, risate e speranza a Crazy in Alabama. Entrambi questi uomini sono eccellenti, prolifici scrittori e sono stata felicissima che entrambi abbiano appoggiato il mio romanzo. E poi c’è William Gay – il suo primo libro, The Long Home, ha dei passi decisamente cattolici. Charles Frazier è un maestro con le parole, come pure James Agee e Thomas Wolfe, insieme alla loro profonda comprensione della famiglia. Scrittori cattolici non del Sud [che apprezzo] potrebbero essere Graham Green – Il potere e la gloria è uno studio magistrale di un incessante tendere a Dio dibattendosi nella debolezza umana – e naturalmente la saggezza di G. K. Chesterton. Ho anche studiato un bel po’ dell’opera di Ron Hansen; il mio preferito, Mariette in Ecstasy,[2] è straordinario e poetico.

CF: Sembra che anche la storia abbia un grande ruolo nella tua scrittura. Puoi spiegarci questo ruolo e perché la ritieni un elemento tanto importante per la tua narrativa?

KH: Ho sempre amato leggere circa i vari periodi storici, soprattutto perché, siccome sono distante anni da eventi importanti, le loro cause ed effetti sono più evidenti. Mi interessano cause ed effetti, nello scrivere. Rispetto agli individui, si suppone che causa ed effetto siano parte del nostro giudizio, ma questo spesso non è valutato con sincerità e crea sconquasso nella vita. Questo origina una storia con personaggi che agiscono e personaggi che subiscono. Eppure è più profondo di così. I personaggi che agiscono spesso seguono un ragionamento che è, in sé, fallace. Così c’è l’opportunità di osservare verità ed errore in senso generale e individuale.

CF: Perché scrivi?

KH: Onestamente, penso che sia un tradurre, con compassione, un mondo in bilico sull’orlo della dannazione, ma un mondo che ha pure un’opportunità infinita di redenzione.

CF: Che cosa ti ha ispirato a diventare una scrittrice?

KH: Sono cresciuta in una famiglia di narratori, e con tanti libri, a cominciare dalla fiabe di Hans Christian Andersen, un libro che mi regalò mio nonno.

CF: Se tu fossi un critico e dovessi recensire i tuoi libri, quali individueresti come tratti caratteristici del tuo stile di scrittura?

KH: Nel mio sito web l’ho descritto come “narrativa del Sud con un impulso spirituale”. Mi atterrò a questo.

CF: Hai un posto preferito per scrivere?Descrivi il tuo spazio di lavoro.

KH: È cambiato negli anni, a seconda di quale figlio se ne andava. Di solito occupo la stanza appena lasciata. Negli ultimi anni, ho scritto nella camera della mia figlia più giovane. Lei è molto creativa e disordinata. Mi ci trovo a mio agio.

CF: Come spiegheresti l’immaginazione cattolica? Che cosa vuol dire essere uno “scrittore cattolico”?

KH: Uno scrittore cattolico tenta di capire il divino che opera nel mondo, ma è solo un tentativo. Un essere umano non può capire l’essenza del divino più di quanto un insetto possa capire l’essenza dell’umano. Noi siamo così tanto al di sotto di Dio. Ma noi possiamo sentire Lui che ci chiama, che ci tocca dentro, lo riconosciamo oppure no, per sollevarci oltre noi stessi. E perché il divino ci chiama? Perché veniamo da Dio, e Lui vuole tenerci vicini, o vuole che torniamo se ci siamo sbandati.

CF: Che cosa apprezzi di più, dell’essere una scrittrice?

KH: Mi piace che scrivere fin da piccola mi abbia aiutato ad esprimere le mie idee. Ero una bambina molto timida e silenziosa, ma grazie alla mia famiglia ho avuto un bel po’ di autostima. La mia famiglia mi fece notare che avevo l’abilità di disegnare e dipingere, e poi di scrivere. Dipingevo per mia madre e mia nonna e scrivevo poesie per mio padre e il nonno. Naturalmente loro adoravano tutto questo. Così, da allora, l’arte e la scrittura divennero il mio modo di comunicare con gli amici e le altre persone al di fuori della famiglia. Comunque, ora, devo ammettere che non sono né timida né silenziosa, e spesso bisogna che mi dicano di tacere.

CF: Quale grande progetto – la tua maggior opera, magari – sogni di compiere come scrittrice?

KH: Senza dubbio la mia opera maggiore è un romanzo storico non ancora pubblicato, basato sulla vita della mia ottava trisavola,[3] intitolato The Wind that Shakes the Corn, che riguarda cause ed effetti di odio e amore, sia in una famiglia sia in una nazione. Il personaggio principale è una donna irlandese cattolica del XVIII secolo, che ama e odia con lo stesso ardore. Già una ribelle totale per via delle persecuzioni dei cattolici da parte della Corona inglese, la fanciulla irlandese è catturata dai soldati britannici la sera del suo matrimonio e imbarcata su una nave di schiavi diretta alle piantagioni di canna da zucchero delle Indie occidentali. Ma, oh, è scaltra! Seduce il figlio del proprietario della piantagione, che la sposa e fugge con lei nella Filadelfia di prima della rivoluzione, dove lei si coinvolge prontamente nella Rivoluzione americana, giurando di farla pagare agli inglesi non solo per averla rapita ma anche per l’impiccagione della madre, in Irlanda, dieci anni dopo. L’odio le diviene naturale, fino a diventare più importante dell’amore. Porterà con sé il suo sentimento di vendetta nelle Guerre indiane in Carolina del Sud e infine nel territorio inesplorato del Mississippi, con le lande mozzafiato che divennero poi l’Alabama.

Devo dire che il desiderio di vendetta della mia ottava trisavola è stato molto difficile da affrontare. La sua fede ne è quasi spazzata via, ma ella vive abbastanza a lungo da osservare causa ed effetto, di cui dicevamo prima, e giunge poi a una rivelazione finale, in un luogo misterioso, e spirituale, chiamato “la Grotta dell’Acqua che Cade”. In fin di conti, il tema del romanzo è che a volte occorre una vita intera per scoprire chi realmente siamo; che siamo parte del divino, creati per riflettere il Suo amore.

A Hunger in the Heart può essere acquistato qui [in inglese, NdT]


[1] The Habit of Being: Letters of Flannery O’Connor, pubblicato in italiano con il titolo Sola a presidiare la fortezza.

[2] Mariette e l’estasi, traduzione di Franca Castellenghi Piazza, Anabasi, 1993.

[3] In inglese, eighth great-grandmother. Traduco letteralmente perché non conosco i termini tecnici delle genealogie. Eighth great-grand* indica l’ottava generazione prima dei bisnonni, vale a dire l’undicesima prima di noi, considerando noi stessi come generazione zero. In italiano “trisavolo” significa “bisnonno” (great-grandparent) ma anche genericamente “antenato”, quindi “ottava trisavola” mi pare una soluzione accettabile.

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