Eccezioni e regole

I proverbi sono brevi frasi che illustrano un’esperienza particolare e comune; per questo motivo, sono utilizzati come compendio di un’esperienza vissuta, senza elaborare un discorso proprio. Il termine “proverbio”, infatti”, per l’origine significa “ciò che sta al posto delle parole”, intendendo le parole proprie. Sarebbe corretto distinguere i proverbi dalle massime: la differenza è che i primi hanno origine popolare, vale a dire che sono stati detti e trasmessi a voce prima di essere scritti, mentre le seconde hanno origine colta, nel senso che inizialmente erano frasi di libri e poi si è cominciato a ripeterle; ma, riguardo all’utilità, servono allo stesso scopo. La cosa notevole dei proverbi è che ne esistono di ogni genere e per ciascuno puoi trovare l’esatto opposto. Questo dipende dal fatto che la realtà è sempre molto più grande dell’immaginazione, che pure non ha limiti, e gli uomini tendono a vivere nella realtà. Forse dovrei dire tendevano, mmm… ma dopotutto, massime e proverbi sono perlopiù cose antiche. Quando ero molto giovane, certe espressioni tradizionali, proverbi o similitudini, mi lasciavano perplessa perché non le capivo proprio. Una di queste era

“l’eccezione che conferma la regola”.

Un giorno lessi un racconto in cui Sherlock Holmes diceva che l’eccezione non conferma la regola ma la distrugge. Mi sembrò molto logico e sensato e abbracciai quella posizione. Ciò implicava considerare idioti tutti gli antenati che avevano ripetuto il proverbio, ma a sedici anni non mi ponevo problemi del genere. Anni dopo, all’università, mi capitò di fare qualcosa in maniera diversa da come veniva fatto di solito – non ricordo bene che cosa – e non funzionò. Di fronte al fallimento, mi dissi «Ah, vedi, c’è un motivo per cui si fa sempre in quel modo lì». In quel momento compresi che cosa vuol dire che l’eccezione conferma la regola: è di fronte all’eccezione che ti rendi conto di quanto la regola sia ragionevole e adeguata alla vita “come dovrebbe essere”. Il guaio dei proverbi, a mio parere, è che vengono ripetuti a sproposito, in maniera automatica. C’è però anche un problema di termini e di significati. Questo è vero sempre. Nel caso in esame, Sherlock Holmes usava “regola” e “confermare” con un significato distorto, un significato che non era quello originario. Per Holmes, come per molti, evidentemente le regole sono cose da considerarsi immutabili e “confermare” per lui significa “affermare la verità”: se la caratteristica di una regola è l’immutabilità, logicamente qualunque mutazione rende non vera la regola. Questi però non sono i significati dei termini in questione o, meglio, sono significati ridotti, mutilati, soprattutto per la prima parola.

regola

implica qualcosa che si ripete uguale, o all’incirca uguale, a se stessa; se c’è un elemento di tempo, la ripetizione avviene a intervalli più o meno uguali (per esempio, una volta le mestruazioni erano dette “regole” e il “più o meno” ci sta di diritto). Non è questione di immutabilità e di verità: la regola è che un essere umano abbia due braccia e due gambe ma se uno nasce senza braccia oppure con quattro gambe, vuol dire che non è un vero essere umano? Quelli che amano le regole immutabili dovrebbero rispondere di sì, per essere coerenti con ciò che professano. Ma è una distorsione di significato che acceca: un uomo è un uomo anche se non ha braccia e gambe o ne ha in sovrannumero (più raro ma comunque possibile). Questa ripetizione noi la sentiamo come norma, come legge stabile, perciò la regola è anche una norma o un insieme di norme per fare qualcosa o per vivere in un certo modo: ci sono tanti esempi, dalle norme di comportamento alle norme grammaticali (il regno dell’eccezione, peraltro) alla regola di san Benedetto. Dal canto suo, il verbo

confermare

originariamente non c’entra con la verità di qualcosa ma con la sua saldezza: “confermare” significa rendere saldo o più saldo di prima. In seguito è divenuto un ribadire la verità di qualcosa, ma anche questa è una riduzione. Ne consegue che certe regole possono effettivamente essere distrutte da un’eccezione: sono le regole arbitrarie, quelle che nascono per il comodo di qualcuno, come molte regolette grammaticali. Ma affermare che l’eccezione distrugga immancabilmente qualunque regola sarebbe una lettura ridotta della realtà, causata dal significato ridotto dei termini; la perdita di significato implica sempre perdita di esperienza e, alla fine, perdita di libertà. Io sono più libera oggi di quando feci mia quella frase di Sherlock Holmes. Sono diventata più libera, precisamente; perché nel frattempo mi è stato insegnato a guardare la realtà, incluse le parole e l’intelligenza degli antenati, in un modo più ampio. Diversamente, non mi sarei mai accorta della bontà generale delle regole attraverso un esperimento fallito. Capire il significato intero e originario delle parole è indispensabile sempre, perché sono i nomi di esperienze e dunque i nomi della realtà. È indispensabile con le parole proprie e con le parole altrui, che incontriamo per prime; con le parole di oggi e con quelle antiche, tra cui si trovano le parole importanti per la vita; ed è indispensabile innanzitutto per mantenere la libertà.

Nel caso del proverbio in questione, comunque, mi si è appena presentato un altro dilemma: non so da dove viene.

Sembra infatti che il proverbio “l’eccezione conferma la regola” non sia italiano di nascita. Esso è riportato dallo Zingarelli 2008 ma non dal Tommaseo-Bellini – un vocabolario meraviglioso nato poco prima dell’unità d’Italia e fornito dalla Zanichelli nello stesso cd-rom dello Zingarelli 2008 – il quale invece riporta «ogni regola ha la sua eccezione» (alla voce “regola”), anche nella forma «ogni regola patisce la sua eccezione» (alla voce “eccezione”). Questo è ragionevole ma non è proprio la stessa cosa dell’altro.  

Niccolò Tommaseo era un linguista vero e un raccoglitore di tradizioni popolari; se non ha segnalato quel proverbio nel suo vocabolario, al 99% vuol dire che quel proverbio in Italia non era diffuso, perlomeno non come proverbio popolare.

Ma allora da dove viene?

Prima o poi lo scoprirò.

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