Elementi di distributismo: la scienza dell’Economia 

Mia traduzione dell’articolo Distributism Basics: The Science of Economics, di David Cooney, 19 dicembre 2013. Anche le note sono mie. 

Versione pdf: Cooney, David (2013), Elementi di distributismo 4_la scienza dell’economia

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Sembra che esista una teoria, diffusa tra gli avversari del distributismo, secondo la quale i distributisti o non comprendono la scienza dell’economia oppure non credono che l’economia sia una scienza. A sentir loro, noi non accettiamo le leggi circa domanda e offerta, scarsità dei beni, la teoria dei rendimenti marginali o i molti altri aspetti della scienza economica. Questo, ovviamente, non ha senso.

Permettete che mi spieghi. Io non nego che tutto questo sia parte dell’economia. Il punto in cui noi distributisti ci troviamo in disaccordo con i nostri detrattori (perlopiù capitalisti) riguarda esattamente che tipo di scienza sia l’economia e come ognuno di quegli elementi dell’economia debba essere considerato in relazione ad altri elementi. Com’è che, prima del crollo economico del 2008, solo una manciata di economisti aveva predetto il collasso? In quale altra scienza gli “esperti”, se le loro predizioni falliscono, possono permettersi di biasimare altri e contemporaneamente affermare che i loro modelli erano corretti?

La scienza è la disciplina che applica i principi della ragione ad un segno[1] per poter raggiungere una conclusione riguardo alla causa del segno osservato. Anche nei campi più teorici, la scienza si basa sui segni a disposizione. Qualunque scienza, se vuol essere accurata e utile, deve confrontarsi con i fatti a disposizione secondo la loro natura. Questo, secondo me, è dove gli “esperti” economisti sbagliano. Il motivo per cui dico che sbagliano su questo punto non è perché sia sbagliato ciò che essi studiano in campo economico, ma perché non includono nei loro modelli un elemento importante della natura dell’economia. Questo elemento sono le persone.

Con questo, non intendo che essi ignorino del tutto le persone, nei loro modelli economici. Se fosse così, la pubblicità non sarebbe un’industria miliardaria. I pubblicitari, tuttavia, sanno che persone diverse reagiscono a pubblicità diverse, e pur con tutta la loro vasta conoscenza del comportamento possono commettere errori monumentali. Perché dunque così tanti esperti di economia trattano l’economia come se fosse una scienza speculativa, pura[2], soggetta a rigorose leggi naturali come la chimica o la fisica?

“Speculare” significa “osservare”[3]. Le conclusioni delle scienze speculative si basano sul vedere l’oggetto che si studia. Questo “vedere” può consistere in qualunque affidabile forma di osservazione. Anche lo studio della natura umana (psicologia filosofica) è una scienza speculativa. Le scienze speculative servono a conoscere e le conclusioni che ne otteniamo sono informazioni. Le scienze applicate, invece, servono a fare. Le conclusioni delle scienze applicate riguardano il come applicare le conoscenze ottenute dalle scienze speculative. Un conto è conoscere la fisica di un arco, ma sapere come sia meglio introdurre un arco in un edificio è tutt’altra cosa. È possibile inserire un arco in un edificio in maniera tale che l’arco sia perfettamente funzionante ma la sua posizione guasti la funzionalità dell’edificio.

La funzione di base dell’economia è quella di provvedere ai bisogni e alle necessità della famiglia tramite relazioni di transazione con altri. Benché l’economia riguardi i bisogni materiali, a costituire l’oggetto di studio dell’economia sono le relazioni di transazione attuate per soddisfarli. L’economia è un’attività umana che comprende una relazione tra persone, perciò il suo fattore di base è la natura umana. La legge di domanda e offerta e gli altri fattori che gli economisti studiano sistematicamente sono parti dell’economia. Sono elementi che influiscono sulle transazioni ma l’economia riguarda le transazioni in sé – e le transazioni sono relazioni. Di conseguenza, l’oggetto dell’economia è la relazione tra esseri umani che attuano transazioni. L’economia è una scienza, ma è una scienza applicata.

Poiché l’economia riguarda un certo tipo di relazione tra esseri umani, le sue conclusioni devono basarsi sulla natura umana ed essere coerenti con essa. L’economia, quindi, riguarda il come le persone dovrebbero comportarsi l’una verso l’altra nelle transazioni, non importa quanto insignificanti, volte a soddisfare i loro bisogni e necessità. Questo è vero per entrambe le parti di ogni transazione economica, perché sia l’acquirente sia il venditore si coinvolgono nella transazione per soddisfare i propri bisogni e necessità. In altre parole, l’economia riguarda l’etica, che è lo studio serio e scientifico dell’agire secondo l’umana natura.[4]

Si possono realizzare grandi cose quando la relazione tra scienze pure e applicate è compresa e rispettata. Le scienze pure ci danno tutte le informazioni necessarie a raggiungere la Luna, le scienze applicate sono quelle che effettivamente ce la fanno raggiungere. Nelle scienze pure, risultati costanti ci consentono di predire delle conseguenze. Invece le conclusioni delle scienze applicate non sono dello stesso tipo di quelle delle scienze pure. Possiamo predire con ragionevole affidabilità che cosa accade quando mescoliamo due reagenti chimici in determinate condizioni perché in passato abbiamo osservato sempre lo stesso risultato quando gli stessi reagenti erano mescolati nelle stesse condizioni. Le scienze applicate invece riguardano ciò che si dovrebbe fare, riguardano il come usare le informazioni che abbiamo appreso dalle scienze pure.

Un accordo finanziario che sulla carta sembra ottimo può essere respinto per disaccordi personali, pregiudizi, perché una delle due parti lo ritiene immorale o soltanto perché una delle due parti punta a qualcosa di meglio. D’altro canto, certi accordi possono essere accettati semplicemente perché porteranno grandi guadagni, senza riguardo per altri fattori. Tutte queste decisioni sono decisioni economiche, ma sono basate su cose che vanno oltre ciò che gli economisti dicono essere parte della vera scienza economica. Per questo motivo gli economisti non sono in grado di predire – sono realmente nell’impossibilità di predire – qualcosa come un giocatore di football  che abbandona una carriera promettente senza neanche aspettare che maturi il piano pensionistico della NFL.[5] Simili azioni non si accordano con i loro modelli ma questa scelta è una decisione di tipo economico da parte di quel giocatore.

Mentre la maggior parte degli economisti affermerà che ognuno debba comportarsi in maniera etica negli affari economici, essi continueranno però a negare che l’etica sia parte dell’economia. In un certo senso, hanno ragione. L’etica non è parte della scienza economica; è l’economia a far parte della scienza dell’etica. L’economia non può essere separata dall’etica perché è una branca dell’etica. Comportarsi in maniera etica nella propria attività economica non è semplicemente “buon senso degli affari”, è un elemento essenziale e irrinunciabile di qualunque attività economica. Ecco perché l’espressione “niente di personale, sono solo affari” è incompatibile con il distributismo. L’economia è un’azione umana che si attua in una relazione tra persone. Non può essere altro che personale.

I distributisti non affermano che il fallimento degli economisti nel predire accuratamente i risultati economici dipenda dal fatto che l’economia non è una scienza, ma dal fatto che è un altro tipo di scienza da quel che gli economisti pensano. I loro modelli falliscono perché osservano le persone come numeri economici o più verosimilmente perché osservano i numeri economici senza considerare adeguatamente le relazioni tra quei numeri e le persone in carne ed ossa, più preoccupate dei problemi immediati nel sostenere la famiglia che dell’andamento di una compagnia multimiliardaria sul mercato finanziario. Ritengo che sia questo il motivo per cui i recenti sforzi per sostenere l’economia sono falliti. Hanno dato miliardi di dollari alle più grandi banche così che potessero prestarli. Non solo hanno mancato di vedere che le persone non erano disposte a indebitarsi ancora di più, ma in aggiunta hanno biasimato quelle stesse persone per la persistente mancanza di ripresa economica. Chiedo di nuovo: in quale altra scienza gli “esperti” possono biasimare il pubblico per il fallimento delle proprie predizioni e ancora insistere a dire che i loro modelli sono corretti? I loro modelli falliscono perché considerano l’economia come una scienza pura anziché come la scienza applicata che essa è.

Qualcuno proverà a sostenere che questa non è vera scienza. Si sbaglia. La scienza è l’applicazione dei principi della ragione a un segno per raggiungere una conclusione circa la causa del segno osservato. La causa dell’attività economica è la natura umana: abbiamo bisogni e desideri. Noi osserviamo i segni a partire dallo studio della natura umana e dello scopo ultimo per cui la natura umana esiste. Esaminiamo particolari azioni economiche e usiamo i principi della ragione per arrivare a conclusioni non solo circa gli aspetti monetari delle transazioni ma chiedendoci se essi sono adeguati alla natura umana, se aiuteranno quella natura a compiersi o se ostacoleranno il compimento. Le conclusioni non sono basate sulle mode attuali ma su oltre 2.300 anni di studio della natura umana.

L’economia non è la scienza del denaro e di come ottenere il maggior profitto. Essa è la scienza del determinare come le persone dovrebbero agire nelle relazioni di transazione in maniera che sia coerente con la loro vera natura per soddisfare i bisogni e le necessità delle loro famiglie.

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[1] L’Autore utilizza il termine evidence, il quale indica una realtà che c’è e si vede (evidence ha la stessa radice di “evidente”, qualcosa che sta davanti agli occhi) ma che rimanda all’esistenza di qualcos’altro. Una realtà che c’è e rimanda ad altro può essere detta “segno” oppure “prova”. Qui però usare “prova” sarebbe inopportuno: le scienze non studiano prove, studiano oggetti e cercano di capire da dove vengono. Mi pare che “segno” rispetti al meglio il termine che l’Autore ha scelto.

[2] L’Autore utilizza la divisione delle scienze in speculative (speculative sciences) e pratiche (practical sciences) usata da san Tommaso d’Aquino, che a sua volta riprendeva Aristotele. Le scienze speculative, o teoretiche, sono quelle che hanno per oggetto lo studio della realtà in sé stessa: matematica, fisica, di cui fanno parte le scienze naturali, e “filosofia prima”, vale a dire metafisica o teologia. Le scienze pratiche applicano a scopi di utilità pratica le conoscenze provenienti dalle scienze speculative e, per questo, si dicono anche applicate: l’architettura e l’ingegneria sono gli esempi normalmente riportati. Le principali scienze speculative sono anche dette pure ma non tutte le scienze speculative sono pure; nella traduzione, tuttavia, ho usato sia “pure” sia “speculative”.

[3] In latino, il verbo speculare, da cui deriva in inglese to speculate, significa “osservare”, e in inglese, come in italiano, è passato innanzitutto a indicare l’azione di chi osserva qualcosa e la considera per capire da dove provenga e quali siano le sue caratteristiche peculiari. Il significato di “approfittare di una situazione” è posteriore, anche se il legame con l’osservare rimane chiaro.

[4] Questa definizione può sembrare stravagante, perché noi siamo abituati a pensare che “etica” sia sinonimo di “morale”, ma in effetti i due termini non sono equivalenti.

[5] Negli Stati Uniti esistono piani pensionistici vincolanti per un certo numero di anni: il dipendente garantisce al datore di lavoro di rimanere alle sue dipendenze per il periodo stabilito, dopo il quale matura il diritto alla pensione concordata e può trasferirsi in un’altra azienda senza perdere tale diritto. Se il lavoratore lascia il datore prima della scadenza stabilita, invece, non ha diritto a niente. Le squadre della National Football League (NFL) usano appunto questi piani. Nel 2013 il giocatore dei Denver Broncos John Moffitt, 27 anni, ha lasciato la carriera da professionista di football e la squadra senza attendere che scadesse il vincolo stabilito – e ha ovviamente rinunciato a tutti i compensi delle stagioni per cui aveva firmato, oltre che alla pensione. Lo ha fatto semplicemente perché non era contento di quel che faceva e gli pareva «follia mettere a repentaglio il tuo corpo, il tuo benessere e la tua felicità per soldi».

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