Elementi di distributismo: distributismo e socialismo

 Mia traduzione dell’articolo Distributism Basics: Distributism vs. Socialism, di David Cooney, 21 novembre 2013. Anche le note sono mie. 

Poiché mi rendo conto che leggere in WordPress è faticoso, visto che non riesco a fare caratteri più grandi, ecco una versione pdf da scaricare, assai più leggibile: Cooney, David (2013), Elementi di distributismo 2_distributismo e socialismo

Pagina-indice 

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, tre alternative furono proposte per migliorare le condizioni delle classi lavoratrici nel sistema capitalista: il distributismo, il capitalismo keynesiano e il socialismo. I distributisti a volte sono accusati di essere socialisti, o perlomeno “quasi socialisti”. Questo articolo esaminerà la natura del socialismo e come esso sia del tutto incompatibile con il distributismo.

Il capitalismo aveva consentito ai proprietari delle grandi aziende di accrescere enormemente la loro ricchezza e di eliminare ogni valida competizione, rendendo così la gran parte delle classi lavoratrici completamente dipendente da loro. Mentre i proprietari di tali aziende vivevano nel lusso, le classi lavoratrici erano ridotte a una condizione in cui, anche se entrambi i genitori lavoravano, questo non era sufficiente a sostentare la famiglia. La mancanza di competizione reale significava che i lavoratori non potevano semplicemente lasciare il loro impiego per una migliore opportunità: non esistevano impieghi migliori. I lavoratori dovevano accettare qualunque cosa i datori di lavoro imponessero, altrimenti sarebbero stati licenziati e prontamente rimpiazzati da altri disposti a fare qualsiasi lavoro. Non c’è da meravigliarsi che le promesse del socialismo sembrassero attraenti a molti di loro.

Il concetto iniziale di socialismo poggia su tre elementi di base: il primo è la completa eliminazione delle classi sociali, il secondo è l’eliminazione della moneta, il terzo è l’eliminazione del governo statale. Dal punto di vista socialista, la proprietà privata[1] è ciò che consente alle classi di esistere. L’esistenza di una rivendicazione della proprietà privata dei mezzi di produzione permette ad alcuni di collocarsi sopra gli altri, di sottomettere i lavoratori ai loro scopi e di usare la propria ricchezza per piegare i poteri di governo al proprio vantaggio. Eliminare la pretesa dei privati di possedere i mezzi di produzione consentirà al lavoratore di rivendicare i benefici del proprio lavoro. Chi ha bisogno lavorerà secondo la propria abilità per il bene della società – il che vuol dire che ad ogni membro della società sarà garantito il soddisfacimento dei propri bisogni. Questo significa che non c’è bisogno di denaro, che è solo un mezzo per trasferire la proprietà privata. Poiché ciascuno agirà per il bene dell’intera società, e lo farà volontariamente, non ci sarà bisogno di governi.

Questa idea iniziale divenne nota come socialismo utopico. Essa fu presto soppiantata dall’idea di un “partito di avanguardia” che, agendo per conto del popolo, avrebbe messo al sicuro i poteri dello stato. Il partito d’avanguardia avrebbe messo in atto il “capitalismo di stato” (noto anche come “socialismo di stato”) in cui lo stato avrebbe gestito l’industria più o meno allo stesso modo in cui la gestiva il capitalismo ma, ovviamente, per il bene della società. Questa nuova forma di socialismo divenne nota come socialismo scientifico.

Il socialismo scientifico è la forma di socialismo esistente in società[2] come la ex Unione sovietica e la Cina odierna. Mentre è vero che ci sono molti tipi di pensiero socialista, questa è la forma principale che il socialismo ha assunto laddove è stato messo in atto in maniera significativa. Mentre l’originario socialismo utopico voleva eliminare ogni proprietà privata, molte società socialiste permisero l’esistenza in qualche misura di una proprietà privata che operasse grazie alla tolleranza, e a volte sotto la direzione, dello stato. Mentre il socialismo utopico voleva eliminare le classi, tutte le società socialiste rimpiazzarono le classi dirigenti preesistenti con le proprie e trasferirono il controllo di quasi tutta la proprietà dei mezzi di produzione dalle mani di pochi capitalisti alle mani di pochi leader politici. Mentre il socialismo utopico voleva del tutto eliminare lo stato, l’esistenza di altri stati rese necessaria l’esistenza di un governo statale con un esercito efficiente.

Quest’ultimo punto è molto importante da capire, quando si tratta di socialismo. Esso non può coesistere con altri “Paesi” se non isolandosi da essi. La versione utopica di un socialismo senza stato implica che non esista alcuna minaccia proveniente dall’esterno della relativa società. All’interno della società, si ipotizza che ciascuno agisca secondo i bisogni della società nel suo insieme – e che lo faccia volontariamente. Nella visione socialista, tuttavia, l’esistenza della proprietà privata provoca avidità e conflitto che conducono a guerre di conquista e all’impoverimento delle masse. Di conseguenza, una società socialista priva dello stato non può realmente coesistere con una società capitalista perché avidità e conflitto in quest’ultima la condurranno “ovviamente” ad attaccare l’Utopia della società socialista pura. Mentre ritengo che esista un livello in cui non potrebbero coesistere nemmeno più società socialiste, il tentativo di costruire una società veramente socialista ha bisogno o del completo isolamento, economico e militare, da qualunque società capitalista oppure di eliminare le società di questo tipo. Non sto dicendo che lo abbiano mai proclamato; è solo la realtà dei fatti.

Diversamente dai socialisti, i distributisti non considerano che il problema del capitalismo sia l’esistenza della proprietà privata. Per dirla con G. K. Chesterton, il problema del capitalismo non è che ci sono troppi capitalisti, ma che ce ne sono troppo pochi.[3] Il problema è che, nel capitalismo, il grosso della proprietà dei mezzi di produzione viene a concentrarsi nelle mani di una piccola parte della popolazione. Tutti gli altri devono diventare lavoratori completamente dipendenti da quella minoranza per avere un salario di cui vivere.

Anziché perseguire la soluzione socialista di eliminare la proprietà privata trasferendola nelle mani di controllori statali, il distributismo propone la più ampia diffusione della proprietà privata che si possa conseguire nella pratica. Diversamente dai socialisti utopisti, i distributisti non si aspettano di fondare la società perfetta in cui ogni persona agisca sempre volontariamente per il bene dell’intera società. In altre parole, il distributismo non auspica la società senza stato. Diversamente dai socialisti scientifici, i distributisti non credono nell’au­men­tare i poteri dello stato per gestire potenzialmente ogni attività economica per il bene della società. Il distributismo propone una società costruita sul principio della sussidiarietà,[4] in cui i livelli fondanti inferiori hanno diritti naturali che i livelli superiori non possono conculcare. Anche nel sostenere questi livelli inferiori, i livelli superiori non possono usurpare ruoli e funzioni che di diritto appartengono ai livelli inferiori.

Come si può vedere, la forma di società economica e politica proposta dal distributismo è fondamentalmente differente da quella proposta dal socialismo. Sì, il distributismo critica l’instabilità e le ingiustizie del sistema capitalista come fanno i socialisti, ma le soluzioni proposte dai distributisti sono del tutto incompatibili con le soluzioni proposte dal socialismo. In effetti, dal punto di vista distributista, le soluzioni propugnate dal socialismo sono di gran lunga più inique dei problemi del capitalismo che si propongono di risolvere.

Traduco anche un commento dell’autore, pubblicato in risposta a una critica (non riportata).

David Cooney 22 November, 2013

Vorrei rispondere al commento di un lettore della pagina Facebook di The Distributist Review. Secondo il commento, è semplicistico descrivere il socialismo come basato su un altruismo irrealistico.

Di fatto, tutti i sistemi economici – incluso il distributismo – hanno un “ideale” che comprende un certo grado di altruismo che può essere definito irrealistico. La domanda più profonda, che la serie di articoli affronterà solo in maniera elementare, è: che cosa succede a quel sistema economico quando si trova ad affrontare la realtà?

Come esposto nell’articolo, lo scopo fondamentale del socialismo era di stabilire una società senza classi, senza moneta e senza stato. Questo obiettivo può essere conseguito soltanto con un livello estremo di altruismo. Faccia a faccia con la realtà, il socialismo dovette modificarsi, come Hilaire Belloc aveva previsto in The Servile State,[5] in una maniera che in effetti lo condusse molto lontano dal suo ideale. In altre parole, noi possiamo pure continuare a chiamarlo socialismo ma era diventato qualcosa di molto diverso. Le società socialiste che nacquero erano tutto tranne che prive di classi, di moneta o di stato. Alcuni socialisti possono sostenere che questa fosse una situazione transitoria. Io non sono d’accordo.

Quando Adam Smith definì i principi del capitalismo, parlò di come l’interesse personale avrebbe impedito le ingiustizie che di fatto si verificarono sotto il capitalismo. Nei fatti, gli interessi d’affari si servirono del loro potere economico per impiegare le forze di governo a proprio favore. Questo sarà meglio esposto nel prossimo articolo della serie. Il punto che vorrei chiarire qui è che il capitalismo fu trasformato in una maniera che lo portò lontano dal suo ideale. È ancora chiamato capitalismo da chiunque tranne quelli che restano attaccati all’ideale (i quali, sbagliando, lo chiamano socialismo), ma è diventato qualcosa di molto diverso. Di nuovo, Hilaire Belloc lo aveva predetto in The Servile State.

Anche il distributismo ha il suo ideale. Idealmente, ognuno dovrebbe essere un proprietario,[6] o indipendente o in cooperativa. Ma vorrei rendere chiaro che, da quando è nato, il distributismo non si è mai aspettato di poter raggiungere questo ideale. Ne ho scritto in un articolo intitolato Utopia, pubblicato sulla Distributist Review e che prima o poi pubblicherò anche in questo sito. Per questo motivo, la struttura economica ha sempre compreso delle protezioni per attenuare la capacità di rovinare il sistema di quelli che si comportano all’opposto dell’ideale di altruismo. In altri termini, a differenza di capitalismo e socialismo, il distributismo non ha bisogno di diventare qualcos’altro da ciò che è in origine, per funzionare.

Quello che spero di mostrare in questa serie è che gli ideali sia del capitalismo sia del socialismo hanno affrontato ostacoli che i loro sistemi economici non erano atti a superare. A causa di ciò, dovettero essere modificati fino a diventare qualcos’altro rispetto a ciò che davvero si sarebbe voluto. Quello che chiamiamo socialismo dovette abbandonare la vera essenza del socialismo per poter operare. Mentre certe scuole di pensiero del capitalismo affermano che viviamo attualmente in regime di capitalismo, ciò che è generalmente noto come capitalismo, e così chiamato, ha parimenti abbandonato la vera essenza del capitalismo per poter operare.

Il distributismo, invece, è strutturato in maniera da non doverlo fare. Esso richiede tuttavia un grande cambiamento nella società, per poter essere realizzato. Come l’introduzione del capitalismo fu preceduta da un mutamento nella filosofia di fondo della società, ritengo che il distributismo debba essere preceduto dallo stesso tipo di mutamento filosofico, ed è per questo che, in aggiunta alla discussione su questioni concrete, credo che un approccio al distributismo che non includa una seria discussione filosofica sia semplicemente non efficace.

.

[1] Nell’originale, private ownership of property, che si riferisce alla proprietà dei mezzi di produzione (terra. capitali e macchinari). Property ha il significato che noi diamo al termine “proprietà” quando parliamo di una tenuta agricola o di una villa con terreni o simili. Tradurrò di preferenza con “proprietà privata”, raramente con “proprietà privata dei mezzi di produzione”. Ovviamente anche un televisore o un’automobile sono una proprietà privata, in genere, ma non rientrano nel discorso. Qui si tratta di proprietà atte a sostentare una famiglia.

[2] L’autore usa in tutto il testo society e socialist society.

[3] «Too much capitalism does not mean too many capitalists, but too few capitalists», in The Superstition of Divorce, cap. 3. Si può vedere in proposito Too Few Capitalists or Too Much Capitalism? by Thomas Storck.

[4] La sussidiarietà è uno dei quattro principi permanenti della Dottrina sociale della Chiesa; gli altri tre sono la dignità della persona umana, il bene comune e la solidarietà. Il termine “sussidiarietà” deriva da un’espressione, subsidium afferre, usata nell’enciclica Quadragesimo anno, che definisce il principio, al paragrafo 80 (il neretto è mio): «80. È vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche dalle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofia sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle». In latino, l’espressione “aiutare in maniera suppletiva” è appunto subsidium afferre.

[5] Anno 1912. In Italia è stato pubblicato da Liberilibri con il titolo Lo stato servile.

[6] Dei mezzi di produzione.

I commenti sono chiusi.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: