Elementi di distributismo: distributismo e capitalismo

Mia traduzione dell’articolo Distrtibutism Basics: Distributism vs. Capitalism, di David Cooney, 5 dicembre 2013. Anche le note sono mie. 

Poiché mi rendo conto che leggere in WordPress è faticoso, visto che non riesco a fare caratteri più grandi, ecco una versione pdf da scaricare, assai più leggibile: Cooney, David (2013), Elementi di distributismo 3_distributismo e capitalismo

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Il distributismo è proprio come il capitalismo, solo che la vediamo diversamente circa la natura dell’uomo, lo scopo dell’attività economica, l’usura, la massimizzazione della ricchezza convenzionale,[1] il ruolo e il legittimo esercizio dello stato, l’economia empirica, il significato della sussidiarietà, la subordinazione dell’economia alle scienze superiori, i nostri fini, i nostri mezzi, che cos’è la moneta, che cos’è la ricchezza, che cos’è il libero mercato, produzione e consumo, regolamentazione, libero scambio, la legge morale e quella divina nell’ordine sociale ed economico e, sì, anche riguardo al significato di libertà.­
Richard Aleman

Per trattare delle differenze tra distributismo e capitalismo, dobbiamo prima esaminare che cosa sia il capitalismo. So che molti danno per scontato di sapere già che cos’è il capitalismo, ma io affermo che la loro cognizione è corretta solo in parte. Penso che ciò che essi ritengono capitalismo sia una parte di esso, ma il capitalismo comprende anche elementi specifici che essi potrebbero non prendere in considerazione e con i quali potrebbero in effetti non trovarsi d’accordo.

Per molte persone, l’idea di capitalismo non va molto oltre il diritto alla proprietà privata e alla competizione sul libero mercato. È quando si entra nel dettaglio di questi e altri aspetti del capitalismo che vengono alla luce le differenze tra ciò che si pensa che il capitalismo sia (o dovrebbe essere) e ciò che esso è nei fatti. Esistono limiti ragionevoli all’uso della proprietà privata? Il mercato è veramente libero se esistono monopoli? Le amministrazioni locali dovrebbero poter impedire a un grande magazzino come Wal-Mart di aprire sul territorio, allo scopo di sostenere le imprese locali? È nei dettagli che si possono trovare grandi divergenze di opinione tra quelli che si definiscono capitalisti.

Abbiamo realmente preso in esame che cosa veramente definisce il capitalismo? Che cosa lo rende diverso dai sistemi economici che lo hanno preceduto? Che cosa lo distingue dal socialismo? Che cosa lo distingue dal distributismo? Il capitalismo è quel sistema economico in cui la proprietà privata del capitale produttivo è separata dal lavoro sul capitale stesso e in cui le leggi non solo agevolano ma avvantaggiano questa separazione. Molti non saranno d’accordo con l’ultima parte della definizione, ma la realtà è che il capitalismo non è mai esistito senza l’impiego di leggi che avvantaggiassero determinati interessi economici. Che trattiamo di tariffe protezioniste o dell’espro­priazione dei terreni comuni per darli a mercanti già ricchi o dello scioglimento forzato delle corporazioni, la manipolazione e l’uso dei poteri di governo è sempre stato una parte integrante del capitalismo.

Occorre che comprendiamo che non esiste qualcosa come una società economica priva di un coinvolgimento della politica nell’eco­nomia. Il socialismo utopico dovette mutarsi nel socialismo scientifico. Perfino quei capitalisti che sostengono una concezione “minimalista” del ruolo dei governi nell’economia promuovono qualunque coinvolgimento che appaia loro più vantaggioso per gli affari, sia esso l’istituzione di protezioni governative in forma di brevetti o diritti d’autore oppure leggi antifrode o altri tipi di protezione stabiliti dai governi. Il distributismo, invece, promuove la sussidiarietà, che davvero mantiene il coinvolgimento delle amministrazioni a un livello tanto locale quanto conviene che sia, in base al nostro convincimento che questo proteggerà meglio la libertà economica con il permettere a chi risiede in un dato luogo di far sentire la propria voce in maniera reale ed efficace.

Abbiamo detto che una società è socialista quando la legge proibisce che un ammontare determinato del capitale produttivo diventi di proprietà privata; similmente, una società è capitalista quanto un ammontare determinato del suo capitale produttivo è posseduto privatamente da persone che non svolgono il lavoro occorrente, grazie a leggi che permettono e incoraggiano la separazione tra proprietà e lavoro.[2]  Questo “ammontare determinato” non è stabilito una volta per tutte. Esso è quell’ammontare che sarebbe generalmente considerato come decisivo per il tono o carattere della società. La separazione della proprietà privata dal lavoro è all’origine di vari aspetti del capitalismo: usura, libero scambio, la relazione conflittuale tra lavoratori e proprietari, il mercato finanziario, il consolidamento della ricchezza che si traduce in monopoli e nelle conseguenti questioni antitrust.

Nel suo libro del 1912, The Servile State,[3] Hilaire Belloc scrisse che il capitalismo aveva dinnanzi due conclusioni inevitabili che denominò lo Stato Servile e lo Stato Distributivo (o Proprietario). Mentre il socialismo scientifico è assai prossimo a ciò che egli definiva uno Stato Servile, Belloc non riteneva probabile che le società avrebbero scelto la via socialista, per la devastazione della vita economica che essa comporta. Per quanto egli possa essersi sbagliato circa la scelta socialista da parte di alcune società, sulla devastazione economica aveva chiaramente ragione.

Ciò che Belloc considerava più probabile, rispetto alla scelta per il socialismo, erano delle modifiche del capitalismo che avrebbero preservato l’essenza della struttura capitalista predominante – la maggior parte del capitale produttivo controllata da una minoranza di ricchi proprietari – ma avrebbero messo in opera delle protezioni governative contro le ingiustizie economiche che i lavoratori affrontavano all’epoca. Queste protezioni per i lavoratori, tuttavia, non erano prive di obblighi: per ottenerle, i lavoratori sarebbero stati legalmente costretti a lavorare per i proprietari. Questa è l’essenza di ciò che egli chiamava lo Stato Servile.

Questo requisito legale non avrebbe implicato necessariamente che il governo stabilisse dove ogni individuo dovesse lavorare. I lavoratori sarebbero rimasti liberi di spostarsi da un datore di lavoro all’altro, in uno Stato Servile, ma le protezioni disposte dalla legge per sostenere le necessità delle persone, sia quando lavorassero che quando no, sarebbero state basate sull’obbligo, per le masse, di lavorare per i pochi proprietari di larghe concentrazioni di mezzi di produzione[4]. Anche se fossero rimasti dei piccoli proprietari, le leggi avrebbero favorito i grandi proprietari, proteggendo la concentrazione della proprietà. Questo avrebbe nei fatti costretto grandi masse di lavoratori a lavorare per i grandi proprietari.

Se ciò fosse stato realizzato correttamente, sosteneva Belloc, il capitalismo sarebbe divenuto stabile. La maggior parte dei grandi proprietari avrebbero ben accolto le restrizioni e gli obblighi a loro carico perché questo avrebbe loro assicurato di mantenere ricchezza e posizione. La maggior parte dei lavoratori avrebbe ben accolto l’obbligo di lavorare per i grandi proprietari perché questo si accompagnava alla promessa che le condizioni deplorevoli in cui vivevano sarebbero molto migliorate. Belloc affermava che, siccome il capitalismo aveva già concentrato così tanta ricchezza nelle mani di pochi grandi proprietari, la società avrebbe trovato più agevole, molto meno distruttivo muovere verso uno Stato Servile che verso lo Stato Distributivo che lui auspicava o verso lo stato socialista collettivo che non auspicava.

Nello stesso anno in cui Belloc pubblicava The Servile State, John Maynard Keynes propose una modifica radicale del sistema capitalista predominante che aveva condotto masse di lavoratori a vivere nella povertà e in condizioni miserande. È un’infelice verità del capitalismo che, poiché esso tende a trasferire la ricchezza dalle masse a pochi proprietari, i lavoratori – che sono anche la stragrande maggioranza dei consumatori – finiscono con il non avere abbastanza denaro per gli acquisti. Se i lavoratori riescono a malapena ad avere un posto in cui vivere e cibo da mangiare, è inevitabile che smettano di acquistare altri beni. Per risolvere la situazione, Keynes propose un sistema in cui il governo avrebbe tassato i grandi proprietari per finanziare programmi di assistenza dei lavoratori. L’idea era che ritrasferire abbastanza ricchezza dai grandi proprietari ai lavoratori avrebbe sollevato questi ultimi dalla preoccupazione di dover scegliere tra i bisogni basilari della vita e l’acquisto di altri prodotti, necessario a mantenere in funzione il capitalismo. Il risultato di questi cambiamenti fu che la società economica divenne più stabile; ci furono ancora spaccature ma divennero meno frequenti. Le predizioni di Belloc erano almeno in parte corrette.

Bisogna capire che il sistema keynesiano non è una ricetta per il socialismo. Sia il socialismo utopico sia quello scientifico eliminavano perlomeno in larghissima parte la proprietà privata. Il sistema di Keynes non solo conserva la proprietà privata, ma la mantiene nelle mani di pochi grandi proprietari. Nei fatti, il progetto keynesiano è completamente dipendente dalla permanenza di una classe di ricchissimi proprietari. Questo è importante da comprendere perché alcuni esponenti della Scuola austriaca[5] affermano che un maggior coinvolgimento dei governi nell’economia sia in pratica socialismo. In realtà, il progetto keynesiano non era volto a stabilire una società socialista egualitaria. La retorica[6] che sta dietro a questo genere di piani[7] non è niente più che un ampliamento dell’idea keynesiana di trasferire abbastanza ricchezza da chi ha a chi non ha, perché si ritiene che sia questo a far funzionare l’economia.

Il disaccordo tra economisti austriaci e keynesiani in definitiva si condensa intorno al problema di quanto un governo dovrebbe essere coinvolto nelle questioni economiche. Gli austriaci dicono di volere il governo fuori dall’economia, ma quello che in realtà intendono è che il governo si coinvolga nei modi in cui pensano che possa proteggere e promuovere gli interessi economici. I keynesiani vogliono che governo e affari lavorino fianco a fianco, anche se a volte si trovano contrapposti su punti specifici, per provare a mantenere la massimizzazione del profitto senza impoverire i lavoratori. Gli austriaci sostengono che l’economia keynesiana non è capitalismo perché il governo interferisce con il libero mercato. C’è una parte di verità in questo ragionamento. Il sistema keynesiano è veramente uno spostamento dal capitalismo verso lo Stato Servile. Il punto è se lo spostamento a questo punto è arrivato abbastanza in là da poter dire che siamo davvero arrivati dall’uno all’altro. Lo Stato Servile non è né capitalismo né socialismo, ma in fin dei conti risulterà uno stato plutocratico totalitario così come il socialismo in fin dei conti si risolve in uno stato collettivista totalitario.

Di suo, invece, il capitalismo si risolve in uno stato plutocratico che può non essere totalitario ma che sarà altrettanto infelice per la maggior parte di quelli che ci vivono.

Così come non ritengo che Adam Smith prevedesse le atrocità che il capitalismo rende possibili, non penso che Keynes abbia necessariamente previsto tutto ciò che il suo sistema, nel quale noi viviamo, sarebbe diventato, ma Belloc sì. Quello che Keynes effettivamente ha conseguito, anche se non lo intendeva, è stato un progetto funzionale alla graduale e pacifica realizzazione dello Stato Servile di Belloc. Gli odierni esponenti della Scuola austriaca invocano a gran voce il ritorno all’iniziale, “vero”, capitalismo. Dobbiamo però chiedere: esattamente, in che cosa l’attuale idea austriaca differisce dalle politiche del diciannovesimo secolo? Anche se non apprezziamo quel che i sindacati sono diventati come soggetti politici, abbiamo dimenticato perché furono costituiti? Abbiamo dimenticato perché le leggi sul lavoro minorile dovettero affrontare le obiezioni delle grandi aziende?

Abbiamo dimenticato quanto fu difficile far approvare quelle leggi, a causa del potere che le grandi aziende esercitavano sui governi? Non dico che torneremmo immediatamente alle iniquità di quei tempi, ma che cosa proporrebbe la Scuola austriaca per prevenire che accada ancora questo genere di cose? (E la proposta è davvero coerente con ciò che chiamano il vero capitalismo?)

Qual è, dunque, la differenza tra capitalismo e distributismo? Il capitalismo è quel sistema economico in cui la proprietà privata del capitale produttivo è separata dal lavoro su quello stesso capitale. Il distributismo è quel sistema economico in cui la proprietà privata del capitale produttivo è unita al lavoro su quello stesso capitale. Quando l’“ammontare determinato” di capitale produttivo di proprietà privata è messo a frutto dal lavoro dei suoi stessi proprietari, allora la società è distributista.

È qui che il raffronto tra distributismo e capitalismo può generare confusione in alcuni. Il capitalismo non rifiuta il piccolo proprietario che lavora sulla sua proprietà. Il capitalismo non rifiuta le cooperative di lavoratori proprietari. Di conseguenza, le forme di impresa e di proprietà promosse dai distributisti sono perfettamente accettabili per i capitalisti. La differenza è l’accettazione, da parte dei capitalisti, che la proprietà si concentri nelle mani di pochi ricchissimi proprietari. La differenza è la visione filosofica di base, per cui i capitalisti accettano, e i distributisti respingono, fenomeni come usura, spesa anticoncorrenziale, monopolio, transazioni in cui solo una delle parti è tutelata dai rischi e l’opinione che l’economia sia una scienza “naturale” come la chimica o la fisica, a cui cose come l’etica e la giustizia non devono immancabilmente applicarsi.

Bisogna riconoscere che molti che si considerano capitalisti sosterrebbero che chiunque debba agire in maniera etica negli affari come in tutto il resto. Il punto è che l’etica non ha niente a che fare con ciò che i capitalisti dicono essere la scienza dell’economia. L’idea che il capitalista ha della scienza economica gli consentirebbe di dire «Niente di personale, sono affari». Il concetto che ha il distributista della scienza economica non gli consentirebbe di dirlo. Scriverò di più in proposito nel prossimo articolo della serie.

È mia opinione che l’uomo comune che si considera capitalista, il piccolo proprietario, l’impiegato-tipo, senza saperlo concorda più con i concetti economici del distributismo che con la vera natura del capitalismo. Costoro sosterrebbero a buon diritto che il capitalismo può essere etico ed equo. Ciò di cui non si rendono conto è che non c’è niente di intrinseco al capitalismo, niente che lo caratterizzi a livello filosofico, che assicuri o anche solo proponga comportamenti economici etici. Senz’altro ci sono leggi contro le frodi e la pubblicità ingannevole, ma tentare di garantire in altri modi l’etica negli affari è una questione separata che può essere (o anche non essere) attuata da singoli individui o aziende. Nei fatti, l’etica è considerata semplicemente “buon senso degli affari” anziché una parte della scienza economica in sé.

Altra differenza tra capitalismo e distributismo è la capacità che una comunità ha di influenzare e proteggere la propria economia locale. In generale, il distributismo ritiene che le imprese locali dovrebbero autoregolamentarsi tramite strutture corporative. Queste strutture dovrebbero essere costituite in maniera tale che le imprese debbano rispondere alla comunità che servono. Le comunità locali possono richiedere la residenza in loco per gestire un’impresa entro la loro giurisdizione, ma non essere in grado di impedire ai commercianti di importare beni prodotti in altre aree. Il capitalismo respinge queste cose come interferenze con ciò che chiamano concorrenza in regime di libero scambio.

L’idea di economia dei capitalisti consente loro di dire che l’avidità è un bene – non soltanto migliorare la propria posizione, ma cercare attivamente di ottenere per sé tutto ciò che uno può (senza frodi). Il distributismo non ha niente in contrario a che uno cerchi di migliorare la propria posizione, ma continua a considerare l’avidità un difetto. Il distributismo non cerca di proporre un sistema in cui non ci siano né ricchi né poveri. Quest’idea è un’assurdità utopistica. Tuttavia, se la proprietà privata dei mezzi di produzione fosse ampiamente diffusa, la disparità tra le classi ricche e quelle medie, e tra le classi medie e le povere, sarebbe minore.

Tutto questo è basato sull’idea che una gran quantità di piccole imprese di proprietà privata sia più utile per la società, che dia luogo a maggiore indipendenza economica e libertà per il cittadino medio, rispetto all’avere grandi aziende multinazionali che impiegano decine di migliaia di lavoratori non proprietari. Il risultato del distributismo saranno più fornitori di tutti i beni e i servizi, il che aumenterà le possibilità di impiego e migliorerà le condizioni per il lavoratori; maggior varietà e più scelta per i consumatori; maggiore accettazione della responsabilità sociale verso le comunità da parte delle aziende e più stabilità nell’economia locale perché entro la comunità ci sarà più attività economica così che trasferendo denaro ai lontani centri di comando delle grandi aziende.

Concordo con Belloc che muoversi verso una società distributista comporta un grande cambiamento per la società. I mutamenti sociali ed economici richiederebbero di essere sviluppati e attuati con cura poiché sono così radicalmente diversi da ciò che c’è adesso, così diversi da ciò che ci è stato insegnato essere il solo sistema funzionante che esista al mondo. Oltre a questo, tuttavia, c’è il fatto che il distributismo si basa su una diversa concezione filosofica dell’economia rispetto al capitalismo. Per il distributista, l’economia serve a far sì che le famiglie siano in grado di provvedere ai propri bisogni e necessità. È questo il principio di base che sottostà a tutto il resto dell’economia, non l’incremento del PIL, le quotazioni in Borsa o la capacità di raggiungere profitti da record. Il fondamento di un’economia nazionale sana e stabile è che le varie economie locali siano sane e stabili. La resilienza collettiva delle economie locali è un misuratore della salute economica nazionale assai più accurato che i mercati finanziari.

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[1] Traduco con “ricchezza convenzionale” il termine token wealth.

[2] In altre parole, un proprietario capitalista non deve per forza lavorare per guadagnare. Ciò non impedisce che ci siano molti proprietari che lavorano; ma il punto è che nel capitalismo le leggi incoraggiano la separazione concettuale tra il lavoro e i mezzi di produzione, al di là di quella fisica.

[3] In Italia è stato pubblicato da Liberilibri, con il titolo Lo Stato servile.

[4] Un esempio di questi “obblighi legali” è la cassa integrazione guadagni (CIG), che paga chi non lavora al momento ma è lavoratore dipendente di un’azienda; è una protezione stabilita per legge e prevede che il lavoratore sia legalmente assunto. Lo stesso si può dire per l’indennità di maternità percepita da mamme dipendenti ma non da mamme libere professioniste. Questo tipo di disposizione è ciò di cui parla Belloc quando dice che uno sarà obbligato “per legge” a lavorare per un altro: non significa che la legge ti venga a prendere a casa per farti lavorare, ma che la legge contribuisce a creare un ambiente in cui o lavori per un altro, come dipendente legalmente assunto, oppure non hai di che vivere.

[5] La Scuola austriaca (Austrian School) è una scuola di pensiero economico liberale.

[6] Così nell’originale (rhetoric).

[7] I piani, cioè, che prevedono un maggior coinvolgimento dei governi nell’economia.

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