Miti e teorie scientifiche

Qualche tempo fa (verso la metà di gennaio) un pomeriggio aiutavo la figlia di una mia amica a fare i compiti di Storia – terza elementare – e uno di quei compiti riguardava la definizione di “mito”. Pochi minuti prima era stato forte lo shock di scoprire che nel programma di Storia stavano studiando… le ere geologiche; però mi ero ripresa ed ero pronta a tutto. Aveva ragione Chesterton, la vita quotidiana è una grande avventura; e non escludo che si riferisse anche a questo genere di cose.

Il mito in generale è una narrazione, un racconto,[1] con cui gli uomini cercano di spiegare qualcosa di cui non conoscono le cause. Il mito cosmogonico è il tentativo di spiegare come mai esiste l’universo, e come è nato, usando l’immaginazione. La teoria scientifica è pure un tentativo di spiegare la stessa cosa partendo da fatti. Non sto riportando le parole precise ma il succo del discorso.

A un certo punto, c’erano fianco a fianco due testi, un mito cosmogonico e l’esposizione di una teoria scientifica. Li ho copiati sull’agenda perché vedermeli davanti insieme mi ha fatto capire una cosa fondamentale, che non avevo compreso bene mentre rileggevo le lettere di Tolkien e il saggio “Sulle fiabe”, durante le vacanze di Natale; eccoli qua:

(“Il libro degli esercizi” 3, Giunti Scuola, esercizio n. 3, pag. 48) Leggi attentamente queste due descrizioni dell’origine del mondo e rispondi:

– Qual è la descrizione scientifica? Perché?

– Qual è la descrizione mitica? Perché?

A. Prima del mare, della terra e del cielo che tutto copre, unico era il volto della natura in tutto l’universo, quello che è detto Caos, mole informe e confusa, non più che materia inerte, un ammasso di cose mal combinate tra loro […] Un dio, col favore della natura, sanò questi contrasti: dal cielo separò la terra, dalla terra il mare e dall’aria densa distinse il cielo limpido.

B. Il punto iniziale era una massa estremamente piccola, un unico punticino, nel quale erano concentrate tutta l’energia e la materia dell’odierno Universo. Questo punto estremamente denso e caldo è esploso e l’energia e la materia hanno cominciato ad espandersi. Questa espansione dura ancora adesso.

Che cosa balza agli occhi se uno legge questi due brani senza pregiudizi? Che si assomigliano. La differenza sta nel linguaggio usato, nella forma espressiva: ma come origine e rapporto con le cose, le teorie scientifiche sull’origine dell’universo sono miti. Sono rimasta folgorata.

Il mito nasce da fatti, come pure la teoria scientifica, affermare il contrario è una disonestà. La differenza è che nel mito i fatti sono macroscopici, il sole, la terra, il cielo, tutta roba che sta lì ma non ce l’abbiamo messa noi e allora chi ce l’ha messa? Dio; l’intervento della divinità richiede la forma narrativa. Nella teoria scientifica, invece, la roba macroscopica è data per scontata e l’immaginazione si esercita su fatti particolari o addirittura sul mero desiderio di spiegare come mai le cose siano così, senza neanche avere fatti in mano, ma usando come guida soltanto l’intuito.

I fatti sono importanti ma non sono tutto. L’ideatore della teoria del Big Bang non aveva fatti dinanzi per poter parlare di una piccolissima massa di materia e di energia o di espansione, aveva però un certo tipo di intuito, che lo ha portato a formulare questa ipotesi.

In genere l’ipotesi nasce più dall’intuito che da altro, poi la si trasforma in teoria e si cercano dei fatti. Se i fatti non si trovano, la teoria muore; se i fatti contrastano la teoria, la teoria va cambiata; a volte però la teoria si trasforma in dogma, ma questa è un’altra storia.

Nel caso dei miti, invece, la narrazione non è puntuale, anche se prende le mosse da fatti macroscopici, come dicevo. Il mito non dice come Dio separa il cielo dalla terra, dice che lo fa. Questo ha senso, perché in quel momento c’era solo Dio, quindi nessuno di noi può dire come Egli abbia fatto; ma che lo abbia fatto ce l’abbiamo sotto il naso, tanto che usiamo il participio passato “fatto” per indicare qualcosa che è avvenuto, che c’è.

Siamo abituati a pensare il mito come sinonimo di bubbola, fanfaluca, racconto non vero. Questo è un uso dispregiativo e distorto, come l’uso di “laico” per indicare il non-credente. Questi sono i significati dallo Zingarelli 2008:

mito
[vc. dotta, gr. mŷthos ‘parola, discorso, narrazione, mito’, di orig. espressiva; 1587]
s. m.

1 Narrazione sacra di avvenimenti relativi all’origine dell’universo, di imprese, di fondazioni culturali e di gesta e origini di dei e di eroi: i miti greci; il mito di Prometeo.
2 Esposizione di un’idea, di un insegnamento astratto sotto una forma allegorica o poetica: il mito della caverna in Platone.
3 Immagine schematica o semplificata, di un evento, di un fenomeno sociale, di un personaggio, quale si forma o viene recepita presso un gruppo umano: il mito del Risorgimento; il mito della flemma britannica; il mito di Greta Garbo | Convincimento spesso illusorio che, per il vigore con cui si estrinseca e l’adesione che suscita, provoca mutamenti nel comportamento di un gruppo umano: il mito del disarmo mondiale; il mito del successo a tutti i costi; il mito dell’arte pura.
4 (colloq.) Chi (o Ciò che) appare dotato di qualità straordinarie o fornisce prestazioni eccellenti: sei un mito!; questa auto è un mito!

 E questo è il brano di Tolkien che mi è venuto in mente leggendo quell’esercizio, la nota tra parentesi quadre è mia:

Nella cosmogonia [del Silmarillion] c’è una caduta: una caduta di Angeli, dovremmo dire. Benché del tutto diversa, nella forma, naturalmente da quella del mito cristiano. Queste storie sono nuove, non derivano direttamente da altri miti e da altre leggende, ma inevitabilmente finiscono per contenere in larga misura motivi o elementi anticamente molto diffusi. Dopo tutto, io credo che le leggende e i miti siano in gran parte fatti di «verità», e in realtà presentino aspetti della verità che possono essere recepiti solamente sotto questa forma; e certe verità furono scoperte molto tempo fa e ritornano sempre. Non ci può essere una «storia» senza una caduta, per lo meno per la mente umana come noi la conosciamo e di cui siamo dotati. – J.R.R. Tolkien, “Lettera 131. A Milton Wadman” (data presunta, fine 1951), da La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, Rusconi, 1990

Un mito cosmogonico (Zingarelli 1) non è più falso di una teoria scientifica e una teoria scientifica non è più vera di un mito cosmogonico. Sono diversi come forma espressiva, la stessa diversità che c’è tra un romanzo e un saggio, tra una poesia e un articolo di giornale.

Come dicevo, i miti partono da fatti macroscopici. Uno di questi fatti macroscopici è che noi non riusciamo a vivere all’altezza dei nostri desideri di bene, di bellezza, di armonia, che il mondo è un posto bello ma che potrebbe essere migliore di come è;in effetti abbiamo sempre una sorta di nostalgia di un mondo migliore. Questo particolare fatto, nel mito biblico e quindi anche nel mito cristiano, è spiegato con il racconto dell’Eden e del peccato originale. Tolkien parlava anche di questo, nelle sue lettere:

[…] in parte come sviluppo del mio stesso pensiero sulle mie linee e sul mio lavoro (tecnico e letterario), in parte per il contatto con C.S.L., [Clive Staples Lewis, scrittore e amico di Tolkien] e non da ultimo in seguito alla ferma mano dell’Alma Mater Ecclesia che mi guida, io ora non mi sento né imbarazzato né dubbioso per quanto riguarda il mito dell’Eden. Non ha, naturalmente, lo stesso valore storico del Nuovo Testamento, che è praticamente un documento contemporaneo, mentre la Genesi è separata da non sappiamo quante tristi generazioni esiliate dalla Caduta, ma sicuramente c’era un Eden su questa infelicissima terra.  Noi tutti ne abbiamo nostalgia, e lo intravediamo costantemente: tutta la nostra natura nella sua forma migliore e meno corrotta, più gentile e più umana, è impregnata della sensazione di«esilio».  – J.R.R. Tolkien, “Lettera 96. A Christopher Tolkien” (30 gennaio 1945), da La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, Rusconi, 1990

La mela poteva essere un’arancia, come credono in Nord Africa; oppure può non esserci stata una chiacchierata tra Eva e il serpente (ovviamente può anche esserci stata, per quel che possiamo saperne; ma è incontestabile il fatto di quella nostalgia e quel non essere mai fino in fondo al cuore soddisfatti di ciò che siamo – e non mi riferisco all’insoddisfazione indotta dalla pubblicità e dal conformismo sociale.

(Per un cristiano, poi, il racconto della Genesi, come tutta la Bibbia, è vero perché è parola rivelata di Dio, non per la forma che ha. Noi non ci scandalizziamo – quantomeno, non dovremmo – a causa della forma: i Vangeli sono una cronaca, sono i ricordi di Matteo, di Simon Pietro, di Giovanni e della Madonna, anche se due di loro li hanno scritti di persona e due li hanno dettati; l’Apocalisse è un libro simbolico; accanto alla poesia dei Salmi ci sono i libri storici e la narrazione mitica della Genesi. C’è di tutto, di che dovremmo scandalizzarci? Ma questo viene dopo. Per noi a Bibbia rimane la parola di Dio, per chi non crede è comunque un libro che parla di ogni uomo. I Salmi descrivono il cuore dell’uomo di allora come di quello di oggi.[2])

In definitiva, il mito e la teoria scientifica differiscono in due modi: uno è il linguaggio; l’altro è il fatto che la teoria scientifica per esistere ha bisogno di prove materiali, fisiche, altrimenti muore o si trasforma oppure cambia natura diventando dogma, mentre il mito non ha bisogno di prove fisiche oltre ai fatti stessi che lo fanno nascere.

Il mito racconta una verità, ma in forma non puntuale (presumibilmente; appena arrivo dall’altra parte, la prima cosa che faccio – se me lo permettono – sarà di informarmi se c’era ‘sto serpente sull’albero oppure no), quindi non ha bisogno di prove materiali, che spesso non è comunque possibile reperire. Ma voglio vedere chi mi trova la prova materiale che all’inizio dell’Universo c’era una pallina di energie e materia! Non è poi così diverso, no? Anzi, la teoria del Big Bang rende del tutto impossibile trovarla, quella pallina, visto che teorizza appunto la sua distruzione iniziale. Ma non dice come mai la pallina fosse lì, perché questo non è compito suo.

La teoria scientifica non dice – non può dirlo – perché[3] c’è l’universo; al massimo può dire da dove fisicamente viene, per esempio da una pallina di materia e di energia, che probabilmente non potremo vedere mai, in questo mondo. Credere nella pallina primordiale è un atto di fede come credere nell’Eden. Del resto, se potessimo trovare la prova fisica che Dio prese una manciata di fango e ne plasmò una persona, il racconto della Genesi diventerebbe una teoria scientifica provata.

Tutto questo, mi è balenato davanti nella mezz’ora in cui aiutavo una bambina di otto anni a fare i compiti di Storia, anche se poi ci ho pensato ancora per un mese. Mi fece venire in mente Tolkien perché in quel periodo rileggevo le Lettere e avevo appena finito il saggio sulle fiabe, però anche Chesterton ha qualcosa da dire in proposito:

Evolution is a good example of that modern intelligence which, if it destroys anything, destroys itself.  Evolution is either an innocent scientific description of how certain earthly things came about; or, if it is anything more than this, it is an attack upon thought itself.  If evolution destroys anything, it does not destroy religion but rationalism.  If evolution simply means that a positive thing called an ape turned very slowly into a positive thing called a man, then it is stingless for the most orthodox; for a personal God might just as well do things slowly as quickly, especially if, like the Christian God, he were outside time. But if it means anything more, it means that there is no such thing as an ape to change, and no such thing as a man for him to change into. It means that there is no such thing as a thing.  At best, there is only one thing, and that is a flux of everything and anything.  This is an attack not upon the faith, but upon the mind; you cannot think if there are no things to think about. You cannot think if you are not separate from the subject of thought. Descartes said, “I think; therefore I am.”  The philosophic evolutionist reverses and negatives the epigram.  He says, “I am not; therefore I cannot think.” – G.K. Chesterton, Orthodoxy, chapter III “The Suicide of Thought”

(L’evoluzione è un buon esempio di quell’intelligenza moderna che, se pure distrugge qualcosa, distrugge se stessa. L’evoluzione o è un’innocua descrizione di come certe cose vennero ad esistere sulla terra; o, se è qualcosa di più di questo, è un attacco alla capacità stessa di pensiero. Se l’evoluzione distrugge qualcosa, essa non distrugge la religione ma il razionalismo. Se l’evoluzione significa semplicemente che una cosa oggettiva chiamata scimmia si trasformò molto lentamente in una cosa positiva chiamata uomo, allora essa è inoffensiva per il più ortodosso [dei credenti, NdT]; perché un Dio-persona può far le cose lentamente così come velocemente, soprattutto se, come il Dio dei cristiani, Egli sia fuori dal tempo. Ma se essa significa qualcosa di più, significa che non esiste niente come una scimmia da trasformare, e niente come un uomo in cui trasformarsi. Significa che non esiste alcuna cosa. Nella migliore delle ipotesi, esiste una cosa sola, ed è il continuo mutare di tutto e di niente. Questo è un attacco non alla fede ma alla mente; non puoi pensare se non ci sono cose da pensare. Non puoi pensare se non sei separato dall’oggetto del tuo pensiero. Cartesio disse «Penso, quindi sono». L’evoluzionista filosofico ribalta al negativo quell’epigramma; e dice «Io non sono, perciò non posso pensare». – traduzione mia)


[1] La parola greca mythos vuol dire, in un crescendo di significati, ‘parola, discorso, narrazione, mito’, come ci rivela il solito Zingarelli.

[2] C’è un bellissimo libro delle Edizioni Paoline da cui si capisce bene. Si intitola “Salmi per voce di bambino”, i testi di alcuni salmi principali sono riscritti in modo che i bambini di ora li possano comprendere (ma non solo loro, non è specificamente “roba da bambini”) e in fondo c’è anche il testo originale. Le illustrazioni sono notevoli e illustrano perfettamente il testo. In effetti, il testo da solo, senza illustrazioni, avrebbe meno valore.

[3] Allo stesso modo, nessun linguista potrà mai dire perché una cosa ha un certo nome. Al massimo, potrà ricostruire la provenienza di quel nome, ma non potrà mai dire (se è serio) come mai proprio quel nome. Ho un post iniziato da tre mesi, in proposito, chissà se lo finirò mai?

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