I dati rilevano o rivelano?

A volte capita di leggere, in articoli o saggi scientifici, che i dati presenti in uno studio o in una banca dati “rilevano” qualcosa.

È corretto usare il verbo in questo modo? No. I dati non rilevano qualcosa ma si rilevano o sono rilevati (la prima forma è impersonale, non è riflessiva – non è che i dati rilevano sé stessi). Invece i dati rivelano qualcosa, se uno li sa leggere.

Forse, il verbo “rivelare” a molti suona come qualcosa di mistico o magico o soprannaturale ma non è così: “rivelare” significa semplicemente rendere chiaro e noto qualcosa che non è immediatamente percepibile. Il sole, per esempio, non si rivela né è rivelato da qualcuno: il sole è lì e lo vediamo o lo sentiamo sulla pelle. Le tendenze alimentari di una popolazione, invece, non sono immediatamente visibili o comprensibili, bisogna mettersi lì a rilevare i dati di acquisto di prodotti alimentari e metterli insieme, dopodiché i dati, osservati nella dovuta maniera, ci riveleranno qualcosa in merito alle tendenze.

La trasposizione di suoni in una parola si chiama “metatesi”, con l’accento sulla a: metàtesi. È un fenomeno linguistico[1] piuttosto comune, soprattutto  nei bambini o nelle persone di scarsa cultura o distratte – la metatesi “meteorologico/metereologico” è un nemico per molti italiani, se devo credere alle statistiche del sito! – ma anche nelle lingue non standard: i toscani, per esempio, ne usano o ne usavano molte, come spengere anziché spegnere o padule per palude (questa c’è anche da noi in Umbria e un paese vicino a Gubbio si chiama Padule).

Nel caso dei dati e simili, però, io non penso che si tratti di metatesi ricorrente, anche se ovviamente la correggo ogni volta che mi capita a tiro. Penso invece che sia una distorsione divenuta gergo. All’inizio magari fu davvero una metatesi ma poi nessuno aveva voglia di correggerla e così si è tramutata in una forma gergale. Come ogni forma gergale, sarà stata aiutata dal fatto che molti non si chiedono che cosa significhino realmente le parole: si abituano a sentirle e le usano così come gli viene, se poi è brutto, è impreciso, è sciatto o è incomprensibile… be’, mica sono affari loro, tanto tra simili ci s’intende. Certo, i non-simili poi non ti capiscono… ma il problema sono sempre gli altri, mai noi.

Mi sembra poco probabile, invece, che questo uso sia nato dall’uso intransitivo del verbo, come “essere rilevante, avere rilievo”: “questo non rileva” significa “questo non è rilevante, non ha rilievo”. L’uso intransitivo non è diffuso però è corretto (lo Zingarelli lo dice “letterario”). Non mi sembra tanto probabile come genesi per il fatto che, essendo intransitivo, si usa da solo.

 

[1] Quando ero al liceo, mi ero convinta che tutti gli elementi di questo genere fossero figure retoriche: non solo le anafore e le metonimie, per dire, ma anche le metatesi, gli enjambement e altri fenomeni linguistici o stilistici. Tuttora devo fare uno sforzo per ricordarmi che non è così; è facilissimo sentirmi dire che l’enjambement è una figura retorica, anche se il mio cervello sa che non è vero. Questo deriva, credo, dal fatto che il nostro insegnante di italiano usava tutte queste cosine per farci odiare la Divina Commedia e qualunque altro brano di poesia che ci capitasse a tiro; e mi disgustavano così tanto che ho fatto di tutta l’erba un fascio. Non si può leggere Dante o Leopardi stando lì a preoccuparsi di allegorie, gobbe e enjambement, dovrebbe vietarlo la Convenzione di Ginevra.

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