Parole impazzite: abuso

Dicevano gli antichi, in latino, che abusus non tollit usum, vale a dire, in italiano, che il cattivo uso di qualcosa non implica che la cosa non si debba usare affatto.

Il termine abuso indica un uso non corretto, eccessivo, anormale e così via; in breve “cattivo uso”, appunto, dove “cattivo” non implica innanzitutto un giudizio morale ma, come dire, tecnico. Bere vino va bene e fa bene, però bisogna rimanere entro certi limiti; superare i limiti fa male e ha conseguenze spiacevoli, come la cirrosi epatica.

abuso

[vc. dotta, lat. abusu(m), da abuti ‘adoperare, dilapidare’, da uti ‘usare’; 1336 ca.]

s.m.

1 Uso cattivo, illecito, eccessivo di qlco.: fare abuso del fumo, dell’alcol; abuso di titolo.

2 (dir.) Esercizio di un diritto in contrasto con lo scopo per il quale è stato attribuito | Abuso d’ufficio, reato commesso da pubblico ufficiale che procura a sé o ad altri un indebito vantaggio o che arreca ad altri un danno | Abuso di potere, esercizio del potere che va oltre i limiti previsti dalla legge | Abuso edilizio, qualsiasi trasformazione edilizia o urbanistica non autorizzata o comunque difforme rispetto agli atti che la legittimano o alla normativa vigente | Abuso di dipendenza economica, imposizione da parte di un’impresa economica di obblighi e condizioni contrattuali particolarmente gravose a un’impresa cliente o fornitrice, sfruttando il suo stato di dipendenza economica.

I comportamenti conseguenti a un abuso di alcool, naturalmente, sono anche un problema morale, ma ora questo non mi interessa.

Ora vorrei che fosse chiaro che le cose possono essere usate.

Certo, se puoi fare qualcosa non è detto che tu la debba fare per forza. Io sono del parere che le cose vadano usate se sono buone, cioè se servono, in qualche modo, a potenziare la propria umanità; non ritengo che si debbano usare solo perché si ha la possibilità di farlo o perché lo fanno tutti gli altri o per noia o perché ci si sballa o chissà che. Se però qualcuno vuol pasteggiare con acido prussico per l’ottimo motivo che può farlo, be’, son cose che uno deve decidere da sé.

Le cose “buone” si possono usare, con moderazione, o anche non usare – personalmente detesto la birra e nessuno potrà mai indurmi a berla solo perché è oggettivamente una cosa buona, una grande invenzione dell’umanità e ha un procedimento di fabbricazione intrigante. Ma insomma, va benissimo usare le cose quando sono buone.

Solo che non tutto ciò che esiste al mondo è “cosa”.

Uso e abuso, usare e abusare sono termini che vanno bene per le cose.

Di conseguenza, chiamare abuso lo stupro o le percosse a donne o bambini (o chiunque altro) a me pare che sarebbe da evitare con molta ma molta attenzione, perché donne e bambini e chiunque altro non sono cose.

Se l’abuso è un uso eccessivo o scorretto di qualcosa, infatti, parlare di “abuso”, cioè di uso scorretto, nei confronti delle donne o dei bambini stuprati o picchiati implica che comunque esista un uso corretto dei bambini e delle donne per scopi sessuali o di percosse; solo che a volte qualcuno esagera a usarli, cioè abusa e allora capitano gli stupri e così via.

Eh, no, mi pare che non ci siamo.

Non so chi abbia cominciato a servirsi di “abuso” e “abusare” per indicare questo tipo di comportamenti; posso immaginare che sia stato qualcuno secondo cui uno scapaccione ogni tanto non fa male e non è una percossa, ma questo è proprio un esercizio di immaginazione e non giustifica comunque il passaggio del termine dagli scapaccioni allo stupro (che oltretutto non è un modo per sensibilizzare circa l’inopportunità della violenza; è un modo per appiattire le percezioni).

Comunque sia, io non mi servo della parola “abuso” o del verbo “abusare” a questo scopo. Mi si allegano i denti anche solo a sentirle, specie l’espressione “bambini abusati”, perché lì, nel participio passato, vedo con chiarezza suprema quanto sia inadeguato il verbo che si è scelto.

Siccome per me le parole significano qualcosa e il loro significato è sempre legato a un’esperienza, perfino quando sono metafore o traslati, ce la metto tutta per non usare parole inadeguate.

Non è questa l’unica occasione. Allo stesso modo non uso “laico” per indicare chi non crede in Dio, perché è un uso ridicolmente improprio; “omofobia”, che propriamente significa l’esatto contrario di ciò che si vorrebbe farle dire;[1] “femminicidio”, perché omicidio è sufficiente per chiunque intenda l’uomo come “essere umano, che può essere maschio oppure femmina”.

Ma già, il punto è questo.

Forse prima o poi lo racconterò.

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[1] Il termine “omofobia” si pretende che indichi il terrore irrazionale per chi è diverso, terrore che provoca odio. Ma la parola in sé, per chi sa come si formano le parole, significa invece “paura irrazionale di ciò che è uguale”.

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