Pubblico

Se io pronunciassi o scrivessi questa parola:

pubblico

e basta, che cosa se ne potrebbe dedurre circa i miei pensieri e motivi? Niente, è ovvio; la comunicazione non funziona così, se non al livello “Tarzan, Jane”, cioè l’indicazione di un oggetto che abbiamo dinanzi agli occhi. Il massimo che uno potrebbe fare, senza contesto, è di percepire ciò che gli è più familiare: è probabile che un attore penserebbe alla platea del teatro, per esempio, mentre un funzionario della pubblica amministrazione penserebbe piuttosto agli utenti di un servizio. Il contesto è parte della normalità comunicativa.

Ci sono tuttavia parole che, anche a pronunciarle in un contesto, possono essere equivoche, per il motivo che chi parla assegna loro un significato che non è quello proprio del termine. Una di queste è, appunto, “pubblico”.

La parola “pubblico” può avere tanti significati:

– se è aggettivo, indica qualcosa che è a disposizione di tutto il popolo, in vari modi; perché il termine deriva dal sostantivo latino populus, popolo;

– se è sostantivo, indica un insieme di persone che ascoltano altri, che leggono gli scritti di altri, che guardano le opere di altri (nessuno è pubblico di se stesso; penso che neanche i più incalliti individualisti ci credano davvero, se pure lo affermino); può anche indicare il popolo stesso, ma è roba da burocrati, secondo me. Però il popolo c’entra sempre.

Ecco che cosa dice lo Zingarelli.

pubblico o (lett.) publico

[vc. dotta, lat. publicu(m), da avvicinare a populus ‘popolo’; 1266]

A agg. (pl. m. -ci, †-chi)

1 Che concerne, riguarda la collettività: la pubblica utilitàè una necessità pubblicapericolo pubblicogarantire l’ordine pubblico, la quiete pubblica | Vita pubblica, politica | Forza pubblica, (gener.) le forze di polizia | Pubblico impiego, attività lavorativa svolta alle dipendenze dello Stato; le categorie di lavoratori che svolgono tale attività | Servizi pubblici, considerati di primario interesse per la collettività (come le telecomunicazioni, i trasporti, ecc.) | Bene pubblico, che appartiene allo Stato o alla comunità | Debito pubblico, l’insieme di tutti i prestiti contratti dallo Stato | Diritto pubblico, complesso degli atti legislativi che regolano l’organizzazione e l’attività dello Stato e degli altri minori enti politici nelle relazioni con privati o tra loro | Atto pubblico, documento redatto da un notaio o da altro ufficiale autorizzato | Pubblico Ministero, organo giudiziario che compie attività processuali in veste di parte o di ausiliario di giustizia in processi civili o penali | Pubblica Accusa, Pubblico Ministero | Pubbliche relazioni, V. relazione.

2 Che è di tutti: opinione pubblicaguadagnarsi la pubblica stima | Che è noto a tutti: è una faccenda di dominio pubblico | Rendere di pubblica ragione, di pubblico dominio, rendere noto | Fatto di fronte a tutti: cerimonia pubblicapubblica ammissione | Esame pubblico, al quale possono assistere tutti.

3 Che è accessibile a tutti, che tutti possono utilizzare: luogo pubblicolocale pubblicostrada pubblicagiardini pubblici.

|| pubblicamenteavv. In pubblico, di fronte a tutti: lo ha accusato pubblicamente; universalmente, a tutti: è un fatto pubblicamente noto.

B s. m.

1 La popolazione nel suo complesso: avviso al pubblicoluogo aperto al pubblico | L’insieme delle persone che frequentano uno stesso luogo, assistono a un medesimo spettacolo, ecc.: applausi del pubblicoil teatro è affollato da un pubblico irrequieto | In pubblico, in un luogo frequentato, al cospetto di un numero indeterminato di persone: mostrarsi, apparire, farsi vedere, in pubblico.

2 †Comunità, comune, Stato | †Erario, patrimonio dello Stato.

C s. m. solo sing.

* Il settore pubblico dell’economia: la concorrenza fra pubblico e privato.

Tanti significati, come dicevo; il popolo c’entra sempre.

Quello che invece non c’entra sempre è il significato che una parte consistente di italiani attribuisce a questo termine, senza alcun supporto da parte della linguistica o della grammatica e nemmeno dell’esperienza:

“pubblico” non è sinonimo di “statale”.

Se ci si fa caso, per esempio, alla locuzione Bene pubblico dello Zingarelli non è data la definizione di bene “che appartiene allo Stato” ma quella di bene “che appartiene allo Stato o alla comunità”. Non è proprio la stessa cosa.

Una cosa è pubblica quando è dinanzi a tutti noi, godibile da tutti noi, necessaria o utile a tutti noi oppure un problema di tutti noi; noi popolo italiano o europeo o mondiale.

Se ho un negozio con una piazzola davanti e tengo la piazzola ben pulita, ci metto delle fioriere con le piante ben tenute e abbellisco tutto intorno, quello che faccio ha una valenza pubblica, che è positiva, perché quella bellezza la vedono tutti, non solo i clienti che entrano nel negozio. Se il cane defeca in strada e io non pulisco, questo ha una valenza pubblica negativa. Se apro una scuola media libera perché sono stanco di standard educativi in costante ribasso da cinquant’anni, questa è un’attività pubblica. Se faccio la Colletta Alimentare perché ci sono persone che non hanno da mangiare, non a migliaia di chilometri ma qui in Italia, anche questo ha un valore pubblico. Le canzoni o i libri, dopo un certo periodo e in presenza di determinate condizioni, diventano di pubblico dominio perché decadono i diritti riservati di riproduzione. I locali in cui si mangia li chiamiamo esercizi pubblici perché sono aperti a tutti, dal ristorante più lussuoso alla più modesta delle bettole; ma non sono statali. Si potrebbero trovare molti altri esempi. Ciò che conta è che “pubblico” riguarda il popolo, la gente, le persone, noi; non appena lo Stato o il Comune o chi sia – qualunque livello di governo; ma dirò solo Stato per comodità.

Ciò che è statale, dello Stato, relativo allo Stato è anche pubblico; ma il contrario non è vero. Pubblico è più ampio di statale, per il motivo che lo Stato è lì, ed è nato, per essere di servizio al popolo e non il contrario. Dico “popolo” nel senso di tutte le articolazioni comunitarie, dalla famiglia in su; insomma, le varie forme di società e comunità che esistono, dalla famiglia in su.

Disgraziatamente, lo Stato se n’è dimenticato.

Da questa dimenticanza è nato lo statalismo – che inizialmente è ingerenza in economia e poi ingerenza in tutto – ed è anche per questo che “pubblico” è diventato, nell’opinione corrente distratta e impigrita, sinonimo di “statale”.

Ora, se la confusione pubblico/statale fosse uno strafalcione innocuo, ci si potrebbe anche passar sopra, per quanto diffuso. Ma non si tratta di questo, perché le parole danno forma al pensiero: se mi abituo a pensare “pubblico = statale”, comincerò anche a pensare che quel che ha valenza pubblica me lo debba dare lo Stato o gli altri livelli dell’amministrazione, dalla pulizia del parco-giochi fino al lavoro. E guarda un po’, è giusto la situazione in cui si trovano tanti italiani da troppo tempo.

Se poi anche il governo si adopera per cambiare il vocabolario a colpi di legge-delega, la faccenda diventa allarmante.

Immagino che tutti abbiamo sentito della riforma della pubblica amministrazione. Ma potrebbero generalmente mancare alla nostra corretta informazione due cose importantissime. Potrebbe cioè esserci sfuggito:

1) che la riforma non c’è ancora, c’è una proposta del Consiglio dei Ministri e gli unici testi che girano sono bozze – non so perché i telegiornali presentino la cosa come se fosse bell’e fatta;

2) che Matteuccio Daffirenze e i suoi Allegri Compagni della Palude in quelle bozze considerano P.A. e dunque statale ciò che è più precisamente pubblico: per esempio, le scuole paritarie, le università non statali e gli ordini professionali, solo per dire i più macroscopici.

Nella locuzione “pubblica amministrazione” l’aggettivo non è impiegato propriamente, perché la P.A. è relativa ai vari livelli istituzionali di governo, non riguarda tutti i soggetti che hanno valore pubblico – come gli ordini professionali, appunto, o chi si occupa di istruzione o gli ospedali e i centri di ricerca non statali e così via. Il governo sta usando quella confusione di cui dicevo prima per i propri scopi. Non ritengo improbabile che molti, quando gli si faccia notare l’allarmante tendenza statalista di Matteuccio e gli A.C.d.P., replicherebbero che ha ragione perché tutte quelle robe lì sono effettivamente pubbliche!

Ho scoperto il fatto leggendo un’intervista al professor Francesco Forte, già servitore dello Stato in qualità di ministro delle Finanze. Poi anche Oscar Giannino ha rilanciato. Spero che siano in molti altri a rilanciare, perché qui l’orizzonte s’infosca sempre di più.

Dopo la sussidiarietà trasformata in “cittadini che aiutano l’amministrazione”; dopo “ho preso il 40% dei voti degli italiani” (impreciso ma d’effetto); dopo “questo 40% significa che abbiamo una responsabilità” (in altre parole, se vai contro Renzi sei un irresponsabile, non hai a cuore il bene del Paese); dopo “il problema non sono le regole inadeguate, il problema è che c’è chi ruba” (sottinteso: gli altri rubano, noi no); dopo queste e altre piacevolezze verbali, io comincio a preoccuparmi. Si tratta di una tendenza che esiste da anni, è vero, ma mi sembra che stia peggiorando, anzi, se diventa paraistituzionale non potrà che peggiorare e alla fine della china non c’è “più società” ma solo “più Stato”.

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