Rem tene, verba sequentur

Se uno conosce qualcosa è anche capace di raccontarla e spiegarla ad altri? Ma nemmeno per sogno. Se fosse così, non avrei mai accettato l’idea di fare l’editor di mestiere, che non fu un’idea mia. Che poi non abbia funzionato, dipende da vari elementi, tra cui il fatto che gli italiani in genere sono convinti della verità dell’antico detto rem tene, verba sequentur (padroneggia l’argomento e le parole verranno).

Peccato che sia un’affermazione infondata. Bisognerebbe sempre ricordarsi che è stata formulata da uno dei più grandi snob della storia, Marco Porcio Catone il Vecchio, anche detto il Censore. E comunque so per esperienza che il detto è falso, chiunque lo abbia inventato. Ma naturalmente il vecchio rompitasche, o chi per lui, non è responsabile dell’uso stolto che vien fatto delle sue parole.

Io quel detto l’ho imparato alle scuole elementari. Un bel modo (inconscio) per colpevolizzare i ragazzini! A me però le parole venivano, quelle scritte soprattutto, così lì per lì non mi sono accorta che fosse falso. Quando sono arrivata all’università, ho improvvisamente capito che uno può essere incomprensibile anche se, nel suo settore, è tra i migliori. Qualcuno diceva che i professoroni universitari lo facevano apposta; questo sarà anche stato vero in una manciata di casi ma perlopiù non era così. Un giorno ne parlai a una psicologa che collaborava con varie università e lei mi disse che questa convinzione, più che da Catone, deriva dall’idealismo gentiliano.

Accade lo stesso, tuttavia, anche agli artigiani e a chi sa fare lavori manuali di un certo livello, senza che Gentile c’entri nulla. Semplicemente, non funzioniamo in quel modo. Mia madre, per esempio, eccelle nei lavori a maglia e all’uncinetto ma – mi spunti la coda se mento – non è mai stata capace di spiegare come fa quello che fa. Non è un problema suo particolare: già Diderot, mentre preparava l’Encyclopédie, scoprì che gli artigiani sapevano fare le cose ma in genere non sapevano spiegare come le facevano.[1]

Questo problema si può curare lavorando sul lessico e sulla coscienza del legame che esiste tra la parola e l’esperienza, oggetto, azione, cosa che essa vuole indicare.

La vedo scura. Saremo un popolo di afasici entro due generazioni.

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[1] Richard Bennet, L’uomo artigiano, cap. 3, Feltrinelli 2008, pag. 97.

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