Leggere i dati

Un dato è qualcosa la cui esistenza non dipende da noi. Il termine “dato”, infatti, è un sostantivo ma per origine è il participio passato del verbo “dare”: la mamma mi ha dato una mela.

La nostra lingua è piena di verbi che sono diventati sostantivi: dato, fatto, successo, avere/averi, benessere, malessere… ce ne sono a bizzeffe, davvero. Questo dipende dal fatto che le azioni nascono prima dei concetti e i verbi sono giustappunto i nomi di azioni. Ora però non m’interessa scrivere di questo, perché c’è una cosa più importante, veramente storica: dopo 66 anni, Perugia non è più governata dai “rossi”.

A chi non è di Perugia gliene importerà poco e poi che c’entra questo con il leggere i dati?

Ma non sarei qui a scrivere, se non c’entrasse.

Il dato noi lo troviamo, per questo si dice “raccogliere dati” così come si dice “raccogliere more”: i dati, come le more, non derivano da un’attività nostra. Però quel che poi ne facciamo, una volta raccolti, quello sì, è proprio un’attività nostra e solo nostra, di uomini; i passeri non sanno che farsene dei dati, s’interessano solo di more.

Lunedì 9 giugno, a Porta a porta era ospite un esponente del PD. A un certo punto ha detto qualcosa del genere: «Se non fosse per questi pochi casi, [si riferiva a Livorno, Perugia e alcune altre ormai-ex-roccaforti rosse] avremmo detto che il PD aveva avuto un’affermazione straordinaria».

Verissimo, uomo; ma il fatto è che non lo possiamo dire proprio perché esistono quei pochi casi, che sono dati esattamente come tutti gli altri. Si intuiva, dietro quelle parole, la tentazione comprensibile e strisciante di passar sopra ai risultati negativi senza però usare il solito tritissimo slogan “abbiamo vinto noi”. Il giorno seguente, infatti, Lorenzo Guerini (sentito nel TG2) ha detto che “bisogna superare il concetto di roccaforte perché ogni città vale quanto un’altra”.

Ecco che cosa c’entra Perugia – ma anche Livorno, se volete, o Torino o Bergamo o Pavia.

Quando uno lavora con i dati – e ci lavoriamo tutti, sempre, con qualcosa che è “dato”, che non facciamo noi – la tentazione di aggiustare le cose, di “leggere il dato” come ci fa comodo è sempre pronta a balzarci addosso. È una tentazione che ha tre forme:

1. Aggiustare direttamente i dati: fingere di avere ottenuto certi risultati che invece non si sono ottenuti, nasconderne altri che renderebbero non valide le teorie… questa è la tentazione di chi lavora in settori scientifici o in economia.

2. Se solo tu fossi un altro… Tipicamente genitori e insegnanti, ma qualche volta pure gli amici e i fratelli, si ritrovano nella posizione “se solo tu fossi un altro…”, dimenticando che la necessità di essere educati, che vuol dire “portati fuori alla luce”, fa parte della nostra natura di uomini; se nascessimo già “imparati”, già compiuti, perfetti (che poi vuol dire, appunto, compiuti, non ha niente a che fare con chissà che modelli di riferimento), non avremmo nessun bisogno di insegnanti e genitori e ce ne potremmo fregare pure degli amici e dei fratelli; basteremmo a noi stessi.

3. La terza forma è quella in cui è cascato il PD: se il dato non mi piace, cambio il criterio con cui giudicarlo. È questo che significa, “superare il concetto di roccaforte”. Si tratta di una tentazione trasversale, ci possiamo cascare tutti; ma è ovviamente particolare di chi si trova di fronte a movimenti di persone, perché lì è più facile cambiare i criteri di giudizio.

Dopo il primo turno, in treno, parlavo con una signora di Padova che mi diceva come i veneti avessero votato a sinistra – e in Veneto questo è, diciamo, inconsueto – perché sono stanchi di parole e di ideologie e vogliono fatti. Ha detto proprio così, “stanchi di ideologie”. Ho sentito esprimere lo stesso concetto qualche giorno dopo dal presidente di Confindustria Veneto.

Ora, se uno fa come il PD, legge il dato veneto e nord-italico in generale come “affermazione straordinaria”; son cascati nella trappola a piè pari. Se invece uno è un pochino (ma neanche tanto) più obiettivo, lo legge come il fatto che la gente è stufa di parole –le ideologie sono basate sulle parole – e di giramento di pollici e ha bisogno e desiderio di fare e di costruire o ricostruire. È esattamente quello che è accaduto a Perugia, solo che qui non accadeva da 66 anni; già il solo ballottaggio era un evento storico!

In questo senso ha ragione Guerini, tutte le città sono uguali: solo che non sono uguali come vorrebbero i piddini. Tutte le città sono uguali nell’essere stufe di ciance, costernate per il presente e in ansia per il futuro. Varie persone che conosco hanno votato Romizi non perché apprezzassero particolarmente lui o la sua parte ma per dargli un’opportunità di cominciare a cambiare le cose, di contro ai 66 anni di opportunità che la città ha dato agli altri e che hanno portato a un disastro. Non si può neanche dire che sia stato un voto “contro”, perché il voto “contro” è propriamente “voto il tuo nemico per fermare te” e qui invece è stato “votiamo questi per dar loro una possibilità, tanto dall’altra parte lo sappiamo che non c’è speranza”. Questo è lo stesso che, di converso, hanno fatto in Veneto e altrove votando il PD.

Che vuol dire, in fin dei conti?

Vuol dire che in generale (le eccezioni esistono sempre, specie nelle amministrative) il merito delle vittorie non è del PD o dei 5 Stelle o degli altri. Il merito è di tutti quelli che ancora una volta hanno votato offrendo credito a qualcuno che sperano voglia lavorare veramente per il bene di tutti. Questi “creditori” sono stati meno degli altri anni, però ci sono stati. Il venir meno di molti votanti – l’astensionismo è molto cresciuto – è il segno che tanti ormai credono che non ci sia più niente da fare, quantomeno per loro.

Il PD non ha motivo di autocongratularsi, altro che “affermazione straordinaria se”. Avrebbe invece tutti i motivi per chiedersi “ma noi, alla gente, che cosa offriamo? che cosa vogliamo fare per loro e con loro? che futuro vogliamo costruire, con loro?”.

Però non lo farà. Non lo farà perché l’idea di base dei sinistri è che la gente comune, poveretta, non se la può cavare da sola e quindi ci vuole lo Stato forte – si chiama “statalismo”, come se lo Stato non fosse normalmente fatto di gente comune, di uomini come tutti gli altri. A Bologna, con il Regolamento comunale per la cura dei beni comuni, sono perfino riusciti a rovesciare il concetto di sussidiarietà trasformandola in “cittadini che aiutano l’amministrazione”. Figuriamoci quanto saranno disposti a farsi domande.

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