Je ne suis pas Charlie ma non polarizziamoci

Je ne suis pas Charlie, io non sono Charlie, decisamente.

Apprezzo la satira coraggiosa, quella che si fa contro i poteri dominanti, quelli che possono farti perdere il lavoro, la vita, la salute, la reputazione, sei mesi di vita mettendoti in galera per un sospetto (lo chiamano “carcere preventivo”) e cosucce di questo genere. Avrei senz’altro potuto apprezzare una parte del lavoro di Charlie Hebdo, posto che avessi saputo della sua esistenza. Ma le vignette satiriche mi hanno stufato da trent’anni.

Prendere in giro la religione – la mia, quella dei musulmani, il Papa, Maometto, Budda o il Grande Spirito –oggi non è satira coraggiosa, perché normalmente manca proprio quella condizione di dominanza contro cui battersi. Non dico che manchi sempre, ma in genere manca. In effetti, ciò che oggi viene attaccato, nel satireggiare le religioni, non è un potere dominante ma piuttosto la pretesa di dire “Scusa, uomo, sei proprio sicuro di voler vivere come un lombrico?”. Questa cosa si potrebbe legittimamente chiamare “intolleranza” ma se usassi questo termine risulterei incomprensibile al 97% della popolazione.

Così, je ne suis pas Charlie. Tra l’altro, non sono sentimentale fino a ‘sto punto.

Però il coraggio di chi lavorava al Charlie Hebdo ha tutto il mio rispetto, visto che, oltre alle religioni, effettivamente irridevano anche ai poteri dominanti e avevano già subito due attentati, prima di quello di ieri. Non penso che si ritenessero intoccabili, visto che il direttore aveva un poliziotto di scorta, una specie di richiamo quotidiano a lui e a tutti i colleghi. Penso che credessero sinceramente in ciò che facevano, per insulso, villano o inutile che possa sembrare a me e ad altri.

Questo attentato è una delle peggiori infamie immaginabili in un’arttività infame come quella del terrorismo. Soltanto l’attacco a una chiesa affollata o a una scuola durante le lezioni o a un mercato gremito di massaie in bicicletta sarebbe peggiore: tutta roba che succede in Medio Oriente o in Africa un giorno sì e uno no, ma non ho visto folle oceaniche levarsi al grido di “siamo tutti nazirei”, “siamo tutti yazidi”, “siamo tutti nigeriani” o simili. Poi, quando succederà pure qui, a grappoli cascheranno dal pero.

Questa tristissima vicenda dovrebbe servire non a polarizzarci di qua o di là – posizioni esprimibili con “sono eroi (o martiri, ho sentito entrambe le versioni) della libertà di espressione” o “se la sono cercata” – ma a riconsiderare chi siamo e dove siamo e perché siamo così e non cosà.

La questione qui non è la libertà di espressione, è la libertà tutta. L’esistenza della libertà.

Se l’uomo è libero per natura, in quanto immagine di Dio, oppure no. (E come facciamo a saperlo.)

Se la libertà è parte dell’uomo, con tutto il rischio di usarla male, oppure no.

Se ci piace essere liberi oppure no.

A molti non piace, o meglio, molti hanno il terrore di essere liberi, perché la libertà è impegnativa, è faticosa, comporta tanti rischi.

Ma è ora di cominciare almeno a chiederci di che si tratta, da dove viene, se ci interessa. Anche di cominciare a considerare che “libertà di espressione” implica per sua natura la libertà di autolimitarsi per rispettare gli altri. Altrimenti non è davvero libertà: se io sono libera di far tutto ma non sono libera di non fare qualcosa, allora non sono libera veramente.

In tutto questo, il primo problema non sono i musulmani o gli islamisti (Dio mi fulmini se mai userò il termine “islamici”).

Il primo problema siamo noi: europei e non europei, cattolici e musulmani e non credenti. Il problema è “IO”. Chi sono io? Che cosa voglio io? Che sto facendo io della mia vita?  Dove ho sbagliato io se accade tutto questo? Basta la condanna, basta il facile compatimento, basta scandalizzarsi o c’è dell’altro da fare?

Se uno non arriva a farsi domande, e non arriva a cercare gli altri che si fanno le stesse domande, Je suis Cahrlie finirà con il prossimo weekend. Diceva Oscar Wilde che un sentimentale è uno che vuol godersi il lusso di un’emozione senza pagarne il prezzo. E infatti qui hanno pagato altri. E altri pagheranno. Vogliamo ancora nascondere la testa sotto la sabbia? Ho letto che intere zone della Francia sono sotto il controllo degli integralisti. Ma chi gli abbia permesso di prendere il controllo, ce lo vogliamo chiedere?

Domande che richiedono risposte.

Il caso non esiste e dunque non è il caso ad avermi messo davanti agli occhi, il giorno prima dell’attentato, un certo discorso pronunciato anni fa dopo un attentato ugualmente infame. È stato un aiuto, il giorno dopo. Il neretto è mio.

Cari fratelli e sorelle, Gesù nel Vangelo ci ha avvertiti che il criterio in base al quale saremo giudicati è quello dell’amore operoso, che sa riconoscere la sua misteriosa presenza nel più piccolo e più bisognoso dei nostri fratelli in umanità. Abbiamo perciò ascoltato con intima commozione le parole della sposa di uno dei caduti che, dopo aver letto un altro …. brano del Vangelo, quello nel quale Gesù ci invita ad amare anche i nostri nemici, ci ha detto con semplicità che di quella parola di Gesù lei e suo marito avevano fatto la regola della propria vita.

È questo il grande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostre coscienze e dai nostri cuori, nemmeno da parte di terroristi assassini.

Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l’energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l’impegno …. è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione.

Dall’omelia del card. Camillo Ruini al funerale dei caduti italiani a Nassiriya, 18 novembre 2003

 

2 commenti

  1. Gaia said

    Quest’analisi non fa una piega.
    Il dramma di oggi è che abbiamo un visione distorta e banalizzata della libertà: libertà d’espressione non significa dire qualsiasi cosa ci passi per la testa (senza pensare alle conseguenze o agli equilibri o ai contenuti), così come libertà di scelta e azione non equivale fare quel che abbiamo voglia di fare a scapito d’altri.
    Piazzare hashtag #charliehebdo ovunque non significa essere cool, nè significa essere di sostegno a chi si merita rispetto per aver sostenuto con forza le proprie idee sempre… come qualcuno ha detto di recente, quasi nessuno di noi può dire #iosonocharlie, col piffero: siamo i primi a nasconderci dietro la libertà di qualcun altro.

    #iamcharlie se dopo ciò che è successo prendo in mano un giornale e mi informo *di più*, se mi ricordo che le guerre non sono solo al telegiornale ma sono nascoste (o pubbliche ma ignorate) ovunque nel mondo, se quando mi interrogano rispondo con la mia testa, se decido che la libertà è rispetto sbandierato con delicata forza e lucida intelligenza, se mi siedo accanto a chi ha un’idea diversa dalla mia e gli stringo la mano… se, se, se.
    In quel caso, for(se) #jesuischarlie

    • In quel caso temo che saresti l’esatto opposto di Charlie (Hebdo), da quel che mi hanno raccontato.
      Ma non è questo che conta, vero? Je suis Umberta.

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