Elementi di distributismo: una breve introduzione

 Mia traduzione dell’articolo Distributism Basics: A Brief Introduction, di David Cooney, 14 novembre 2013. Anche le note sono mie. 

Poiché mi rendo conto che leggere in WordPress è faticoso, visto che non riesco a fare caratteri più grandi, ecco una versione pdf da scaricare, assai più leggibile: Cooney, David (2013), Elementi di distributismo_una breve introduzione 

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A coloro che hanno a malapena sentito parlare di distributismo, siano essi solo curiosi oppure dubbiosi, vorrei offrire qualche articolo che ne presenti gli elementi di base in termini semplici. Vorrei tentare di rispondere ad alcune delle critiche avanzate dai nostri detrattori, ma tali risposte devono essere comprese partendo da ciò che il distributismo è, anziché da ciò che i nostri detrattori pretendono che sia.

Il distributismo, come il capitalismo e il socialismo, è la concretizzazione di un certo modo di vedere riguardo a come le strutture economiche e politiche dovrebbero operare in una società. A volte è stato definito la “terza via” dell’economia e anche un “compromesso” tra capitalismo e socialismo. È vero che il distributismo è un sistema differente sia dal capitalismo sia dal socialismo, ma non sta tra i due come se prendesse un po’ di ciascuno o cercasse di fonderli insieme. In effetti, una migliore descrizione delle differenze piazzerebbe il distributismo da un lato e capitalismo e socialismo insieme dall’altro. Spero che questa serie di articoli vi aiuterà a comprendere come mai sia così. 

Parte della confusione, che induce le persone a ritenere che il distributismo cerchi in qualche modo di negoziare un compromesso tra capitalismo e socialismo, sta nel fatto che noi muoviamo determinate critiche a entrambi i sistemi. Crediamo in un governo dai poteri limitati e nella proprietà privata, ma crediamo anche che il governo abbia un ruolo nel supportare la società e che la concentrazione di larghe porzioni dei mezzi di produzione nelle mani di pochi proprietari privati conduca allo sfruttamento delle classi lavoratrici. È comprensibile che, senza ulteriori ricerche su come pensiamo che si debba rimediare a simili problemi, il pubblico concluda che stiamo da qualche parte tra capitalismo e socialismo. Spero in questa serie di offrire una spiegazione chiara e facilmente comprensibile sia di dove ci collochiamo sia di come le nostre idee siano molto diverse da quelle del capitalismo e del socialismo.

Per cominciare a comprendere il distributismo, dobbiamo guardare a quando il movimento ebbe inizio. Nel 1891, il capitalismo liberista basato sul laissez faire[1] era già da qualche tempo il modello economico dominante in Occidente. Il laissez faire è una concezione secondo cui il governo non dovrebbe interferire nell’economia, o nelle attività d’affari che fanno funzionare l’economia, se non per quanto è necessario a tutelare i diritti di proprietà e la pace sociale. Questo comportò che grandi masse di persone si impoverirono a causa di salari bassissimi mentre alcuni riuscirono a diventare estremamente ricchi. Questa situazione destò in tutte le società occidentali una insoddisfazione talmente profonda che il socialismo cominciò a sembrare alla gente una buona soluzione. In risposta a questa minaccia, il Papa Leone XIII scrisse un’enciclica intitolata Rerum novarum.

La Rerum novarum non proponeva un nuovo sistema economico. Essa delineava i problemi del capitalismo allora praticato e delle proposte socialiste. Chiedeva di affrontare tali problemi e delineava i principi secondo cui affrontarli. È da notare che, mentre i principi delineati erano in linea con il messaggio del Vangelo – non ci si potrebbe aspettare altro da un Papa – la concezione filosofica di base non era per sua natura esclusivamente cristiana. (Si veda Is Distributism Catholic?)

In risposta a questo appello a risolvere gli evidenti problemi del capitalismo liberista, e nella speranza di indurre chi si volgeva al socialismo a prendere in considerazione un’altra possibilità, un gruppo di inglesi, guidati da G. K. Chesterton e Hilaire Belloc, diede inizio al movimento distributista. Nel formulare le loro proposte, essi esaminarono la storia per vedere da dove provenissero le ingiustizie del predominante sistema capitalistico e cercarono anche di vedere che cosa si fosse fatto per evitare tali ingiustizie fino ad allora.

I distributisti non erano i soli ad impegnarsi per affrontare i problemi del capitalismo liberista. Il movimento socialista di quei tempi era uno sforzo teso allo stesso scopo. Perfino nella compagine dei capitalisti c’erano quelli che ritenevano che le cose dovessero cambiare. Un economista liberale[2] di nome John Maynard Keynes cercò di affrontare i problemi modificando il sistema capitalista. Keynes propose un maggiore intervento del governo nelle questioni economiche e sociali, lasciando però intoccata la concentrazione del capitale produttivo. Per alleviare lo stato di impoverimento delle classi lavoratrici, il governo avrebbe tassato la ricchezza per finanziare programmi di sostegno dei lavoratori.

Alla fine, la maggior parte delle nazioni adottò la versione modificata di capitalismo proposta da Keynes; alcune altre adottarono il socialismo. Di questo parlerò in articoli successivi. Benché il sistema keynesiano sembrasse affrontare i problemi del capitalismo liberista, in realtà esso funzionava solo mantenendo al loro posto gli elementi fondamentalmente iniqui di quest’ultimo. Questo spinse il Papa Pio XI a scrivere l’enciclica Quadragesimo anno nel 1931. La Quadragesimo anno era uno sviluppo della Rerum novarum e in essa Pio XI esaminava in maggior dettaglio perché questi sistemi fossero essenzialmente fallaci come soluzioni ai problemi iniziali affrontati da Leone XIII.

Varie forme di capitalismo e socialismo sono state messe alla prova nell’ultimo secolo e tutte hanno ripetutamente fallito. Molti si chiedono che altro si possa fare. Le proposte dei distributisti sono state ignorate dagli economisti di professione e dagli accademici, lasciando il comune cittadino inconsapevole perfino della loro esistenza. Molti disperano sempre più che si possa trovare una soluzione reale ai nostri problemi economici e politici perché sembra loro che tutte le vie siano state tentate. Durante più decenni recenti, il coinvolgimento del governo nell’economia è cresciuto in maniera esponenziale mentre venivano messi in atto sempre più programmi governativi per il sostegno delle classi lavoratrici e dei poveri. Gli economisti libertari odierni (in primo luogo quelli della “Scuola austriaca”) chiedono a gran voce il ritorno a un modello essenzialmente di laissez faire. Essi affermano che ci stiamo avviando verso un socialismo totale. Hanno delle ragioni, perché certi leader politici ed economici sembrano orientati in maniera assai simile a quella. È giunto il momento del movimento distributista? I cittadini dell’Occidente sono abbastanza stufi delle loro “esperte” guide economiche da prendere in considerazione un’alternativa vera? Solo il tempo ce lo dirà.

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[1] L’autore usa la dicitura Laissez Faire capitalism, che devo mantenere per il legame con la frase successiva. Laissez faire è un’espressione francese che significa “lasciate fare!” (laissez è l’imperativo in seconda persona plurale; si tratta di una richiesta decisa, non di un’espressione di pigrizia). Noi diremmo semplicemente “capitalismo liberista” ma in inglese non esistono termini equivalenti a “liberismo” e “liberista”: la differenza tra liberale e liberista, o tra liberalismo e liberismo, fu definita da Benedetto Croce per la situazione dell’Italia ai tempi suoi. Nel resto dell’articolo userò la dicitura “capitalismo liberista”.

[2] Nell’originale, a capitalist economist, vale a dire un economista che lavorava partendo da capitale e libero mercato e non da basi socialiste.

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